Ascolto, comprendo, partecipo

Educare all’ascolto ed esporre gli apprendenti di L2 a input orali ricchi ma comprensibili è la base indispensabile per la loro partecipazione alle interazioni comunicative. Di Maria Cristina Peccianti. 

di Cristina Peccianti · 04 settembre 2017
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Lingua parlata e lingua scritta

“Verba volant, scripta manent”, dice un famoso detto popolare, denunciando così da parte del senso comune una presunta superiorità della lingua scritta rispetto a quella parlata, che la scuola ha contribuito a rinforzare. Anche se oggi è ormai diffusamente riconosciuto che l’educazione all’ascolto e al parlato costituisce una delle finalità fondamentali in tutti gli ordini di scuola, nella realtà, specie della scuola secondaria (ma non solo), si tende a dare per scontata la competenza orale e si insiste sull’acquisizione di quella scritta, dando poi ad essa un peso prevalente nella valutazione.
Ci sono invece diversi buoni motivi per considerare il parlato in posizione prioritaria rispetto allo scritto: storicamente la lingua parlata viene prima di quella scritta; il bambino impara molto prima a parlare che a scrivere; la comunicazione si effettua soprattutto attraverso il parlato; la lingua parlata dispone di mezzi paralinguistici (gesti, espressioni del viso ecc.) che solo in parte sono trasferibili nella lingua scritta. E, per questi ed altri buoni motivi, è fuori di dubbio che nella didattica di una L2 l’oralità debba essere privilegiata rispetto alla scrittura.

Le caratteristiche di un input comprensibile

Guardando alla scuola, ricordiamo inoltre che l’insegnamento è un processo comunicativo che serve a raggiungere certi scopi didattici e di cui l’insegnante, che si serve per lo più della lingua orale, è il regista. Ciò non significa che insegnante e alunni mantengano nella comunicazione in classe ruoli rigidamente distinti, è anzi auspicabile che ci sia continua collaborazione al fine di rendere più chiari ed efficaci i messaggi, utilizzando (specie nel caso della L2 in cui non c’è completa condivisione del codice verbale) contemporaneamente più codici, da quello iconico a quello gestuale e mimico.
E saranno proprio le diverse caratteristiche dell’input , cioè del materiale linguistico di cui è circondato l’apprendente, in gran parte orale, che contribuiranno in modo sensibile a favorire la comprensione e l’acquisizione di una seconda lingua.
Ecco allora l’importanza di esporre gli alunni stranieri ad un ricco input orale , da parte di tutti gli insegnanti, parlando a loro e con loro, senza mai dimenticare che t ale input deve risultare, almeno in parte, comprensibile , in modo che l’apprendente possa attribuire significato ai suoni percepiti.
Risulta così fondamentale, per tutti gli insegnanti che hanno bambini stranieri in classe, controllare i modi del proprio parlare, seguendo le indicazione di molti ricercatori, che hanno dimostrato che l’utilizzo di un linguaggio semplice da parte dei nativi favorisce la comprensione dei non nativi. E ciò significa:
- parlare più lentamente;
- utilizzare costruzioni sintattiche semplici, con ordine normale degli elementi frasali (soggetto – verbo – oggetto), evitando, al possibile, le subordinate e le frasi ellittiche;
- utilizzare parole comuni, evitando la sinonimia e il linguaggio figurato;
- fare largo uso della ridondanza, ripetendo gli elementi essenziali ed evitando il ricorso ai pronomi o ad altri tipi di sostituenti.

Capire per partecipare

Comprendere gli input orali è fondamentale anche perché condizione inalienabile per partecipare attivamente ai processi comunicativi. Eppure la nostra cultura scolastica, ancora fortemente orientata verso le conoscenze e le aree disciplinari, tende a trascurare l’interattività, con pratiche di interazione verbale generalmente a carattere unidirezionale, con l’insegnante che “ordina” e gli alunni che eseguono, che assegnano a questi ultimi un ruolo passivo all’interno del processo di comunicazione. Tale ruolo passivo, che si ripercuote negativamente sui livelli motivazionali degli alunni e sulle loro produzioni linguistiche, va palesemente e pesantemente a danno dell’apprendimento della L2.
Se il nostro obbiettivo è quello di mettere in grado gli alunni stranieri di comunicare , sviluppando le loro competenze linguistiche e pragmatiche, non dovremmo invece trascurare lo sviluppo di competenze relazionali, che permettano loro di avere rapporti positivi con gli interlocutori, accrescendo la voglia di comunicare.
E parlando di relazione, non dimentichiamo che in uno scambio comunicativo non c’è solo il contenuto, ma anche le relazioni, i sentimenti e le emozioni degli interlocutori.
Con le parole, i gesti, la mimica e i movimenti gli interlocutori trasmettiamo molte informazioni implicite, soprattutto relative ai sentimenti dell’uno verso l’altro: accettazione, affetto, simpatia, rifiuto, disprezzo ecc. E, considerando anche che il valore comunicativo dei gesti, della prossemica, dei silenzi varia nelle diverse culture, nella classe di L2 è necessario fare attenzione a questi aspetti e lavorarci sopra rendendo anche gli alunni consapevoli di ciò che sta oltre le parole.