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I pregiudizi dell'apprendimento e i dati delle neuroscienze: che cosa serve ai bambini per consolidare un'abilità? Di Franco Nanni, psicologo. 

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C'è un pregiudizio sull'apprendimento piuttosto radicato: esso sostiene che il bambino debba continuamente esercitarsi nelle abilità scolastiche altrimenti, letteralmente, egli “si dimentica tutto quello che sa fare”. Questa argomentazione porta naturalmente acqua al mulino del massiccio ricorso ai compiti per le vacanze, siano esse natalizie, pasquali o estive. Essa si fonda su una verità, ma ne estende in modo fallace la portata: la verità è che per apprendere una nuova abilità è indubbiamente necessaria una congrua pratica, ovvero la ripetizione di attività che richiedono l'esercizio di quella abilità. La fallacia è invece sostenere che questa ripetizione debba essere indefessa, costante e virtualmente ininterrotta. Qui interviene la paura: la paura del vuoto, dell’oblio, dell'incapacità a contenere a lungo, dentro di sé, certe capacità. Questa paura funge da consigliere occulto nel somministrare esercitazioni su esercitazioni e nell'avere un timor panico di ogni (relativamente) lungo periodo di inattività. Come impeccabilmente ci riferisce Sergio Della Sala nel suo libro Le neuroscienze a scuola (Giunti), è piuttosto vero il contrario: la dilazione nel tempo dell'esercizio di determinate abilità o della ripetizione di determinati contenuti è un fattore efficacissimo, relativamente poco impegnativo, per consolidare quanto si è appreso. Non posso però dimenticare che già negli anni 70 il mio insegnante di pianoforte mi consigliò, con mia grande sorpresa, di chiudere nel cassetto certi brani che stavo studiando e lasciarli lì per un paio di settimane, garantendomi che riprendendoli più avanti essi sarebbero risultati migliorati, e non si sbagliava! Si dovrebbe quindi argomentare, piuttosto, che se una abilità scompare davvero dalla mente di un bambino, non è perché è rimasto inattivo per alcune settimane, ma semplicemente perché quella abilità non era stata correttamente consolidata in precedenza.

Uno sforzo (degli adulti) che serve (ai bambini) 

Ma dunque, che cosa è poi questa paura del vuoto e dell’oblio? A chi appartiene originariamente? Non certo alla fresca onnipotenza del bambino, ma, semmai, al mondo adulto. Ed è il mondo dei grandi a dover compiere uno sforzo per vivere e attraversare questa paura senza tramutarla in azioni. Occorre attraversare questo fiume dell’horror vacui e sbarcare sulla riva della leggerezza. Lasciamo che il bambino possa giocare, correre, costruire castelli di sabbia e scoprire nuovi mondi di esperienza anche per qualche settimana… quello che ha appreso davvero non scomparirà, anzi, lasciato in latenza per qualche tempo e richiamato poi di nuovo alla mente, fungerà da collante per consolidare. Resistiamo a quel piccolo moto di sconforto di constatare che al primo richiamo di qualche abilità essa debba essere in qualche modo ricostruita: le neuroscienze ci insegnano che è proprio questa ricostruzione a consolidare il sapere e il saper fare, mentre il tenersi costantemente in azione è estremamente dispendioso, comporta il rischio del rifiuto, e soprattutto è assai meno efficace.

Leggi anche Neuroscienze a scuola 

Franco Nanni: 28 Maggio 2018 Articoli

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