Imparare l’italiano giocando

È possibile imparare (e insegnare) l’italiano divertendosi? Dipende forse dalle modalità di approccio? Ecco alcuni modi per far divertire i bambini anche con l’ortografia e la grammatica

di Angela Maltoni11 dicembre 20178 minuti di lettura
Imparare l’italiano giocando | Giunti Scuola
I giochi linguistici sono una vera e propria risorsa e una valida alternativa per insegnare l’italiano e riflettere sull’uso della lingua in modo piacevole. Fin dai primissimi giorni della prima propongo ai miei bambini alcune attività giocose per aiutarli a familiarizzare con la scrittura e la lettura . Come prima cosa appiccico dei cartellini – fissati con il velcro, in modo che possano essere spostati – su tutto ciò che è presente nell’aula, e ogni cartoncino riporta il nome dell’oggetto su cui è posato. Anche il loro nome è molto importante come segno identificativo e trovarlo presente nello spazio aula o sui banchi facilita a riconoscere il proprio e a imparare quello dei compagni.
Sono tanti i giochi che propongo – rime, filastrocche, assonanze –, tuttavia quello che da sempre i bambini mostrano di gradire maggiormente è la suddivisione in lettere e la ricostruzione di nomi nuovi partendo dal proprio. Dopodiché segue, organizzati in piccolo gruppo, la “fusione” delle lettere del nome di ognuno con quelle dei compagni per formare così piccole frasi spesso simpatiche o ridicole. I nomi dei bambini che vengono da lontano nella gran dei casi contengono lettere come “J”, “K”, “W” o “Y” che rendono il gioco un po’ più difficile e al tempo stesso coinvolgente, interessante. Questi semplici anagrammi vengono quindi “registrati” su un cartellone e diventano un piccolo “bagaglio” di conoscenza per tutta la classe.
Sia in prima che nelle classi successive – con difficoltà sempre crescenti – risultano tra i giochi più graditi l’ acrostico e il mesostico . Il punto di partenza è sempre il nome: inizialmente scegliendo parole a caso che comincino con la lettera corrispondente, poi ampliando il lessico fino ad arrivare – più grandi e con l’aiuto del dizionario – a scegliere per ogni lettera parole sempre più attinenti con le quali formare frasi di senso compiuto e piccoli componimenti poetici. Divertenti, anche se con qualche difficoltà in più, i componimenti realizzati in inglese, francese, spagnolo, rumeno e albanese , fatti in piccolo gruppo

 

I nostri “draghi locopei”

 

Di pari passo con la crescita e l’acquisizione di competenze più alte propongo giochi più difficili. Le catene di parole con le lettere finali, ad esempio: da gioco orale – inizialmente –, svolto a mo’ di saluto nell’angolo morbido, diventano esercizi più complicati quando chiedo di utilizzare la sillaba finale. È un sistema valido per acquisire dimestichezza con le parti che compongono le parole e ampliare il lessico. Un libro che uso per queste proposte è I draghi Locopei , di Ersilia Zamboni edito da Einaudi, una sorta di guida per avvicinare i bambini alla riflessione linguistica attraverso attività che li facciano divertire. Recentemente è uscito anche Giocare con le parole , di Simone Fornara e Francesco Giudici per Carocci, con un’ampia gamma di esercizi di ludodidattica.
Solitamente a fine seconda/inizio terza entrano in gioco i tautogrammi , frasi scritte con parole che iniziano tutte con la stessa lettera iniziale. Anche qui, il primo passo consiste nel partire dal nome per arrivare a formare una frase semplice del tipo: “Vallery viaggia verso Venezia”, “Carlo cena con Chiara” oppure “Marco mangia molte merendine mandando messaggi”. Poi, diventando poco alla volta sempre più esperti, arrivano a comporre – aggiungendo solo qualche articolo, avverbio o verbo ausiliare – piccoli testi che solitamente risultano fantasiosi e anche parecchio scherzosi. Un’altra attività coinvolgente, all’inizio praticata per memorizzare l’alfabeto e poi per utilizzarlo in modo creativo, è l’"abbecedario" , una composizione di parole in successione, possibilmente legate tra loro, con alla base le lettere dell’alfabeto. In quest’ultimo periodo, in quinta, i bambini ne stanno creando uno per ogni ricorrenza. Piccoli gruppi di tre/quattro, dopo aver elaborato il proprio abbecedario lo presentano al resto della classe: quello che risulta votato come il più bello viene riscritto, decorato e inserito in uno speciale libretto.

