I bisogni linguistici: cambiamenti in atto

Il panorama degli alunni stranieri nella scuola italiana sta cambiando, ma i dati dimostrano che i bisogni a cui la scuola è chiamata a rispondere sono sempre quelli di sviluppare, innanzi tutto, un’adeguata competenza linguistica.

di Cristina Peccianti · 31 agosto 2016
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Alberto Burri, Serigrafia 4 . Fonte immagine: Farsetti Arte .

Il nuovo profilo degli alunni stranieri

Il panorama generale degli alunni stranieri nella scuola italiana è oggi molto cambiato. I numeri sono sempre in crescita, ma l’aumento delle presenze è stato minimo nell’ultimo anno (+1,4%), attestando il totale degli alunni stranieri al 9,2% della popolazione scolastica complessiva. I numeri si vanno dunque stabilizzando mentre è in atto un cambiamento importante dell’identità degli alunni con cittadinanza non italiana. Il 55,3% di tutti gli alunni con cittadinanza non italiana è infatti nato in Italia , ed è una percentuale destinata rapidamente ad aumentare se consideriamo che i cosiddetti stranieri di seconda generazione presenti nella scuola dell’infanzia sfiorano l’85%.

Si è invece ridotto, in linea con la riduzione dei flussi migratori, il numero degli alunni neoarrivati, specie nelle fasce d’età più basse; anche se negli ultimi tre anni è tornato a crescere, sia per i ricongiungimenti familiari sia per la nuova realtà dei minori non accompagnati .
Questi ultimi, per lo più maschi con un’età media intorno i sedici anni, sono presenti soprattutto nelle regioni degli arrivi via mare. Molti di essi sfuggono attualmente alla scuola, ma il sistema scuola non può sfuggire alla responsabilità della loro educazione e formazione. Quelli recuperati alla scuola finiscono in maggioranza nella scuola secondaria di primo grado e per la scuola, se il numero ancora molto limitato dovesse aumentare, sarebbe una nuova emergenza didattica . Con loro cadono infatti molti dei parametri con cui si identifica l’alunno preadolescente (anche se di cittadinanza non italiana), in quanto hanno alle spalle esperienze difficili o vite allo sbando totale. E cadono anche le comuni prospettive, dal momento che l’obiettivo prioritario è quello di far acquisire a questi minori competenze spendibili velocemente nel mercato del lavoro e non altro. La scuola si ritroverebbe dunque a dover affrontare questioni organizzative e didattiche del tutto inedite e gli insegnanti si ritroverebbero ancora una volta impreparati, privi di mezzi e di aiuti anche solo per svolgere il compito più attinente alle prerogative della scuola e più immediatamente rispondente ai bisogni dei minori, cioè insegnare loro a capire e parlare l’italiano.

Dai dati INVALSI: le differenze fra italiani e stranieri

Un buon indice della situazione degli alunni stranieri, in termini di sviluppo delle competenze, ci viene offerto dall’ INVALSI che fornisce nei rapporti annuali le differenze di punteggi fra quelli medi ottenuti nelle prove di italiano e di matematica, dagli italiani e dagli stranieri di prima generazione e dagli italiani e stranieri di seconda generazione.
Analizzando le differenze di ciascuna classe oggetto di indagine nell’arco di cinque anni (2012-2016), se ne ricava un quadro poco consolante. In ciascuna classe infatti le differenze, sia per la prima che per la seconda generazione, tendono a mantenersi costanti, con poche oscillazioni che sono generalmente in leggera risalita piuttosto che in discesa, anche se quelle relative alle prove di italiano della prima generazione superano, anche ampiamente, i 20 punti, mentre quelle della seconda generazione si mantengono in genere ben al di sotto. Va meglio in matematica in cui le differenze si assottigliano, per ambedue le generazioni, ma si mantiene, anche in questo caso, un quadro di generale stabilità.

Se poi guardiamo ai tassi relativi alla non ammissione degli alunni alla classe successiva, sempre letti in chiave di differenza fra italiani e stranieri ritroviamo elementi che fanno riflettere. Nei tassi di ripetenza , pur con una leggera flessione, gli stranieri superano ancora gli italiani di 11,6 punti percentuali nella scuola primaria, di 32,1 nella scuola secondaria di primo grado e di ben 40,6 nella scuola secondaria di secondo grado. I numeri parlano chiaro e ci dicono che la scuola, non riuscendo in altri modi a sopperire alla mancanza di competenza linguistica e alle conseguenti lacune nei diversi apprendimenti, ricorre alla ripetenza, strumento di recupero di cui è stata tuttavia dimostrata da anni, con i nativi, tutta l’inefficacia.

Bisogni vecchi e sempre nuovi

Che cosa sta allora accadendo? Perché la scuola non riesce a migliorare le competenze degli alunni stranieri avvicinandoli ai livelli dei coetanei italiani? La risposta non è difficile: la scuola non ha strumenti sufficienti, atti a sviluppare negli alunni stranieri una competenza linguistica in L2 che possa consentire di accedere senza troppi problemi a tutti gli apprendimenti scolastici. I bisogni fondamentali e prioritari sono dunque sempre quelli linguistici , anche se con qualche differenza rispetto al passato.
Fino al 2007-2008, con l’ampia presenza dei neoarrivati, i bisogni più rilevanti degli alunni erano quelli di acquisire urgentemente i mezzi più immediati per la comunicazione quotidiana, uniti a quelli degli insegnanti di superare l’ansia derivante dall’avere davanti dei pesci-bambini. Oggi il bisogno fondamentale degli alunni stranieri, anche se nati in Italia, è invece quello di superare lo stato di deprivazione linguistica e la scuola di ogni ordine e grado è chiamata a rispondervi, con un ruolo importante della scuola materna che potrebbe offrire un ambiente linguistico ricco e articolato, in grado di sopperire alla scarsità di contatti con l’italiano che hanno nella prima infanzia i bambini di famiglie non italofone.

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