Voti e didattica. La parola a Benedetto Vertecchi

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Voti e didattica. La parola a Benedetto Vertecchi

Numeri o lettere nella valutazione del primo ciclo? La questione, del tutto mal posta, dell’alternativa fra espressioni verbali e numeri (ma potremmo aggiungere qualunque altro tipo di simboli), è un segno evidente della mancanza di consapevolezza circa il ruolo che nell’educazione assume l’espressione dei giudizi. Il parere del pedagogista Benedetto Vertecchi. 

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Con tutta probabilità a partire dal prossimo anno scolastico gli alunni del primo ciclo saranno valutati tramite lettere e non più con il voto numerico. Che cosa pensa di questa proposta?

Mi sembra l’ennesima prova della leggerezza con la quale si affrontano i problemi della scuola. Sono passati quasi quarant’anni da quando una legge del 1977 (n. 517) aveva abolito nella scuola dell’obbligo le valutazioni numeriche. Da allora è stato un succedersi di interventi: ora correttivi delle disposizioni del momento, ora restaurativi di pratiche già note ma per qualche ragione abbandonate. C’è una differenza sostanziale fra le disposizioni della legge del 1977 e la lunga serie dei provvedimenti successivi. Quella legge costituiva il punto di approdo di una molteplicità di esperienze, che avevano visto impegnati tanti insegnanti, e il cui comune intento era di superare stili valutativi che potessero, invece che assecondare, far da ostacolo alla piena fruizione dell’educazione di base. Gli interventi successivi non hanno avuto la medesima consistenza, né dal punto di vista politico, né da quello didattico-metodologico. Hanno semplicemente ammiccato ora a questa, ora a quella richiesta di insegnanti che, uti singuli o a gruppi, esprimevano disagio per adempimenti che apparivano sempre più poveri di significato. E non ci si sarebbe potuto attendere altro, se si considera che a tanto fervore di interventi normativi non corrispondeva un impegno che, in senso sincronico, desse conto delle pratiche valutative per le caratteristiche che avevano effettivamente assunto e, in senso diacronico, della relazione che si andava definendo tra didattica e valutazione in un contesto nel quale, a dispetto di quanto ossessivamente si andava ripetendo, l’autonomia delle decisioni delle scuole si riduceva di continuo. E la valutazione ne era proprio l’esempio: una funzione che in altri momenti aveva sollecitato al massimo la responsabilità degli insegnanti e delle scuole, si era progressivamente trasformata nel cavallo di Troia attraverso il quale una pluralità di soggetti esterni all’educazione formale, dai mezzi di comunicazione alle organizzazioni produttive, faceva penetrare nella scuola concezioni a essa estranee e il più delle volte incompatibili con la logica dell’educazione.

La scuola italiana aveva già sperimentato la valutazione tramite lettere, per tornare poi ai voti. Si tratta solo di un tornare indietro oppure questo cambiamento ha oggi un valore culturale diverso rispetto al passato?

Dicevo, poco fa, che i provvedimenti che si sono succeduti non sono derivati da considerazioni che facessero riferimento a una base conoscitiva. La questione, del tutto mal posta, dell’alternativa fra espressioni verbali e numeri (ma potremmo aggiungere qualunque altro tipo di simboli), è un segno evidente della mancanza di consapevolezza circa il ruolo che nell’educazione assume l’espressione dei giudizi. Ridotto all’estremo, il problema è se porre alla base della valutazione una scala comparativa o se usare le informazioni che si ottengono attraverso pratiche valutative a fini di qualificazione dei processi. Nel primo caso, non c’è differenza fra numeri, lettere, aggettivi: si tratta solo di espedienti per stabilire una graduatoria. Se si riflette sulla relazione fra educazione e valutazione, la questione è molto più complicata e certamente soluzioni come quelle che si continuano a proporre lasciano il tempo che trovano.

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