Fare teatro, a scuola – Intervista a Gianni Silano

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Attività teatrali nella scuola dell’infanzia e primaria: come e perché. E le nuove tecnologie? Abbiamo intervistato al proposito Gianni Silano.

Gianni Silano

Teatro a scuola: in che modo è possibile tenere in equilibrio didattica e componente ludica?

Più che di equilibrio, parlerei piuttosto di stretta relazione tra componente ludica ed attività didattica. Partendo dal presupposto che i bambini non sono attori e, almeno per ora, non devono imparare questo mestiere, si può a ragion veduta affermare che il gioco teatrale, per la sua natura polisemica, rappresenta un vasto contenitore ludico in cui far convogliare diversi stimoli creativi, relazionali e, nella fattispecie, didattici.

L’utilizzo delle tecniche espressive ma soprattutto il divertimento che scaturisce dalla “finzione”, permette ai bambini di diventare protagonisti di accadimenti e vicende che, seppur lontane, possono risultare ancora appassionanti e coinvolgenti. Penso ad esempio alla storia (per i più grandi), che ben si presta ad essere “raccontata” su un palcoscenico, acquistando, tra le quinte, attualità e veridicità e perdendo le ragnatele che il tempo ha tessuto sui fatti.

Penso ai possibili adattamenti teatrali di testi tratti dalla letteratura per l’infanzia, alla messa in scena di favole tradizionali e moderne, al recupero della “narrazione” come arte antica di trasmissione dei saperi, ai progetti legati all’intercultura, alla scoperta del mondo e ai viaggi. Il gioco attivo della rappresentazione fa del teatro un campo aperto in cui sperimentare e ciò che si apprende in scena non si dimentica facilmente.

Nella scuola dell’infanzia, poi, la didattica proposta in chiave di drammatizzazione è una consuetudine ormai consolidata, come anche l’utilizzo del movimento quale canale privilegiato attraverso il quale elaborare e consolidare le varie unità di apprendimento.

Il teatro in ambito scolastico, a mio avviso, dev’essere al servizio dello sviluppo cognitivo ed esperienziale dei bambini. Quindi anche della didattica. La sola strada possibile, perché acquisti un senso compiuto.

Nella sua esperienza, i bambini sono più interessati al momento della preparazione dello spettacolo o alla “rappresentazione” finale?
 

La preparazione di uno spettacolo è un processo in itinere, che cambia e si modifica di volta in volta, grazie soprattutto alle idee e al contributo creativo dei bambini e degli insegnanti.

Ogni incontro (o prova) è unico e rappresenta uno specifico momento di gioco, in cui improvvisazione, sperimentazione e successiva codificazione delle proposte messe in campo sono i passaggi necessari per arrivare alla definizione delle varie scene. In quell’ora e mezza di attività, i bambini scoprono il piacere di stare insieme, di giocare ad un gioco che li accomuna e li entusiasma, di impegnarsi in un lavoro di gruppo in cui vedono concretate le loro idee.

La consapevolezza della condivisione di un progetto e di un obiettivo comune, costruito giorno dopo giorno e che porterà, in seguito, allo spettacolo finale, accresce la loro sicurezza e li rende sempre più autonomi. Prova dopo prova, si aggiunge un nuovo tassello, fino a che la costruzione dell’impalcatura teatrale è pronta per essere ammirata. Non credo che si possa definire esattamente quale dei momenti riscontri maggiore interesse tra i bambini. Sarebbe come voler stabilire se è più importante la meta raggiunta o il viaggio in sé. Lo spettacolo dura un soffio, e di solito, accaldati ed emozionati, i bambini esclamano con un pizzico di delusione: “Già finito?” Una meta, una volta conquistata, lascia sempre un po’ di amaro in bocca e una sana voglia di ripartire.

Empatia e comunicazione non verbale fra i membri di un gruppo classe o sezione sono alcune delle tipologie d’espressione e di comunicazione che l’esperienza teatrale può valorizzare. Perché possono ritenersi tanto importanti nella formazione dei bambini?

I “giochi di relazione e di contatto” basati sull’empatia e sulla comunicazione non verbale sono i capisaldi delle tecniche espressive con cui i bambini possono cimentarsi negli incontri di propedeutica al teatro. La messa in gioco in un contesto rilassato e divertente ed il conseguente superamento delle difficoltà e insicurezze, la scoperta di canali comunicativi diversi da quelli verbali, (a cui i bambini sono solitamente abituati e dai quali non è facile affrancarsi), l’opportunità di entrare in contatto con i propri compagni utilizzando ad esempio lo sguardo o altri organi sensoriali, la magia che scaturisce da un’azione mimica condivisa, tutto ciò permette loro di entrare in una dimensione sconosciuta e coinvolgente, (in cui la parola non trova più spazio) e di scoprire, ad esempio, che un’amicizia può nascere o consolidarsi anche grazie a canali empatici finora mai sperimentati.