Giochi linguistici e libri per accogliere i più piccoli

 

In quinta solitamente propongo la costruzione di piccoli libri per i futuri bambini di prima. Può sembrare un’attività semplice e scontata: in realtà sono coinvolti dalla progettazione alla scelta dei materiali fino alla realizzazione grafica e all’assemblaggio. Lo scorso ciclo abbiamo lavorato sulla costruzione di alfabetieri che contenessero parole di uso poco comune per invogliare i più piccoli a imparare nuovi vocaboli. Così la “A” è diventata “Africa”, la “B” "begonia”, la “C” “cabina” e così via. Avendo in classe bambini di tante lingue diverse ho pensato di realizzarne uno in lingua spagnola e uno in albanese. Dieci anni fa, invece, sempre in quinta i bambini avevano progettato e realizzato un “memory” delle lingue. Su carte di grande formato erano stati disegnati oggetti di uso comune accompagnati dal nome in italiano e sul retro c’era la traduzione nelle lingue della classe: spagnolo, inglese, francese, arabo, rumeno e albanese.

La grammatica non è più noiosa

Ho l'abitudine, ormai da anni, di proporre “mascherata” da gioco anche la riflessione sulle diverse parti che compongono la frase. In questo mi è molto d’aiuto l’amico “Mago dell’armadio”, che ci “regala” – con cadenza settimanale – una serie di stimoli “guidati”. Per il nome, l’aggettivo, il verbo e così via, Il grande libro della Grammatica di Jennie Maizels e Kate Petty per Mondadori, propone una serie di pagine coloratissime con parole attinenti l’argomento da trattare. Allo stesso scopo ben si presta anche la lettura del libro Attenti al coccodrill o di Tim Warnes per De Agostini, che stimola implicitamente a riflettere e a classificare aggettivi e nomi distinguendo gli uni dagli altri. Il passo successivo è la creazione di un cartellone con piccole sagome di ogni componente della classe – insegnanti comprese – accanto alle quali viene scritta una serie di aggettivi che li rappresentano al meglio. La grammatica è una canzone dolce , di Eric Orsenna per Salani Editore, è stato ed è tuttora uno dei libri più amati nelle mie classi, e capita spesso che mi venga chiesto di rileggerne alcune parti. Negli anni si è rivelato uno strumento molto utile nelle attività grammaticali, originale e fuori dagli schemi rispetto alla noiosa analisi delle parole.
Per la punteggiatura, invece, introduco l’attività con la lettura delle bellissime filastrocche La famiglia Punto-e-virgola di Gianni Rodari. Le leggo una alla volta, illustrando le regole, e i bambini apprendono in modo assolutamente giocoso ricordando le rime delle filastrocche o gli strani protagonisti.

 

Haiku per dividere in sillabe

Un altro modo simpatico e per nulla noioso per consolidare la pratica della divisione in sillabe è l a scrittura di “haiku” . Si tratta di brevi poesie, mutuate dalla tradizione giapponese, formate da tre versi. Le parole che compongono il primo e l’ultimo verso devono essere in totale divisibili in cinque sillabe, il secondo verso in sette sillabe. È facilmente immaginabile quanto i bambini debbano sforzarsi per trovare parole adatte a formare questi piccoli componimenti sia dal punto di vista stilistico che sillabico. Ma è altrettanto inimmaginabile quanto sia affascinante per loro riuscire nell’intento. Inizialmente per appassionarli alla tecnica sono partita dalla lettura dei libri Senza ricetta: nella cucina di Marta di Silvia Geroldi per Bohem Press Italia e Un gatto nero in candeggina finì… di Pino Pace per Notes Edizioni; in un secondo momento li ho divisi in piccolo gruppo in modo che tutti, anche grazie all’aiuto dei compagni, potessero riuscire a realizzarli; solo successivamente il lavoro è diventato individuale. Anche in questo caso, nel tempo abbiamo costruito piccoli libretti contenenti gli “haiku” meglio riuscit i.

Parole, emozioni e poesia

Giocare con le parole è utile anche per fare poesia. Qualche tempo fa ho scoperto in rete – e ho pensato di proporla alla mia classe – una tecnica molto interessate, il caviardage , ovvero la poesia nascosta nelle pagine dei libri. Non è un lavoro semplice ma la proposta è stata accolta con grande entusiasmo e passione. Per prima cosa ho mostrato alcuni caviardage , spiegando che le parole utili a formare il componimento dovevano essere evidenziate mentre le altre andavano cancellate coprendole con righe di pennarello di colore scuro.
La prima volta – lo scorso anno, in quarta – ho dato a tutti la stessa pagina tolta da una vecchia e sdrucita edizione del libro di Carlo Collodi, Pinocchio , spiegando come ognuno potesse trovare le “sue parole” e la “propria poesia” nascosta nel testo. Pian piano sono diventati esperti e ora in quinta hanno realizzato moltissimi caviardage , anche su temi profondi e importanti come la pace, la migrazione, la felicità . Alcuni, corredati di disegno, sono delle vere e proprie piccole opere d’arte.

 
 
 
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