Giappone, l'Inglese nelle primarie è una questione controversa

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Giappone, l'Inglese nelle primarie è una questione controversa

Secondo alcuni esperti, introdurre un alfabeto completamente diverso da quello giapponese confonderebbe gli studenti. Per il momento, in Giappone trovare qualcuno che sappia parlare la lingua prontamente e all’occorrenza è ancora abbastanza raro. Di Eleonora Blundo, PLS, Tokyo, traduttrice ed esperta di cultura giapponese.

giappone bambini

Uno degli stereotipi più diffusi sui giapponesi è il rapporto difficoltoso che questi hanno con le lingue straniere ed in particolare l’inglese. Una realtà che non è poi così lontana dalla nostra e che sembra in parte dovuta all’attuale sistema scolastico vigente.

Più che di un’avversione verso le lingue, si tratta di un’abitudine mancata, le cui origini vanno forse rintracciate nella storia di questo Paese. Infatti, in Giappone, gli anni che si susseguono dal 1641 al 1854 sono conosciuti come quelli del sakoku, un periodo di isolazionismo e di severe restrizioni commerciali che disciplinavano l’entrata e l’uscita dal Paese, tanto per gli stranieri quanto per i giapponesi. Uno dei motivi principali di questa chiusura era l’influenza coloniale e religiosa della Spagna e del Portogallo, considerati una minaccia per il sistema politico allora vigente.

Favorito dalla sua geografia insulare e da una lingua complessa, il Giappone è rimasto per molti anni inaccessibile, per cui gli abitanti non hanno mai avvertito l’esigenza di studiare altre lingue oltre la propria. Oggigiorno, l’idea di una società globale sempre più dilagante ha in parte cambiato le tendenze di un Paese ancora molto conservatore. Il Giappone dimostra giorno dopo giorno, in quasi tutti i contesti (dalle cliniche mediche, agli uffici pubblici), di essere attrezzato e ben disposto ad agevolare gli stranieri che non parlano giapponese. I form, le indicazioni, i numeri verde, le pagine online in inglese sono praticamente ovunque. Eppure, trovare qualcuno che sappia parlare la lingua prontamente e all’occorrenza è ancora abbastanza raro.

In Giappone il ciclo di scuola primaria dura 6 anni (uno in più rispetto al nostro), seguito da 3 anni di scuola secondaria e 3 di scuola superiore. Va precisato che i giapponesi usano spesso il termine primary school e secondary school inglesi, che equivalgono ai nostri scuola primaria e secondaria. Quando si usa il termine infanzia, invece, ci si riferisce sia alla scuola materna, quindi sia ai 4-5 anni di età (per il Giappone), sia ai primi anni di scuola primaria.

Al liceo gli studenti hanno la possibilità di scegliere una lingua straniera tra quelle offerte dal piano di studi, oltre all’inglese che è obbligatorio dal 2002.
Diversa è invece la situazione presso le scuole elementari, dove l’introduzione dell’insegnamento dell’inglese è avvenuto solo nel 2011. Quando nel 2008 il Ministero dell’Educazione giapponese ha annunciato il piano didattico, l’idea era quella di riservare alla lingua inglese solo un’ora alla settimana per il quinto e il sesto anno di scuola, una misura evidentemente molto insufficiente per garantire un efficace insegnamento. In realtà, molte strutture private hanno scelto in totale autonomia di introdurre l’inglese nel curriculum scolastico sin dal primo anno e per più ore alla settimana.

In Giappone la differenza tra le scuole private e le scuole pubbliche è molto marcata. Ogni anno, i genitori spendono buona parte del loro stipendio per garantire ai figli un percorso di studi d’eccellenza, considerato la conditio sine qua non per un futuro altrettanto promettente. La loro è quasi un’ossessione che negli ultimi anni sta diventando un fenomeno sociale sempre più di massa.

Ricordo una signora giapponese, anni fa, che mi raccontava di aver costretto la figlia ad iscriversi alla scuola privata, nonostante questa volesse frequentare la pubblica insieme alle amiche d’infanzia. Per convincerla l’aveva accontentata in molti dei suoi capricci e le aveva promesso che, frequentando la scuola che le consigliava, avrebbe certamente avuto più tempo da dedicare alla sua grande passione: la musica. Dal suo racconto traspariva una certa soddisfazione, come se arrendersi alla sua volontà, anche a discapito delle aspirazioni della figlia, fosse la cosa più normale. Inutile negare che la vicenda mi lasciò parecchio perplessa e non mi stupisce adesso sentirla lamentare della scarsa resa della figlia.

Per molti giapponesi studiare l’inglese è solo funzionale all’accesso nelle università. Alcuni di loro ritengono che non sia importante conoscerlo, anzi. Credono sia una perdita di tempo e per questo si rifiutano di impararlo.

Una delle questioni più controverse riguarda l’introduzione dell’alfabeto e della scrittura nelle scuole elementari. Secondo alcuni esperti, infatti, introdurre un alfabeto completamente diverso da quello giapponese confonderebbe gli studenti, senza contare che distrarrebbe i bambini dall’obbiettivo principale: comunicare.

Ma qual è l’opinione dei genitori? Se da una parte, molti riconoscono l’importanza dell’apprendimento dell’inglese sin dall’infanzia, dall’altra c’è chi teme le conseguenze sui bambini che stanno apprendendo contemporaneamente la loro lingua madre, in un sistema di scrittura del tutto diverso. Per il Ministero dell’istruzione locale, l’introduzione dell’alfabeto occidentale sembra essere ancora un tabù, tant’è che si chiede alle scuole elementari di introdurlo al penultimo anno. Così, un bambino di 11 anni, si troverà ancora a cantare canzoncine in inglese, senza saper leggere, né scrivere.

Da queste problematiche, nasce l’iniziativa di molte associazioni e scuole locali che premono affinché lo studio della lingua inglese venga introdotto fin dalla scuola dell’infanzia, per avvicinare gradualmente i bambini e ridurre le conseguenze disastrose che, in parte, sono già evidenti.

4 Aprile 2017 Articoli

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