Disabilità e caos: la solitudine degli insegnanti

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Disabilità e caos: la solitudine degli insegnanti

Nella nostra scuola accade spesso che i docenti si trovino ad affrontare situazioni difficili, comprese quelle riguardanti le classi con allievi dai bisogni educativi speciali, senza sentirsi adeguatamente preparati ad affrontarle. Ecco alcune testimonianze e proposte. 

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Nella nostra scuola accade spesso, se non sistematicamente, che i docenti si trovino ad affrontare situazioni difficili, comprese quelle riguardanti le classi con allievi dai bisogni educativi speciali, senza sentirsi adeguatamente preparati ad affrontarle. La loro legittima richiesta di essere sostenuti dalle istituzioni rimane spesso senza risposta, inducendo sentimenti di solitudine, smarrimento, fatica, impotenza, rabbia, ma anche desiderio di cambiamento.

Durante un percorso formativo ho proposto agli insegnanti corsisti, laureati in varie discipline, prevalentemente donne, con molti anni di precariato alle spalle in diversi ordini di scuola, di rispondere per iscritto alla consegna: «Racconta il tuo incontro con uno o più allievi “difficili”; analizza la storia che hai raccontato; immagina di progettare alternative in una “scuola ideale”».
Alcuni di loro hanno scelto di narrare l’incontro con bambini o adolescenti dai bisogni educativi speciali.  La stessa consegna è stata poi proposta dagli stessi corsisti ad insegnanti di ruolo, che hanno attinto alla memoria dei loro primi anni da precari per narrare l’esperienza del “sostegno”. 

I racconti – frutto di quel “pensiero narrativo” che ci permette continuamente di dare senso alle nostre azioni, collocando il Sé, personale e professionale, entro una trama individuale e insieme intrisa di cultura, strutturata e stratificata ma anche aperta a nuove spiegazioni e possibilità (Bruner, 1990; 2002) – sono stati utilizzati come risorse per attivare la riflessività del gruppo. Qui proverò a sintetizzare e commentare alcuni degli elementi emersi, citando brani del corpus testuale raccolto nei quali è evidente la capacità di chi scrive di mettersi in gioco e in discussione.

ASPETTATIVE DI NORMALITÀ E ANSIA

Ciascun docente si accinge ad iniziare una nuova avventura formativa con delle aspettative di sufficiente “normalità”, attendendosi di poter svolgere un lavoro per il quale ha acquisito competenze. Ma il lavoro degli insegnanti è sempre impegnativo e intrinsecamente rischioso, proprio perché ad alto tasso di relazionalità e, quindi, con un’ampia componente discrezionale, intrinsecamente ansiogena (Blandino, 2008). Nel caso in cui uno o più allievi manifestino bisogni educativi speciali la relazione è oggettivamente più difficile da gestire. A volte essa è percepita come troppo difficile da gestire, caotica, impossibile da portare avanti, tanto da condurre a volte l’insegnante ad un diffuso malessere e l’allievo ad ulteriori difficoltà. Che cos’è che può far sentire il clima di una classe ingovernabile per l’insegnante e insopportabile per l’allievo? E perché a volte proprio gli allievi con bisogni educativi speciali possono essere percepiti come “portatori di caos”?

Ecco una docente che esprime bene il senso di delusione che scaturisce dall’incontro con una classe che non corrisponde alle aspettative di “normalità” e mette in crisi il suo senso di sicurezza professionale: 

«Ogni insegnante iniziando l’anno scolastico si augura di entrare in classe e di incontrare una scolaresca che corrisponda alle proprie aspettative. Questa speranza talvolta viene disattesa dalla presenza di un ragazzo “diverso”, un ragazzo diversamente abile che al primo impatto gli crea motivo di ansia, di preoccupazione. Tale stato d’animo non è generato da un preconcetto rifiuto del “diverso”, ma dal timore di non essere in grado di assolvere al proprio compito, di poter dare veramente un aiuto costruttivo». 

 

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Santa Parrello (Dipartimento di Studi Umanistici, Università degli Studi di Napoli “Federico II”): 19 Dicembre 2016 Casi, Disabilità, Relazioni

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