Il gruppo come strumento di lavoro: la comunicazione interpersonale a scuola

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Il gruppo come strumento di lavoro: la comunicazione interpersonale a scuola

Il passo più difficile è passare dal classico paradigma della "linearità" a quello, più attuale, della "complessità", arrivando a intrecciare logiche contrapposte. Ecco perché la cura delle relazioni nel gruppo educativo diventa sempre più fondamentale. Di Cinzia Mion

Gruppo Educativo

Per poter cominciare con il piede giusto una riflessione su questa tematica ritengo indispensabile approfondire prima il paradigma culturale in cui oggi ci ritroviamo a vivere, convivere, confrontarci, confliggere, sopportarci, supportarci, riappacificarci, eccetera. Un paradigma culturale è dato dalle lenti con cui guardiamo il mondo, lo interpretiamo, lo valutiamo, creiamo dei nessi e delle relazioni tra i fatti,ecc. Proveniamo tutti dal paradigma culturale precedente, detto della “linearità”, che obbediva alla logica “binaria” per cui ci eravamo abituati a considerare la “o” escludente fondamentale: o vero o falso, o giusto o sbagliato; o bianco o nero, eccetera.

Ormai da parecchio tempo però il paradigma è cambiato: ci ritroviamo infatti all’interno di quello della “complessità” che ha sposato la “multilogica e la multidimensionalità” (Edgar Morin) come pilastri interpretativi. Ciò significa che dobbiamo prendere in considerazione “e” questo “e” quello, fino ad arrivare ad intrecciare le logiche contrapposte. Per esempio se vogliamo lavorare all’interno dell’intercultura dovremo coniugare il valore freddo del diritto che parla di “uguaglianza” con il valore caldo dell’appartenenza e dell’identità che parla di “differenza”.

Tutto ciò fa assumere una grande importanza alla “riflessività” e alla “parzialità del punto di vista”. Risulta subito evidente come questa premessa sia fondamentale per ogni discorso che riguardi la comunicazione interpersonale e soprattutto quella tra adulti all’interno del luogo di lavoro.

Nella scuola

Nella scuola aver “cura” delle relazioni, all’interno del gruppo come strumento di lavoro, diventa sempre più essenziale, dato il continuo ed inarrestabile cambiamento delle bambine e dei bambini in quest’epoca frenetica, caratterizzata soprattutto da una digitalizzazione troppo precoce che, per i bambini 0-6, possiamo definire selvaggia. A fronte poi di una genitorialità fragile, adolescenziale (Massimo Ammaniti” La famiglia adolescente”), dentro ad una famiglia sempre più affettiva e poco normativa, la cura dei bambini diventa più problematica, tenendo conto anche del fatto che il numero per sezione è rimasto inalterato nel tempo ed oggi onestamente troppo alto.

Educatrici e docenti a volte risultano un po’ spaesati e nella ricerca di costituire un “argine” o un  “accompagnamento adeguato”  a tale situazione, possono entrare in conflitto tra loro ed esplicitare disaccordo nella modalità di gestione dei gruppi di bambini e non solo. Possono anche, per evitare di incrinare i rapporti amicali, far finta di niente e non cercare di affrontare la situazione, magari chiedendo una formazione ad hoc.

Il modello psicosociale

La formazione psicosociale, che personalmente ho consolidato presso lo studio di Analisi Psicosociale di Milano, mi induce a prendere in considerazione innanzitutto tale modello che si rifà alla psicoanalisi di M. Klein, da cui ricava utilissime e originali “chiavi di lettura”.La prima è quella della doppia pulsione, libidica e destrudica, ovvero di “amore” ed “odio” che caratterizza ogni bambino alla nascita. La funzione però indicativa della ricerca della propria sopravvivenza, da parte del bambino, spaventato dalla propria distruttività, è il ben noto meccanismo di scissione. Scissione iniziale in seno-buono/seno-cattivo, meglio interpretata come madre-presente/madre-assente, che per un po’ permette al bambino di veicolare verso la madre assente la propria pulsione di aggressività, preservando la madre cosiddetta “buona”.

La scissione

Questo meccanismo di scissione è ascrivibile ad un arcaico e biologico schema amico-nemico, residuo dell’evoluzione, per cui se un animale scambia un nemico per un amico ci rimette la vita, se scambia un amico per  un nemico ci rimette la “specie”. Il bambino esce da questa posizione “schizoparanoide” accettando che la madre è “una” sola e che è lui che ama ed odia all’interno della sua “ambivalenza”. Non è questa la sede per approfondire, ed infatti ho presentato una semplificazione del modello direi quasi “inammissibile”, ma l’importante è cogliere il senso fondamentale di tale impostazione. L’accettazione della propria ambivalenza non è detto che sia raggiunta una volta per sempre. La scissione infatti ricompare ogni volta che ci viene richiesta la fatica di” riflettere” di fronte ad eventuali conflitti.

Disaccordo e confronto

I conflitti non sono il “male” delle relazioni, a patto che il conflitto venga esplicitato ed affrontato e diventi un “disaccordo” da cui dovrebbe scaturire un “confronto”. Qui si appalesa allora l’importanza di superare la scissione, di cui sopra, perché non esiste una persona completamente “buona” ed una completamente “cattiva” rispetto alle quali schierarci acriticamente. Esistono pregi e difetti, comportamenti da approvare e comportamenti da rivedere e le persone “tutte” sono portatrici di entrambi. Ecco il frutto della complessità: prendere in considerazione tutti gli aspetti, “coniugandoli non scindendoli”, ed accettando la “parzialità” del proprio punto di vista, ascoltando veramente l’altro nelle sue legittime ragioni (Marianella Sclavi “L’arte di ascoltare”).

Questa consapevolezza, molto fermentativa e portatrice di “qualità”, porta ad affrontare i dialoghi di riflessione, all’interno delle comunità di pratica professionale, in modo corretto e utile alla crescita di tutti gli adulti coinvolti.

 

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Cinzia Mion: 14 Marzo 2019 Articoli

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