In classe con Marcel: per una pedagogia autobiografica

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Prima tappa di un percorso dedicato all’autobiografia, con suggestioni ispirate a Marcel Proust. Di Duccio Demetrio (Libera Università dell’Autobiografia)

Demetrio 1

Questa è la prima di tre puntate dedicate all’educazione a ricordare e alla pedagogia autobiografica. Qui trovate le ragioni e i modi; nella seconda troverete le pratiche di scrittura e nella terza quelle dedicate alla lettura. Un itinerario di suggestioni didattiche ispirate alla Ricerca del tempo perduto (e ritrovato) di Marcel Proust.

La vera vita pienamente vissuta è nella scrittura. Grazie allo scrivere possiamo vedere dentro di noi anche la vita, che dall’esterno, non può essere osservata. Questa contemplazione di me stesso ero ben deciso a non perderla di vista, a fissarla per sempre, ma come? (Marcel Proust)

        

La scrittura autobiografica, del nostro passato o dei momenti del presente che desideriamo non vengano cancellati dall’oblio, educa ad amare i ricordi personali e a interessarsi alle storie altrui. Alle loro biografie. Il valore pedagogico di questo approccio di tipo narrativo è quindi duplice. Da un lato, la “rilettura della propria vita” ci spinge a essere più consapevoli di chi siamo e siamo stati; dall’altro, ci insegna ad ascoltare, comprendere, condividere quanto hanno da raccontarci coloro che incontriamo.

Educare a ricordare

Purtroppo a scuola di solito tali attività si riducono a stimolare occasionalmente le memorie delle bambine e dei bambini. Le sollecitazioni, per lo più a carattere ludico, anche se pur sempre utili, assumono così un andamento discontinuo e sporadico. Si chiede loro di parlare dei primissimi ricordi, dei giorni più belli, i disegnarli o di ricostruirli cercando le parole più adatte a rappresentarli. Oppure di raccontare che cosa hanno fatto, visto, incontrato il giorno prima, in certe circostanze significative della vita famigliare. Fin qui, a ragione veduta si può dire, nulla di nuovo. Le pedagogie attivistiche hanno sempre raccomandato agli insegnanti di non trascurare la cura delle memorie infantili. Soprattutto nella scuola dell’infanzia e nella primaria, quando i ricordi cominciano a essere tradotti in scrittura, sollecitare il racconto di sé è anche un modo immediato e coinvolgente per conoscere più da vicino i propri alunni. Da qualche anno, anche nelle classi italiane, si vanno sperimentando approcci più sistematici e continuativi nel lavorare con le memorie bambine e adolescenziali. Dall’iniziale spontaneità, si vanno affermando percorsi di scrittura di sé più strutturati che danno vita alla sperimentazione di metodi che senz’altro sono coerenti con le finalità di una “pedagogia autobiografica” più matura che via via si arricchisce di molte interessanti esperienze.

  

Una modalità laboratoriale

Infatti non ci si limita più in questi casi a chiacchierare saltuariamente di ricordi vicini o lontani. Si predispongono programmi di lavoro che mettono al centro il ricordare e che si rivelano utilissimi anche per introdurre i ragazzi alla conoscenza delle memorie storiche, sociali e collettive. Si organizzano laboratori all’insegna della più ampia libertà di raccontarsi, di scrivere di sè, di scambiarsi letture, sospendendo come docenti – in questi momenti – ogni assillo di carattere valutativo. Si tratta di laboratori quindi dove è indispensabile che a ciascuno sia data la possibilità di esprimersi nelle maniere più creative. Pur sempre in una cornice appunto autobiografica: rispetto alla quale è superfluo aggiungere che ci troviamo dinanzi a scritture di realtà e non di finzione, fantasia o immaginazione. La vita vissuta, in tutte le sue manifestazioni, è l’argomento prioritario, il fil rouge di ogni punto di vista che si riconduca al pensiero e alle pratiche autobiografiche.

 

Quattro ragioni per le pratiche autobiografiche dei bambini

Quattro sono le finalità educative e i motivi prevalenti che animano questi percorsi, ciascuno dei quali è declinabile in obiettivi specifici.

1. La scrittura autobiografica sollecita a rievocare, descrivere, riflettere

Al primo posto possiamo collocare il rapporto tra l’esercizio dello scrivere su di sé e i processi cognitivi individuali, che accende lo scrivere autobiograficamente in merito alle tipologie di memoria (sensoriali, episodiche, affettive…) e ai procedimenti rievocativi di carattere descrittivo, riflessivo, interpretativo…

2. La scrittura autobiografica mette in comunicazione con gli altri e aiuta a condividere

Al secondo posto collochiamo gli aspetti relazionali. La scrittura venne inventata per condividere, comunicare, memorizzare e salvare le storie.

3. La scrittura autobiografica sviluppa l’intelligenza emotiva

Al terzo posto, occorre collocare gli aspetti emotivi: e cioè l’attenzione dovuta prima di tutto al fatto che scrivere di sé è già o dovrebbe sempre essere un’emozione di carattere introspettivo, nel cercare di dare una forma ai propri sentimenti, alle sensazioni di felicità, gioia, serenità, oppure ai malesseri, ai traumi piccoli e grandi, alle mancanze interiori e non soltanto.

4. La scrittura autobiografica potenzia la capacità narrativa

Infine, dopo tanto lavoro sui ricordi e su di sé, occorre che la scrittura ritrovi la via della costruzione di storie plausibili, ispirate ai fatti cui si è assistito. Sceneggiandoli, scoprendo i poteri del linguaggio, la ricerca della trama, delle varietà lessicali a disposizione per imparare a raccontarsi anche agli altri.

 

Nella seconda puntata, tali obiettivi educativi verranno declinati anche sulla base delle suggestioni tratte da alcune pagine del grande scrittore francese Marcel Proust.

Gioco dell’oca autobiografico, in G. Favaro (a cura di), Alfabeti interculturali, Guerini, Milano

  

 

 

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