Il voto non è il bambino…

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Valutare attraverso un numero è sempre problematico, soprattutto alla primaria. L'importanza di far capire il senso del progredire, dell’avvicinamento a mete possibili. Di Adriana Molin. 

voti-scolastici

Con maggio si chiude l’anno scolastico. Si potrebbe affermare che les jeux sont faits, in altre parole che le possibilità di cambiamento della situazione scolastica sono ormai, obbligatoriamente, da rimandare all’annualità successiva. Forse continuerà ancora qualche attività, ma è probabile sia tesa a monitorare l’apprendimento di quel gruppo di bambini o ragazzi che non sembrano ancora pronti per il passaggio alla classe successiva. E tuttavia non può che trattarsi di un ultimo controllo, di una ulteriore conferma, dettata più dallo scrupolo didattico che dalla speranza di rilevare condizioni apprenditive diverse. Si avvicina il tempo della valutazione finale quando il giudizio in pagella metterà un sigillo su una situazione complessa qual è quella dell’apprendimento in ambito scolastico. Il voto - ora accompagnato da una descrizione degli aspetti comportamentali e affettivo/motivazionali - sintetizza in modo contabile e statico un processo dinamico, in continua evoluzione come è la capacità d’imparare, e maschera i giudizi su criteri di valutazione differenziati non solo per ambito disciplinare, ma anche per singolo docente.

È il voto che salta all’occhio del bambino e del genitore e che non sempre è interpretato secondo le intenzioni e le procedure di chi lo ha attribuito; è il voto espresso in decimi che fa intuire la posizione del bambino nella scala a dieci punti.

Voti e fraintendimenti

Vorrei evidenziare che il voto, in quanto numero applicato alle verifiche o al rendimento scolastico, variabili influenzate da una molteplicità di fattori (interni al soggetto ed esterni, ambientali), porta con sé qualche fraintendimento.
Il primo riguarda il fatto che si stratta di una misura relativa agli esiti di processi mentali molto complessi e per loro natura sfuggenti, non facilmente misurabili in termini quantitativi. È intuitivo comprendere la differenza che passa tra una misura fisica (es. il peso o l’altezza) e una misura di un processo mentale (es. l’attenzione) il cui gradiente è la variabilità. Basti pensare che gli strumenti messi a punto dalla psicometria, che riguarda la misura cioè il numero in ambito psicologico, sono oggetto di studi e ricerche e sono riservati a professionisti con preparazione specifica al riguardo.

Il secondo malinteso è implicito nel voto stesso. Essendo un numero, in modo automatico è interpretato come “quantità”, di natura astratta, oggettiva e l’uso che ne deriva è in linea con tale rappresentazione. Nella tradizione scolastica, infatti, calcolare la media dei risultati ottenuti in verifiche e compiti diversi è una consuetudine che ci appartiene sia nell’esperienza di studenti che di docenti.

Dovremmo in realtà usare cautela e ponderazione perché il voto riflette:
1) una misura applicata a un “risultato” di processi mentali differenti e condizionati dalla situazione contingente;
2) la reazione soggettiva del valutatore al “risultato” che movimenta non solo cognizioni ma anche emozioni, convinzioni.

Che cosa pensano i bambini?

Mentre a noi adulti appare intuitivo e manifesto che il voto è sempre e solo riferito al compito, cioè a quel compito, o all’insieme, non lo è altrettanto per i bambini. Lo scolaro, soprattutto nei primi anni di frequenza scolastica, cerca la maestra per mostrarle il quaderno, per chiederle in modo diretto “Sono stato bravo?”. Mostra all’adulto, attraverso il compito, il suo Sé per la necessità di sapere se sta imparando, se sta procedendo bene, se può essere fiducioso nelle sue capacità.
Il senso del voto mi è stato magistralmente chiarito da un bambino in severe difficoltà scolastiche che, nel raccontarmi ciò che gli stava succedendo, concluse indicandomi con il dito il voto sul quaderno: “Vedi? Tutti sanno che B. capisce poco, io sono meno di lui”. È inevitabile che il bambino ragioni su quanto gli succede e sui risultati che raggiunge, è implicito che generalizzi al Sé quanto gli accade giorno dopo giorno. Appare arduo, quindi, per lui circoscrivere la valutazione espressa dal voto alla sola prestazione, al compito. Ecco perché è importante che, nella pratica quotidiana, restituiamo al bambino informazioni sul compito che vanno oltre il voto (es. Tutte, proprio tutte le operazioni sono corrette! Accompagnate da un Continua così!). In questo modo, fornendo feedback e sugli aspetti cognitivi ed emotivo-motivazionali in prospettiva di miglioramento, il bambino comprenderà che abili si diventa e non si nasce, che apprendere è un processo continuo di cui assumersi la responsabilità; si accorgerà che l‘insegnante è convinta che potrà progredire e avrà più fiducia in sé e nelle sue possibilità future.

In quanto insegnanti, quindi, siamo chiamate/i a chiarire e far comprendere il senso profondo della valutazione anche se viene espressa attraverso un numero e segue le ritualità della scuola. Lo dovremmo fare con leggerezza e senza creare assuefazione, proprio per non rendere questo momento controproducente. Si tratta di un processo che mira a far riconoscere le potenzialità di ciascuno e a far scoprire i passi necessari per svilupparle.

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