Il gioco è bello quando dura poco

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Come giocano i bambini? Sono più interessati al momento del gioco o al prima e al dopo?

Bambini che giocano

Insegnare le regole del vivere e del convivere
è per la scuola un compito oggi
ancora più ineludibile rispetto al passato,
perché sono molti i casi nei quali le famiglie
incontrano difficoltà più o meno grandi
nello svolgere il loro ruolo educativo.
Indicazioni per il curricolo, 2007 (p. 18)

Proviamo ad osservare come giocano i bambini in autonomia, cioè senza un adulto che faciliti il gioco. Intanto possiamo subito notare che raramente giocano in più di sette. Quasi come se volessero confermare ciò che hanno dimostrato gli studiosi della comunicazione: la comunicazione comincia a non essere efficace quando un gruppo è composto da più di sette persone. Ciò significa che se siamo seduti intorno a un tavolo (ad esempio a mangiare) e siamo in tre... cinque... sette, tutti dovrebbero riuscire a seguire il filo del discorso, tutti hanno la possibilità di comprendere il senso di ciò che si dice e tutti hanno la possibilità di dire la propria.

Quando un gruppo è composto da più di sette persone (ad esempio in una tavolata) ci sarà sempre qualcuno al quale gli sfugge qualche parola, qualche discorso, qualche concetto e ci sarà sempre qualcuno che resta zitto per tutto il tempo. Esistono delle tecniche per rendere efficace una comunicazione a un gruppo numeroso (ripetere più volte lo stesso concetto ma in maniere diverse, interagire, essere interlocutori...). Pur sapendo questo, nel fare comune si tende a organizzare tavolate, e gruppi numerosi pensando che lo stare in tanti e tutti insieme contemporaneamente sia un successo. Di certo un successo d'immagine, ma non proprio un successo dal punto di vista della qualità della comunicazione, della relazione e della partecipazione della persona. 

Quando noi adulti ci caliamo nel ruolo del “pifferaio magico” per coinvolgere un grande gruppo, dobbiamo essere consapevoli che ci sarà sempre qualche bambino che ci segue senza sapere perché.

Continuiamo ad osservare quei sette bambini: talvolta impiegano un pomeriggio prima di mettersi d'accordo a cosa giocare, per di più, solitamente, finiscono con il giocare sempre allo stesso gioco! Cosa succede in questo lasso di tempo che spesso e volentieri spazientisce gli adulti?

Bambini che giocano, dalla finestra

Accade un qualcosa di fondamentale per la crescita di una persona: la contrattazione. Da che mondo è mondo, mettersi d'accordo non è una cosa semplice. Decidere insieme a cosa giocare, dove giocare, concordare le misure del campo di gioco e conquistarsi un ruolo sono fondamentali competenze sociali. Competenze che possono emergere in piccolo gruppo, mentre in grande gruppo bisogna prendere per buono ciò che dice il conduttore del gioco (animatore, insegnante, educatore, genitore...).

La sfida educativa che un adulto può lanciare è quella di prevedere un momento (in piccolo gruppo) dedicato alla contrattazione e alla condivisione delle regole. E già questo è un gioco molto interessante e coinvolgente. Un gioco che aiuta a sperimentarsi con leggerezza in uno degli elementi più complessi dello stare al mondo: la convivenza. Evitare questo gioco può significare considerare i bambini soltanto come esecutori. Così, a lungo andare, cresciamo persone che avranno bisogno di avere sempre qualcuno che gli dica cosa fare o, ancora peggio, persone che nel momento di organizzarsi in autonomia vanno in tilt reagendo in modo passivo o aggressivo.

 Dopo il gioco della condivisione delle regole, inizia – finalmente – quello che gli adulti chiamano “gioco”: il gioco con le regole. Ma se osserviamo, ancora una volta, i bambini giocare in autonomia, noteremo che questo momento di “vero e proprio” gioco dura pochissimo. In questi attimi succede di tutto: piaceri e dispiaceri, vittorie e sconfitte, incontri e scontri, gioia e rabbia, allegria e disperazione. Un breve e intenso momento ludico a conferma che “il gioco è bello quando dura poco”.

Se vogliamo far giocare tanti bambini e fare anche in modo che ognuno possa giocare tutti i ruoli del gioco (ad esempio fare sia la guardia che il ladro) il gioco diventa noioso, ovvero i bambini iniziano a fare di tutto per provare a uscire dalle regole del gioco (non rispettandole, dissacrandole, non considerandole). Chiedere di continuare a giocare perché tutti devono provare tutti i ruoli è una strana forma di democrazia.

Quando termina il gioco con le regole, riprende il gioco delle parti dove si commenta ciò che è avvenuto durante gli attimi ludenti appena vissuti: «Te però non mi avevi preso», «Domani lo rifacciamo?», «Non è giusto!»... Uno scambio verbale che alimenta la consapevolezza delle proprie e altrui azioni, dei propri e altrui pensieri, delle proprie e altrui emozioni. Un momento in cui soffermarsi a riflettere, a esprimere il proprio pensiero e ad ascoltare l'altro.

Un gioco non finisce quando si smette di giocare. Dare valore a questa dimensione ludica, cioè alla “regola” che dopo il gioco è importante dedicare del tempo per dire com'è andata è un'occasione molto importante a livello educativo. A tal punto, che questo “spontaneo” modo di discutere sul gioco è diventato un metodo pedagogico denominato “debriefing” e, nello specifico, “dopo gioco”. Questo metodo, che può svolgersi immediatamente dopo un'esperienza o poco più tardi, include il ricordo guidato, l'autoriflessione, la riflessione e l'analisi ponendo alcune domande del tipo: «Come vi sentite?», «Che cosa è successo?», «Vi sembra che...?», «Ti è già capitato qualcosa di simile?», «Che cosa fareste in modo diverso?», «Che cosa succederebbe se...?».

E la regola di questo “giocare a pensare” è una sola: le risposte vanno ascoltate senza intervenire. Una sola e difficile regola valida sia per i bambini che per gli adulti,
Dunque, a seguito di questo ragionamento, “il gioco è bello quando dura poco” significa che per i bambini molto spesso pare quasi secondario svolgere un gioco con un inizio, uno svolgimento e una fine, ma è ancora più importante ciò che avviene prima (la costruzione e la condivisione delle regole) e ciò che avviene dopo (l'appropriazione e l'elaborazione delle regole). Dimensioni ludiche possibili se ci sono le condizioni per poter comunicare in maniera efficace e coinvolgente.

Quante possibilità diamo ai bambini di farli discutere sulle regole da applicare, modificare, rispettare? Proporre ai bambini un qualsivoglia gioco, trascurando la fase preparatoria e la fase del dopo gioco, non li aiuta ad apprezzare il significato delle regole se queste calano dall'a(du)lto.

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