Scrittura a mano, nuove tecnologie, difficoltà di apprendimento

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Scrittura a mano, nuove tecnologie, difficoltà di apprendimento

Intervista a Benedetto Vertecchi

Benedetto Vertecchi è da tempo impegnato a sottolineare l’importanza della scrittura a mano nella scuola. In questa intervista, ci parla dei risultati delle sue ricerche, del rapporto tra nuove tecnologie ed educazione. 

Scuola senza Zaino

Da tempo sostiene l'importanza di coltivare a scuola la scrittura manuale, sin dai primissimi anni e poi anche in seguito. Per quale motivo e in vista di quali risultati?

Ci sono molte ragioni. Da un lato un numero crescente di insegnanti segnala la difficoltà di scrittura che manifesta un numero crescente di bambini. Dall’altro occorre riflettere sulle indicazioni che provengono dalle numerose ricerche che, un po’ in tutti i Paesi, segnalano il ridursi della capacità dei bambini di coordinare le percezioni con i movimenti. Quando si compiono scelte educative importanti (ed io sono convinto che leggere e scrivere lo siano), non ci si può accontentare di ciò che oggi appare, ma si deve considerare l’evoluzione probabile in un tempo lungo. Leggere e scrivere sono capacità che continueranno a segnare il profilo culturale per l’intero arco della vita.

Un suo recente lavoro, L'alfabeto a rischio, individua nell'uso massiccio di tablet e LIM a scuola la possibilità che i bambini abbiamo problemi e difficoltà nell'apprendimento. Le difficoltà dipendono dal tipo di supporto o dalle nuove tecnologie in generale? Potrebbe darci qualche dettaglio?

Porrei la questione su un altro piano. Non si tratta, infatti, di contrapporre i fautori della tecnologia ai suoi detrattori. Oltretutto, non saprei come mi dovrei considerare, visto che ho incominciato a usare i computer nel 1962, e ho seguito tutto il percorso che dai main frame è passato attraverso la diffusione delle apparecchiature personali fino all’affermazione delle soluzioni di rete. Quello che è evidente è che fino ad oggi gli annunci si sono succeduti agli annunci, le palingenesi promesse sono rimaste tali e solo la memoria corta impedisce di prendere atto che i tempi della tecnologia non vanno d’accordo con quelli dell’educazione: i primi sono sempre più brevi, mentre l’educazione deve tener conto di prospettive che, anche per l’aumento della speranza di vita, sono sempre più lontane. Ciò che ci si deve chiedere è dunque che cosa potrà continuare a costituire un riferimento culturale importante per il seguito della vita, rafforzando l’autonomia delle persone, e che cosa perderà di validità in poco più dello spazio di un mattino. Ho l’impressione che non poche difficoltà di apprendimento, che oggi si tenta di risolvere interpretandole come patologie, siano in realtà conseguenti a un uso di mezzi didattici del quale non ci si preoccupa di analizzare le implicazioni. Non confonderei inoltre la tecnologia (che è una cosa seria, per esempio per le enormi possibilità che offre di approfondire la conoscenza dei fenomeni educativi) con la strumentazione di consumo (che, invece, diffonde suggestioni spesso ideologizzate e sostanzialmente dipendenti da logiche di mercato).

Che tipo di impatto, a suo modo di vedere, hanno le nuove tecnologie nella costruzione e organizzazione del pensiero e nello sviluppo della memoria?

La questione è complessa ma, ridotta a poche parole, consiste in questo: che relazione si stabilisce tra la memoria interna (l’insieme delle rappresentazioni e dei simboli che costituiscono un repertorio disponibile di una certa stabilità) e quella esterna? Non c’è dubbio che le possibilità di accesso alla memoria esterna si siano enormemente dilatate per effetto dello sviluppo tecnologico, ma lo stesso non si può dire per la memoria interna. Il fatto è che dipende da quest’ultima l’accesso alla memoria esterna, che di per sé non ha un’utilità maggiore di quella che avrebbe per un analfabeta la disponibilità di una biblioteca.

Non possiamo tuttavia fare a meno della rete, delle nuove tecnologie (al di là dei supporti). Insomma la scuola si deve confrontare con queste risorse e forse sfruttarne al meglio le potenzialità. In che modo pensa che si possano virtuosamente inserire nel curricolo scolastico?

La domanda contiene già una risposta, che non condivido. Ho già detto che un conto è la tecnologia, un altro il campionario tecnologico che nelle scuole spesso ha finito col mandare in malora dotazioni ben più utili e utilizzabili per tempi lunghi (biblioteche reali, gabinetti per le scienze sperimentali, collezioni naturalistiche, ambienti per la musica e il teatro eccetera). Se ci sono risorse da investire, è a queste dotazioni che si dovrebbe dare la precedenza. Non credo sia inutile ricordare che altrove molte scuole, tra le più accreditate, fanno un uso limitato di strumenti tecnologici (invece della LIM si preferisce usare la squadra e il compasso da lavagna), almeno fin verso i 15 anni, mentre la maggior enfasi è posta sulla qualità delle interazioni, orizzontali e verticali, che si stabiliscono nella scuola.

Che cosa pensa del recente Piano Nazionale Scuola Digitale proposto dal MIUR?

Sarebbe stato più utile un piano per la ricerca educativa, che comprendesse anche uno specifico progetto per l’analisi dei benefici che si sono ricavati dagli investimenti in mezzi tecnologici.

[intervista a cura di N. Scalzi]

Benedetto Vertecchi: 18 Gennaio 2016 Articoli

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