Se non lascia il segno non è formazione

Tre parole chiave e quattro attenzioni per una formazione trasformativa di chi insegna nelle classi-mondo. Di Graziella Favaro  

di Redazione GiuntiScuola · 17 ottobre 2018
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Fra le priorità indicate dal Piano di formazione dei docenti, al punto 4.7, vi sono l’integrazione, le competenze di cittadinanza e la cittadinanza globale .  Tutte dimensioni che si riconducono al carattere di pluralità, e dunque di complessità, che i contesti educativi e le comunità locali hanno assunto in questi anni. La scuola, i docenti, i dirigenti scolastici, il personale amministrativo devono poter contare su percorsi formativi che li mettano in grado di agire con consapevolezza ed efficacia nelle situazioni di pluralità. Al fine di poter a loro volta insegnare e trasmettere la difficile arte della convivenza, proporre modalità sufficientemente buone di  convivenza e con-cittadinanza e costruire orizzonti comuni a partire da storie e riferimenti diversi. Possiamo ricondurre questi percorsi a tre parole chiave e individuare diversi destinatari, sia delle attività dirette di formazione, che come fruitori finali e indiretti delle competenze e delle attenzioni attivate.

Tre parole chiave per contesti educativi plurali

La prima parola chiave è integrazione e ha a che fare con le scelte e le competenze professionali specifiche, destinate agli alunni non italiani e da attivare nelle scuole multiculturali (e cioè, in tre quarti delle scuole italiane). Fra queste: le competenze glottodidattiche specialistiche connesse all’italiano L2; la capacità di rilevare i bisogni, e al contempo di riconoscere saperi e conoscenze,  e di adattare e gestire i programmi di studio e i contenuti disciplinari; le modalità di valutazione efficaci, eque e attente ai progressi e alle capacità in ingresso; la capacità di osservare e accompagnare i cammini di apprendimento, sia linguistico, che generale, proponendo traguardi sostenibili; l’espressione di aspettative alte nei confronti di tutti gli alunni  e che si traducano anche in scelte di orientamento non al ribasso.

La seconda parola chiave che indirizza la formazione degli insegnanti nel tempo della pluralità non è specialistica e destinata  solo a chi lavora nelle classi eterogenee, ma riguarda tutti i docenti. L’educazione interculturale si propone di formare cittadini consapevoli, aperti, in grado di agire in maniera efficace e corretta nelle situazioni di pluralità.  L’approccio interculturale non enfatizza le culture e le differenze, ma ne propone una visione aperta, porosa, frutto degli scambi fra uguali e diversi. Ogni cultura si alimenta e vivifica grazie agli scambi e ogni persona la esprime in una maniera singolare e non stereotipata. L’educazione interculturale quindi, più che fornire un “catalogo” delle culture rigido e fisso nel tempo, cerca di rendere fluidi gli spazi e i modi dell’incontro e dello scambio, sottolineando così il prefisso inter dell’approccio interculturale.  E, per fare questo, agisce sulle due dimensioni: quella cognitiva di apertura della mente e delle conoscenze sul mondo  e quella emotiva, attenta allo sviluppo di buone relazioni, del dialogo e di forme di empatia. Un modo concreto di “fare” educazione interculturale nella scuola della pluralità è oggi quello di riconoscere e valorizzare la diversità linguistica presente nelle classi e di riconoscere la diversità linguistica a partire dalle lingue.

Sotto lo stesso cielo

Anche la terza parola chiave riguarda tutti i docenti e tutti gli alunni, considerati come destinatari finali. L’educazione alla cittadinanza globale ( Global Citizenship Education), promossa in origine dall’Unesco, si basa sulla consapevolezza che è necessario sviluppare oggi:

- una coscienza globale, per immaginare e agire per un mondo più sostenibile e inclusivo;

- una competenza globale, per essere cittadini efficaci  e competenti in un mondo, e in un mercato del lavoro,  globalizzati.

La forte connessione e l’interdipendenza che legano i destini e il futuro di Paesi e popoli  diversi, tutti abitanti di un unico pianeta e tutti accolti sotto lo stesso cielo, chiedono di muoversi nella stessa direzione e di preparare cittadini del mondo, con salde radici di appartenenza e uno sguardo che oltrepassa i confini. Come per l’educazione interculturale, non si tratta di una nuova materia di studio, ma di un approccio  di tipo sistemico che sviluppa temi, quali: interdipendenza, responsabilità individuali, rispetto, pace e democrazia, diritti umani, diversità, giustizia sociale ed economica.

Imparare facendo e scambiando: una formazione che trasforma e valorizza

La formazione dei docenti, come, in genere, ogni percorso formativo  in servizio, dovrebbe avere caratteristiche di operatività, riflessioni sull’esperienza, crescita professionale. La formazione efficace infatti:

  • deve essere partecipata . Un percorso formativo efficace deve coinvolgere i destinatari in maniera attiva e diretta. Deve cioè fornire informazioni, conoscenze, riferimenti teorici e culturali, ma anche attivare il protagonismo dei singoli, proporre azioni da sperimentare, promuovere l’osservazione e la ricerca. Dal punto di vista metodologico, si richiama quindi  alle modalità proprie della ricerca-formazione-azione;
  • deve sollecitare riflessioni a partire dalla propria esperienza professionale . La modalità dell’ “imparare facendo e scambiando” è centrale nei percorsi di formazione in servizio. Chi partecipa non è una tabula rasa , ma ha al suo attivo esperienze, consapevolezze e acquisizioni, dubbi e domande che devono essere raccolti, valorizzati, costituire il punto di partenza per un cammino di crescita professionale;
  • deve usare canali differenti e tempi autogestiti. Il tempo dedicato alla formazione in servizio – sempre più ridotto – deve essere utilizzato nella maniera più efficace. Per questo, la formazione deve contare su canali e momenti diversi, ora a distanza, ora in presenza, per consentire la partecipazione più ampia e un uso del tempo efficace;
  • deve essere trasformativa . Chi partecipa alla formazione deve essere disponibile a cambiare; rivedere convincimenti, pratiche e scelte; lasciarsi interrogare da nuove domande e percorrere  strade innovative.

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