Legalità: si impara ogni giorno

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Legalità: si impara ogni giorno

Intervista a Luigi Ciotti

Oggi, 23 maggio, è il giorno della legalità. Le scuole - tutte: perché la cittadinanza, i diritti, i doveri si imparano subito - sono impegnate su questo nodo fondamentale dell'educazione. Come contributo delle nostre riviste vi riproponiamo l'intervista a Don Luigi Ciotti apparsa su "La Vita Scolastica" nel numero 2 del 2011.

Luigi Ciotti a "Contromafie"

Don Ciotti, che cosa vuol dire educare alla legalità?

Vuol dire educarci alla responsabilità. La legalità non è un valore in quanto tale, è l’anello che salda la responsabilità individuale alla giustizia sociale, l’io e il noi. Per questo non bastano le regole. Le regole funzionano se incontrano coscienze critiche, responsabili, capaci di distinguere, di scegliere, di essere coerenti.

Il rapporto con le regole non può essere solo di adeguamento, tanto meno di convenienza o paura. L’educazione alla legalità si colloca allora nel più ampio orizzonte dell’educarci insieme ai rapporti umani, con tutto ciò che questo comporta: capacità di riconoscimento, di ascolto, di reciprocità, d’incontro, di accoglienza. Nella consapevolezza che la diversità non solo fa parte della vita ma è la vita, la sua essenza e la sua ricchezza.

Come può tutto questo interessare la scuola primaria? Inevitabilmente si finisce col parlare di mafia, di illegalità… Molti sono titubanti a trattare temi simili con i bambini…

È un tema fondamentale, a patto di saperlo affrontare nel giusto modo. Si tratta di far capire ai bambini che l’illegalità, le ingiustizie, le forme di violenza criminale e mafiosa nascono da vuoti che tutti noi possiamo riempire. Esistono perché esistono a monte l’indifferenza, l’egoismo, la rassegnazione, il silenzio complice, il pensare solo a se stessi, il disinteresse al bene comune, il vedere negli altri un mezzo e non un fine.

Occorre farglielo capire non solo a parole, ma accompagnandoli nell’apprendimento dell’alfabeto, delle emozioni, dei sentimenti e delle relazioni, che è la base per esprimersi, per costruire un’identità sia personale sia sociale. Il discorso sulle forme di illegalità e sulle mafie viene di conseguenza. Educare alla legalità non è fare lezioni astratte sul bene e sul giusto, né solo indicare le regole per garantirli: il bene e il giusto partono dai nostri comportamenti, dai piccoli gesti quotidiani, dall’attenzione per gli altri – soprattutto se più deboli o meno dotati – dalla disponibilità a condividere, dall’impegno nello studio e nel conoscere, dal rifiuto dei saperi di seconda mano, delle semplificazioni, delle scorciatoie.

Si legge che il reclutamento della malavita avviene in sempre più giovane età; leggiamo di bambini di otto anni che “aiutano” le nonne a preparare le “bustine”, che fanno i corrieri perché insospettabili... Ma che cosa può o potrebbe fare la scuola in un ambiente sociale tanto degradato?

La scuola può fare molto e molto già fa. Conosco bravi maestri e insegnanti che operano in contesti difficili, in realtà segnate da povertà sociale, culturale, materiale. Luoghi in cui è davvero difficile insegnare senza passione, senza un grande amore per quello che fai.

Ma la scuola da sola non basta a dare speranza. Non basta dotare i bambini e gli adolescenti di strumenti critici per leggere la realtà e magari mettere in discussione modelli e comportamenti che apprendono non solo in strada, ma in casa. Occorre che quei giovani, dopo aver studiato e interiorizzato certi percorsi, possano praticarli e concretizzarli attraverso delle scelte.

L’illegalità e le mafie si contrastano non solo con l’istruzione – che resta certo il primo passo – ma con le politiche sociali: posti di lavoro, opportunità di studio e di ricerca, case, servizi capaci di garantire i bisogni primari delle persone. Prima che nei vuoti di legalità, le mafie si annidano in quelli di giustizia sociale.

Molti sono convinti che questi temi, come il problema della legalità, sia al Sud e sia a Milano, Torino, soprattutto nei quartieri borghesi, non sia proprio il caso di affrontarli...

È una forma grave di miopia, a volte di malafede, per fortuna meno diffusa di un tempo. Le mafie sono presenti in tutto il nostro Paese e non mancano certo nelle regioni più ricche, dove è più redditizio fare affari. Le mafie hanno tratto vantaggi dalle logiche del mercato, tenuto conto che queste logiche hanno portato con sé una mentalità spesso antisociale, forme di individualismo esasperato e insofferente delle regole.

