Dislessia "fai da te": un intervento su caso singolo

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Dislessia "fai da te": un intervento su caso singolo

La legge 170/2010 conferisce alle scuole un ruolo di primo piano nell'individuazione dei casi di DSA, ma spesso questo non accade. Come nel caso di Grazia, una bambina di 7 anni, la cui dislessia è stata individuata dal personale psico-pedagogico di un IPAB. La struttura ha seguito la bambina e il percorso ha dato buoni risultati.
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La dislessia è oggi uno dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento maggiormente indagati. Prova ne sono la ricca letteratura scientifica esistente, le associazioni fondate con lo scopo di intervenire preventivamente e i vari siti che affollano internet dispensando consigli su come diagnosticarla e intervenire.

La scuola, nella figura dell’insegnante, riveste un ruolo fondamentale nell’individuare i bambini con sospetto di DSA, in special modo alla luce della legge 170 dell’8 ottobre 2010, messa a punto per tentare di arginare il problema e intervenendo con provvedimenti dispensativi e compensativi di flessibilità didattica e mantenendo un filo diretto con la famiglia dello studente con DSA.

Ma spesso le scuole, per i motivi più svariati, non hanno la possibilità di usufruire di tale legge, perciò di fronte ai numerosi sospetti di DSA devono limitarsi a far spallucce ed invitare i genitori, se disponibili, a rivolgersi alle ASL o privatamente ad uno specialista.

 

IL CASO: GRAZIA G 

 

Grazia è una bambina di 7 anni, frequenta la seconda elementare di una scuola della città di Catania e, a causa di un contesto familiare svantaggiato, è inserita in regime di semi-convitto all’interno di un IPAB (Istituto di pubblica assistenza e beneficenza) dove viene accolta per il pranzo e dove trascorre il pomeriggio in compagnia di un educatore e spesso di un tirocinante proveniente dalla Facoltà Scienze della Formazione, che aiutano lei ed altri bambini, nell’espletamento dei compiti e in varie attività ludico-ricreative. 

All’interno dell’IPAB è presente un’equipe socio-psico-pedagogica che si prende carico dei bambini maggiormente problematici. Grazia, come già accennato, vive all’interno di un contesto socio-culturale svantaggiato, caratterizzato da una famiglia allargata con insufficienti mezzi economici. La bambina è esposta a litigi e atti violenti all’interno della famiglia dove si rileva l’assenza di cure, di regole e di igiene, di tempi e luoghi per le varie attività quotidiane, ma soprattutto vi è l’assenza di continuità tra l’atteggiamento della scuola riguardo all’impegno e alla trasmissione di determinati valori e l’atteggiamento della famiglia sprezzante e sorda verso qualsiasi input proveniente dalla scuola. Le richieste di quest’ultima non vengono tenute in considerazione e i risultati ottenuti non vengono apprezzati e valorizzati.

Ciò nonostante Grazia è una bambina apparentemente serena, desiderosa di apprendere, manifesta costantemente il bisogno di cure e attenzioni da parte degli educatori presenti in struttura. L’equipe neuropsichiatrica della ASL che ha escluso handicap sensoriale, motorio e mentale, nonché disturbi emotivi, confermando un’intelligenza nella norma. La scuola che frequenta non è stata messa nelle condizioni di poter usufruire dei vantaggi che la legge 170 dovrebbe offrire; Grazia, dal punto di vista didattico, presenta dei voti a livello della sufficienza in tutte le materie, ad esclusione dell’Italiano dove non raggiunge neanche la sufficienza; l’insegnante, consapevole della situazione familiare, ci riferisce alcune difficoltà di lettura tipiche della dislessia.

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Concetta Pirrone, Alessia Papa (Università di Catania): 03 Marzo 2013 Casi, Intervento, Valutazione

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