Come parlare di povertà a scuola

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Come parlare di povertà a scuola

Oltre il moralismo, verso le buone pratiche

In un società sempre più fondata sulle ingiustizie economiche e sociali, la scuola è chiamata dalla Costituzione a operare in controtendenza, a partire dalle strutture e dalle scelte che condizionano la sua quotidianità.

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Possiamo pure sospettare delle statistiche, ma a volte le cifre dicono molto. Lasciamo allora spazio alle cifre.

Ogni anno:

  • 11 milioni di minori muoiono prima di avere compiuto i 5 anni, a causa di malattie intestinali, polmoniti e malattie prevenibili con semplice vaccinazione come morbillo, pertosse, tetano, difterite, tubercolosi; 
  • 150 milioni di bambini soffrono di malnutrizione; 
  • 123 milioni di bambini non hanno mai frequentato la scuola (la maggioranza sono bambine); 
  • 211 milioni di bambini lavorano; 
  • 600 milioni di bambini, cioè un quarto dei bambini di tutto il mondo vive in condizioni di estrema povertà; 
  • oltre 1 milione di bambini ogni anno sono vittime dei trafficanti, vengono “comprati”, sfruttati e costretti a subire abusi; 
  • 14 milioni di bambini hanno perso la madre, il padre o entrambi i genitori a causa dell’Aids (dati tratti dal sito www.unicef.it).

La povertà rischia di diventare endemica e il concetto di classe sociale non è del tutto sufficiente a descrivere la nuova miseria che attanaglia almeno 1/3 della popolazione mondiale. È di questa povertà globale, frutto delle ingiustizie della globalizzazione e causa delle migrazioni della fine del XX secolo, che la scuola deve parlare. Anche perché la povertà non è qualcosa di esotico e di lontano nel tempo e nello spazio, ma è qui tra noi.

Occorre allora che i bambini sappiano: 

Raffaele Mantegazza: 29 Agosto 2011 Cultura e pedagogia

non attraverso l’uso della povertà come categoria morale (per suscitare insani sensi di colpa), ma attraverso il suo trattamento dentro un sistema educativo che, almeno finché nel nostro Paese sarà in vigore la Costituzione, non può non schierarsi per un mondo nel quale le ingiustizie sociali siano eliminate. Occorre però che la scuola si interroghi seriamente su quanto essa sia stata, in passato e oggi, forse anche suo malgrado, uno strumento di riproduzione e di conferma delle differenze sociali ed economiche.

Nonostante l’art. 3 della Costituzione, spesso la scuola non è riuscita a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Anzi, essa ha semmai accettato (o solo debolmente criticato) proposte che non avevano nulla di pedagogico, provenienti non di rado dalle multinazionali, e che in una parola favorivano l’entrata di pratiche e sensibilità di ordine economicista dentro il recinto dell’educazione e del sapere.

Il contravveleno rispetto a questa invasione è una scuola che ritrovi nella Costituzione il suo testo fondante, pratichi un’educazione che riparta dall’ultimo, dall’escluso, dal reietto e abbia il coraggio di ribadire che educare non significa distribuire merci o beni di consumo (a ciascuno il suo) ma socializzare le conoscenze e le esperienze.

22-12-2010
 

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