La differenza di genere

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La differenza di genere fatica ad affermarsi in una scuola che, se da un lato prevede una schiacciante maggioranza di figure educative femminili, dall’altro è chiamata a differenziarsi dai modelli di genere proposti nella nostra società.

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C’è una differenza che è trasversale a tutte le culture: quella tra maschi e femmine. Si tratta di una differenza evidente, legata a un dato fisiologico e cromosomico. Ma le cose, come spesso accade, sono assai più complicate.

Se l’appartenenza di genere è quasi sempre chiara, l’appartenenza sessuale non è definita in modo altrettanto rigido. Omosessualità, transessualità, transgender: non possiamo certo definire tutto ciò che trasgressione dalla norma. Occorre allora ricordare che il campo della differenza di genere ci porta immediatamente a indagare l’ambito delle differenze di orientamento sessuale e di comportamento sessuale, un ambito decisamente assai intricato.

Parlando di bambini e bambine però possiamo considerare tutto ciò come sfondo di riflessione che si traduce in un lavoro quotidiano che ha a che fare prevalentemente con la questione delle identità maschili e femminili. E tutto questo è ulteriormente complicato in una scuola come quella italiana, dell’infanzia e primaria, nella quale la presenza maschile tra i docenti è del tutto marginale.

Raffaele Mantegazza: 29 Agosto 2011 Cultura e pedagogia

Sottovalutare questo problema significa non capire che se il quadrilatero delle identificazioni e delle differenziazioni (maestro-maestra-alunno-alunna) manca di un vertice, ciò non può non influenzare negativamente il gioco delle identità di genere presente nella scuola.

Una maggiore presenza maschile nella Scuola dell’infanzia e primaria, inoltre, permetterebbe un rapporto più ricco e differenziato con le famiglie, che non si riduca a quella specie di mutua confessione tra madri che spesso caratterizza il colloquio madre-maestra.

Il carattere di separatore dell’intimità madre-figlio che è tradizionalmente attribuito al codice maschile, che spezza la diade per complessificare la vicenda educativa, potrebbe portare nella scuola una maggiore complessità di rapporti, non solo affiancando al principio di piacere un principio di realtà, ma al contrario mostrando il lato maschile del principio di piacere e permettendo alle maestre di incarnare il modo specificamente femminile di declinare il principio di realtà.

Questo vale soprattutto per il tema dell’educazione delle bambine confrontata con quella dei bambini.

Educare una bambina è qualcosa di differente dall’educare un maschietto: lo è per noi occidentali, lo è per le culture altre. Ma che cosa fare quando questa differenza si trasforma anche inconsapevolmente in preferenza verso il maschio?

Un confronto tra i modelli educativi nelle diverse culture è qui d’obbligo, come necessario è porsi alcune domande:

  • Come vengono educate le bambine nella cultura tradizionale del Burkina? E in Cile?
  • Quali differenze ci sono tra maschi e femmine a scuola o in famiglia in Cina piuttosto che a Ceylon? E come queste differenze ci aiutano a capire i nostri modelli educativi?
  • Come fanno le ragazzine di altre culture a innamorarsi, a scegliere il partner, a sognare il matrimonio? Quanto la loro scelta è libera? Quanto sono esse padrone del proprio corpo, piuttosto che sottomesse a modelli decisi dai maschi? E quanto lo sono le nostre bambine, sempre più bombardate dalla pubblicità che mostra ragazze magre fino all’anoressia o maggiorate grazie al silicone?

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