Che intenzioni ha il Mosè di Michelangiolo?

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Prestare attenzione al modo in cui stiamo interpretando qualcosa, al come guardiamo il mondo e non solo al che cosa guardiamo, diviene un preziosissimo strumento per conoscere noi stessi. Di Claudia Casini
mose michelangelo claudia casini

Michelangiolo Buonarroti ha scolpito il Mosè, che si trova a Roma nella Basilica di San Pietro in Vicoli. L’imponente scultura marmorea raffigura il profeta seduto, con le tavole della Legge poste in modo rovesciato sotto al braccio destro, mentre con la mano destra si tira la lunga barba. Il volto, crucciato e incollerito, è rivolto verso sinistra.

Coerentemente con la narrazione biblica, molti storici dell’arte hanno ritenuto che l’artista abbia rappresentato l’indignazione di Mosè mentre sta per far esplodere la propria rabbia di fronte all’infedeltà del suo popolo, che aveva costruito un idolo (il vitello d’oro) da adorare durante la sua assenza.

Il parere di Freud

 

Un grandissimo estimatore del Mosè è stato niente meno che il padre della psicoanalisi, Sigmund Freud. Egli addirittura confessò che «nessuna altra statua ha mai prodotto in me impressione più forte» e gli dedicò un’approfondita analisi nell’articolo Der Moses des Michelangelo, pubblicato nel 1914 nella rivista Imago.

La lettura di Freud è diversa da quella sopracitata. Egli sostiene che Michelangiolo abbia voluto rappresentare Mosè mentre sta arginando la propria rabbia in nome dell’alto compito al quale Dio lo aveva chiamato (fondare il popolo di Israele). Dunque, «egli voleva, dimentico delle tavole, balzare in piedi e vendicarsi; ma la tentazione è stata superata, egli continuerà a stare seduto frenando la collera […]. Non getterà via le tavole […] proprio per salvarle ha frenato la sua passione».

Chi ha ragione?

 

Probabilmente non esiste una risposta esatta, a meno di chiedere, proprio come lo stesso Michelangiolo sembra aver fatto, direttamente al Mosè: perché non parli?

Possiamo però porci un’altra domanda: perché Freud dà al Mosè un’interpretazione simile? Alcune “letture della lettura” di Freud sostengono che quest’ultimo si sia immedesimato in Mosè e che quindi il suo modo di interpretarne le intenzioni sia stato mosso da tale identificazione. Infatti, proprio nel periodo in cui Freud si interrogava sul Mosè, all’interno della Società psicoanalitica si stavano verificando delle importanti fratture, in particolare quella con Carl Gustav Jung. Freud, quindi, come Mosè si sentiva tradito, ma in nome di qualcosa di più grande stava cercando di dominare la propria rabbia.

Che cosa dice di noi il modo in cui interpretiamo un’opera d’arte?

 

Proprio Freud sostiene che «l’identificazione è la più primitiva e originaria forma di legame emotivo». Più in generale, quando guardiamo un’opera d’arte, la sua interpretazione non può prescindere dal nostro modo di vedere il mondo. Non è un caso che siano stati ideati numerosi “test proiettivi”, ovvero strumenti psicologici caratterizzati da stimoli ambigui (il più famoso è il Test di Rorschach): la descrizione dell’immagine darebbe informazioni sulla personalità del soggetto che la descrive. Al di là degli importanti dibattiti sull’attendibilità e la validità di tali metodi, se ciò che ci interessa non è “la risposta giusta” (sempre che possa esisterne una), allora qualsiasi lettura si dia di qualsiasi opera d’arte può fornirci importantissime indicazioni su di noi. Nel presentare ai propri studenti un’opera, dunque, può essere molto stimolante interrogarsi non solo sul contenuto della stessa, ma anche su ciò che i ragazzi e le ragazze vedono in essa e su che cosa racconta di loro stessi quella lettura.

Infatti, prestare attenzione al modo in cui stiamo interpretando qualcosa, al come guardiamo il mondo e non solo al che cosa guardiamo, diviene un preziosissimo strumento per conoscere noi stessi.

Quindi, potreste chiedere ai vostri studenti: “Secondo voi Mosè sta per scagliare le tavole della Legge preso dall’ira, o sta cercando di dominare la sua ira, o ha altre intenzioni ancora? E la risposta che date, che cosa dice di voi?”.

 

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