In classe con Marcel: i bambini diventano biografi

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La terza puntata del percorso autobiografico è dedicata alla lettura. Leggere è una forma di amicizia sincera, libera, disinteressata, spalanca finestre sul mondo e sollecita il desiderio di scrivere. Anche le storie di altri. Di Duccio Demetrio (Libera Università dell’Autobiografia)

Bambino lettura

Per la terza volta apriamo la porta e accogliamo Marcel Proust. A ragion veduta, perché il grande scrittore, pochi lo sanno, scrisse anche un agile libro, dedicato al suo modo di amare la lettura, dal titolo Sulla lettura. Così come la sua passione per la scrittura – come si è visto nelle puntate precedenti – delle proprie memorie, affidate poi ai volumi della sua “ricerca del tempo perduto” fu a dir poco inarrivabile, anche la frenesia che poneva nel leggere fin da quando era bambino non fu da meno. Ebbe persino ad affermare che “La lettura può diventare una sorta di terapia quando ci aiuta a entrare nelle ragioni profonde del nostro io”. Il libro che subito ci affascina ha il potere di aiutarci a uscire dalla immobilità – dalla “pigrizia”, aggiungeva – poiché questo incontro ci consente di distoglierci da quel vivere monotono che consiste “nel restare alla superficie delle cose in un costante oblio di noi stessi, in una sorta di passività” che non ci consente di continuare a crescere, a pensare, a domandarci chi siamo quale sia la nostra età. Fino al punto da scoprire che senza accorgercene nel corso della vita abbiamo scritto metaforicamente il nostro di Libro. Leggere libri, scegliendoli con cura, equivale a far nascere in noi anche molto precocemente il desiderio di scrivere. Dove la “materia” che subito e in abbondanza abbiamo a portata di mano in ogni momento è la nostra storia: il passato, il presente che scorre e che ci offre spunti per vagheggiare il futuro.

 

La lettura come cura del libro e di noi stessi

Marcel non aveva a disposizione altri oggetti di lettura che fossero diversi dai libri e non avrebbe mai potuto supporre i cambiamenti odierni della forma libro, che oggi si avvale di pagine elettroniche, tablet, altri supporti telematici. Il nostro scrittore invece ci propone di mantenerci fedeli, pur avvalendoci dei mezzi dell’era digitale, al libro così come l’abbiamo ereditato. L’amicizia per i libri si può stringere se garantiamo loro di occuparcene come “cose” da maneggiare con cura. Perché frutto della storia e delle memorie degli autori; perché sono il risultato di tanta fatica creativa; perché dentro i libri che ci piacciono, che andiamo a rileggere ogni tanto come se volessimo ripassare sempre dagli stessi posti per sentirci a casa, c’è qualcosa che ci assomiglia.
Il grande scrittore di romanzi d’avventura, e non solo, Joseph Conrad ebbe ad affermare che “Si legge soltanto una metà del libro, l’altra metà è affare del lettore”. Come accade in tutte le autentiche amicizie, occorre che si scopra man mano la disponibilità ad aiutarsi reciprocamente. La lettura quindi deve tornare a essere un’esperienza concreta e viva a cominciare dalla tattilità del corpo che abbiamo tra le mani, che ci manca quando distrattamente lo smarriamo, che ci chiama perché ha bisogno di noi e noi di lui. Congedandosi dalla nostra classe, Marcel Proust non avrebbe potuto trovare frase migliore della seguente, per spiegarci che leggere ci dà ben più di quello che leggiamo. I suoi effetti collaterali danno origine a sentimenti e a modi di stare al mondo preziosi: pacatezza, raccoglimento interiore, gioia solitaria e voglia di stare in silenzio, senso di protezione verso quanto abbiamo in mano e ha il potere di donarci, suggerirci, educarci: “Fino a quando la lettura rimane l’iniziatrice le cui chiavi magiche aprono per noi nelle profondità di noi stessi la porta delle dimore in cui non avremmo saputo penetrare, il suo ruolo nella nostra vita sarà salutare”.

 

E se diventassimo raccoglitori di storie?

Perché non seguire Marcel anche fuori dalla classe? Del resto gran parte della sua vita la trascorse camminando per le strade di Parigi, lungo le spiagge del mare del nord, passeggiando in boschi e giardini di Francia. Ciò che più lo appassionava era ascoltare le storie, di chiunque. Per questo oltre che uno scrittore e un autobiografo, possiamo ritenerlo un biografo. Dopo aver raccolto questi racconti, aver preso degli appunti, anche con un po’ di immaginazione, le inseriva e incastonava nella sua opera smisurata come in un grande affresco. Che cosa potrebbe insegnarci Proust allora fuori dalla classe? Ad esempio, a chiedere a persone di età e origini diverse di raccontarci qualcosa di sé. A proposito dei luoghi e Paesi da cui provengono, della loro esperienza, dei fatti più importanti della vita. Possiamo ascoltarle e registrare, oppure prendere appunti di quel ci raccontano fissando almeno un paio di appuntamenti. Insomma quanto trascritto e sistemato, ci consentirebbe di “rileggere voci che saranno diventare pagine”.
Un libro in libreria da poco ci può aiutare. È stato pubblicato dalle edizioni Gribaudo, con testi a cura di Antonella Antonelli e Laura Locatelli e illustrato da Monica Bauleo: Nonno, mi racconti di quando eri piccolo? Come si viveva una volta. Le memorie che possiamo salvare in compagnia di Marcel e di questo libro sono innumerevoli: c’è nonna Giuseppina che dava da mangiare ai bachi da seta; c’è Lucia che ci parla degli anni di guerra; c’è Marcello che pascolava i buoi, oppure, l’indimenticabile ricordo di nonno Francesco che ancora ringrazia un amico con il suo stesso nome, il quale gli insegnò ad amare i libri e a comprendere che “aprono la mente, ti rendono libero e ti danno la possibilità di scegliere, ma ti aprono anche il cuore…”, e “a superare anche le tristezze della vita.”

Per saperne di più

Per ripercorrere l'intero percorso dedicato alla pedagogia autobiografica e ispirato a Marcel Proust, leggi le prime due puntate già pubblicate su Sesamo:

 

 

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14 Novembre 2019 Punti di vista

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