La lingua in rete

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La lingua in rete

Intervista a Vera Gheno

Vera Gheno, social media manager all'Accademia della Crusca, ci parla di lingua italiana e social network, di creatività linguistica, dello “scrivere chiaro” a scuola e per la scuola.  

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Social-media-communication

Lei di formazione è linguista, esperta di social network e comunicazione in rete. Lavora come social media manager all'Accademia della Crusca. Che tipo di avventure si trova a vivere lingua italiana nei social, in questi tempi? E con quali risultati?

Io mi occupo in particolare di Twitter, mentre la mia collega Stefania Iannizzotto segue Facebook. Ogni giorno, ci troviamo a contatto con un pubblico molto ampio e variegato: si va dall’esperto del settore all’amante della nostra lingua, dal ragazzino della scuola primaria al pensionato curioso… la lingua di queste persone è altrettanto varia. Diciamo che ci troviamo davanti tutto lo spettro dell’italiano, da quello popolare a quello aulico. La lingua italiana, in parte, appare capace di adattarsi alle esigenze dei canali di comunicazione mediati dal computer, e in parte manifesta le varie criticità note agli addetti ai lavori, come l’ampia diffusione di incertezze ortografiche. Da questo punto di vista, stare sui social network è un’avventura continua: non sai mai esattamente cosa ti troverai davanti.

Tra i suoi interessi di lavoro e di ricerca c'è quello della divulgazione nella cosiddetta era digitale. Cinque errori da evitare e cinque consigli utili per gli insegnanti che cercano buone risorse sul Web.

Errori: 1) Mai fermarsi al primo risultato di Google, perché non è sempre il migliore. 2) Prima di divulgare una notizia – magari una di quelle che ci hanno colpito “alla pancia” – verificarne la veridicità. 3) Mai scrivere sui social cose che non vorresti far sapere a qualcuno, per quanto questo qualcuno possa essere lontano dalla tua rete di conoscenze. 4) Perfino le grandi testate cadono talvolta vittime delle false notizie: non prenderle per oro colato. 5) Non rispondere alla violenza verbale con altra violenza verbale: discutere con i cosiddetti troll è in linea di massima una perdita di tempo, non cambieranno mai idea.

Consigli: 1) Affidarsi ai “grandi nomi” della nostra tradizione culturale (Crusca, Treccani, La Dante, ecc.) piuttosto che ai blog di appassionati. 2) Imparare a ottimizzare le ricerche via Google usando i vari “trucchi” del motore di ricerca (per esempio, Google non fa differenza tra maiuscole e minuscole, non indicizza le parole semanticamente vuote come pronomi, articoli, preposizioni, congiunzioni, ecc.). 3) In caso di informazioni che sollevano qualche dubbio di veridicità, controllare su BUTAC (Bufale un tanto al chilo) o sul servizio antibufala di Paolo Attivissimo (www.attivissimo.net) se quella particolare notizia è già stata per caso presa in esame. 4) Per informazioni su grafia e pronuncia, consultare la fonte più prescrittiva di tutte: il DOP, Dizionario di Ortografia e Pronunzia (www.dizionario.rai.it). 5) Tenere sempre sotto mano un dizionario valido: io suggerisco ad esempio dizionario.internazionale.it (Il Nuovo De Mauro).

Negli ultimi tempi si è parlato molto delle consulenze dell'Accademia della Crusca e di lei, come autrice di un post sulla famigerata questione della parola "petaloso". Le chiediamo una definizione di "creatività linguistica”.

La creatività linguistica è una caratteristica naturale delle lingue “sane”: una lingua in buona salute si arricchisce di parole nuove, mentre altre parole escono dall’uso e, alla fine, “muoiono”. Questo processo è regolare e non impensierisce i linguisti. I meccanismi di creazione delle nuove parole sono vari e spesso non prevedibili; il “padre” di una parola potrebbe anche essere un bambino di otto anni, non è affatto impossibile. Le parole, per un linguista, non sono né belle né brutte, di per sé: sono semplicemente parole. Sappiamo che in ogni caso i processi di arricchimento linguistico non possono essere forzati: saranno i parlanti, e solo i parlanti, a decidere se quella parola serve oppure no. Diciamo che i parametri per l’ingresso di una parola nel lessico dell’italiano solitamente sono questi: la sua utilità, il suo impiego da parte di molte persone, la sua persistenza nell’uso.

Ancora attualità e… viralità. Uno degli articoli più "cliccati" di questa settimana è il pezzo di Galli Della Loggia sul "calvario linguistico" dei neoassunti alle prese con l'autovalutazione. Certo l'esigenza di un parlar chiaro da parte dei documenti ministeriali è sentita da tutti. Nello stesso tempo, dietro alcune parole molto utilizzate oggi, spesso in maniera scorretta ("competenze", "valutazione", "autovalutazione"), ci sono anni di pensiero e ricerca educativa, oltre che di politica scolastica. Lei ritiene possibile una convivenza più serena e costruttiva tra chiarezza dei testi e parole della scuola e per la scuola? Da dove si può cominciare?

Da quello che ho visto del documento, il problema non risiede nei concetti, nelle parole-chiave, ma nelle strutture sintattiche, nelle scelte semantiche, che non sembrano incentrate sulla chiarezza della comunicazione. Io ritengo che documenti come questo dovrebbero dare un esempio virtuoso di comunicazione incentrata sul ricevente, e che su questo fronte ci sia possibilità di miglioramento - che, di sicuro, contribuirebbe anche a rendere più sereni e costruttivi i rapporti tra ministeri e personale scolastico. Scrivere chiaro non è semplice, ma, con un po’ di sforzo, si può fare.

[intervista a cura di E. Frontaloni]

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