Oggi c’è una vasta zona grigia di complicità e compiacenze, sia a livello economico sia politico, che rende a volte sfumato il confine tra legale e illegale. Per questo è inaccettabile l’idea che l’illegalità o le mafie riguardino solo certe zone del nostro Paese: sono un problema nazionale (e internazionale) e certo preoccupa che non sempre ci sia questa consapevolezza e che dai più alti livelli vengano esempi non certo edificanti, proposte di leggi che tutelano il privilegio o persino – penso al disegno di legge sulle intercettazioni – intralciano o indeboliscono il lavoro delle forze di polizia e della magistratura.

Perché come sacerdote ha scelto di dedicare la sua vita all’educazione alla legalità?

Il mio impegno è per le persone, a partire dalle più fragili. La legalità, come ho detto, è uno strumento: il fine è la giustizia sociale, il diritto di ciascuno di essere chiamato per nome, di essere riconosciuto nella sua dignità e libertà.

Come sacerdote credo nello sforzo di saldare il Cielo e la Terra, in una Chiesa che sappia legare la dimensione spirituale all’impegno civile. Giustizia e carità dovrebbero essere indivisibili, per un cristiano. "Tu dai il pane all’affamato – ha scritto sant’Agostino – ma sarebbe meglio che nessuno avesse fame". Don Bosco, da parte sua, esortava a "essere bravi cristiani e onesti cittadini". È uno spirito che ha attraversato i secoli, e per venire ai giorni nostri, mi piace ricordare il passo del documento Educare alla legalità, pubblicato nel 1991 dalla Conferenza episcopale italiana: "Il cristiano non può accontentarsi di enunciare l’ideale e di affermare i principi generali. Deve entrare nella storia e affrontarla nella sua complessità, promuovendo tutte le realizzazioni possibili dei valori evangelici e umani della libertà e della giustizia".

Nel mio piccolo ho cercato, insieme a tanti amici con riferimenti culturali e religiosi diversi, di dare concretezza a queste parole. L’impegno per la legalità nasce dall’incontro concreto con le persone, con le loro storie, le loro speranze, i loro bisogni. Nella consapevolezza che la legalità viene dopo la giustizia sociale. Non ci può essere legalità se prima non costruiamo uguaglianza, universalità dei diritti e dei doveri.

Sappiamo che la sua scelta è anche personalmente una scelta scomoda. Ha paura qualche volta?

Sono consapevole che la mia vita, le mie scelte, sono debitrici a tante persone, ai miei genitori innanzitutto e poi ai tanti amici con cui ho condiviso e continuo a condividere un cammino. È nel ‘noi’ che costruiamo la nostra libertà, la nostra individualità.

Poi certo anch’io, come tutti, ho momenti di fatica, di smarrimento, di fragilità. Mi aiutano a superarli la fede, le "pedate" di Dio, il suo incoraggiamento. Ma anche, appunto, la vicinanza, il sostegno, l’amicizia di tante persone.

Che cosa si aspetta dalla scuola italiana del futuro?

Mi aspetto e mi auguro una scuola che sia scuola non solo di saperi – certo fondamentali – ma di relazioni, di responsabilità. La dimensione culturale ed educativa è il fondamento della vita sociale, ma non possiamo delegarla solo alla scuola o alla famiglia. Tutti noi siamo chiamati a educarci, a conoscere, a confrontarci con la diversità.

È il rapporto con l’altro a dirci chi siamo. In questo senso mi sembra che la grande sfida è quella che oggi ci viene portata in dono dalle persone migranti. Per questo non mi piace parlare di "integrazione" ma di "interazione".

Non dobbiamo assimilarle: dobbiamo costruire con loro una nuova e più grande dimensione di giustizia sociale, di dignità, di libertà. È anche per questo che “Libera” ha promosso in questi mesi una campagna per raccogliere oltre un milione di firme contro la corruzione, che sottrae alle casse dello Stato, secondo le stime della Corte dei conti, circa sessanta miliardi di euro all’anno.

Chiediamo l’attuazione dei trattati internazionali, a partire da quello di Strasburgo del 1999, che prevede l’introduzione nel nostro codice penale di delitti importanti come la corruzione fra privati, l’auto-riciclaggio e il traffico d’influenze illecite, cioè la corruzione ottenuta con favori invece di denaro. Inoltre l’attuazione delle norme introdotte con la legge Finanziaria del 2007, per la confisca e l’uso sociale dei beni sottratti ai corrotti. La lotta alle mafie chiede a tutti i cittadini onesti, indipendentemente dal loro ruolo, uno scatto, una maggiore corresponsabilità. 

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