Per quanto concerne il lavoro degli insegnanti, invece, questi giochi possono rivelarsi una sorprendente cartina di tornasole, un’utilissima lente d’ingrandimento per evidenziare eventuali difficoltà relazionali, esclusioni, formazioni di “cerchi chiusi” o gruppi, egocentrismi o tendenze ad isolamento. Osservare i bambini mentre giocano in silenzio, in assoluta spontaneità, permette agli insegnanti di prendere coscienza di eventuali problematiche e proporre, laddove se ne senta la necessità, attività mirate alla socializzazione.

Permette loro di entrare, in punta di piedi e senza forzature nei contrasti e trovare così le soluzioni più adatte. I giochi di relazione possono diventare uno strumento prezioso di analisi comportamentale e nello stesso tempo sostegno per il benessere psicofisico di tutta la classe.

Con quali differenti modalità e strategie l’attività teatrale può essere utilizzata nelle diverse fasce d’età della scuola dell’infanzia e primaria?

In teatro non esistono strategie codificate. Se poi parliamo di progetti mirati alla scuola, risulta ancora più evidente la necessità di procedere per gradi e calibrare le varie proposte sulle diverse fasce d’età. Nelle prime due classi della scuola primaria, ad esempio, i progetti dovrebbero basarsi, a mio avviso, preferibilmente sull’espressione corporea. Pantomime su musica, semplici coreografie e facili tecniche di mimo, giochi motori sulla lateralizzazione e sulla percezione spazio-temporale rivisitati in chiave spettacolare. Eviterei, per quanto possibile, di proporre lunghi copioni che costringerebbero i bambini ad inutili e quanto mai improduttivi sforzi di memorizzazione e affiderei le eventuali parti recitate all’insegnante, che diventa così parte attiva nello spettacolo, senza perdere la sua funzione di guida.

Tutto ciò vale ancora di più per la scuola dell’infanzia, nella quale, fermo restando l’utilizzo del movimento come strada maestra da seguire, può trovare grande spazio il teatro dei burattini. Utilizzati dai bambini nel gioco libero e spontaneo dell’animazione (con tutte le implicazioni emotive, relazionali, identificative e manipolatorie che questa tipologia di gioco drammatico comporta) e dalle insegnanti, come supporto narrativo, didattico, spettacolare e come volano per progetti di più ampio respiro, i burattini, per la loro componente animistica, sono uno strumento straordinario, versatile e di grande valenza educativa.

A tal proposito, vorrei citare una frase di Loris Malaguzzi riportata nel libro di Mariano Dolci Dialogo sul trasferimento del burattino in educazione a cura di Vito Minoia (ed. Nuova Catarsi), libro illuminante, ricco di spunti operativi e di riflessioni: “I burattini hanno dato poco alla scuola perché a loro è stato richiesto troppo poco”.

In terza primaria inizierei a proporre semplici battute, ancora meglio se inventate dai bambini, senza mai dimenticare l’indispensabile utilizzo delle tecniche corporee e di mimo. I bambini, acquisita la giusta sicurezza ed ormai padroni dello spazio, possono iniziare ad utilizzare la voce e a cimentarsi con il dialogo scenico. In quarta e in quinta, infine, si possono proporre copioni più elaborati e introdurre progetti di scrittura creativa di testi teatrali o adattamenti, cercando costantemente l’interdisciplinarietà con l’area linguistica.

Oggi si tende molto a valorizzare l’uso delle nuove tecnologie a scuola. In che modo l’attività teatrale potrebbe dialogare, intersecarsi, con questi nuovi strumenti?

Dall’utilizzo delle macchine spettacolari del XVII secolo fino ai giorni nostri, il teatro ha sempre tentato esperimenti più o meno riusciti di commistione tra drammaturgia e multimedialità. Argomento ampiamente dibattuto, che divide e fa discutere, trovando sostenitori e oppositori. Una cosa è certa: i computer, i software di grafica, i programmi di montaggio video, i ricercati impianti che permettono giochi di luce, i supporti scenici quali videoproiezione ed elaborazione dell’immagine dal vivo, insomma tutta la sperimentazione multimediale disponibile ora sul mercato, può contribuire a rendere il teatro più ricco di fascino.

Ma come conciliare tutto questo con la scuola? E poi, serve per davvero? Innanzi tutto le tecnologie costano e come tutti sanno la scuola, almeno quella pubblica, versa in pessime condizioni economiche. Nelle aule di informatica, i bambini imparano ad utilizzare il computer, a creare ed elaborare immagini o a realizzare un ipertesto. Ma ben altra e più complicata cosa è l’applicazione, in chiave scenica e spettacolare, dei linguaggi multimediali.

In secondo luogo, il teatro in ambito scolastico non richiede tanto i “grandi effetti” quanto un sostanziale lavoro sulla persona e sulla creatività. A questo proposito, potrebbe giungere provvidenziale il “teatro di figura”, il teatro della ”trasformazione”, che utilizza i materiali di recupero ed eleva un oggetto inerte a “segno” del linguaggio espressivo (ombre, maschere, burattini marionette ecc.). Grazie alla sua specificità di “teatro povero” ben si adatta alla disarmante ed a mio avviso ingiustificata carenza di fondi ed investimenti di cui la scuola pubblica avrebbe davvero bisogno.

Il teatro presuppone imprescindibilmente un approccio diretto, motorio e mentale, sulla persona. Era e rimane l’arte del corpo e dell’anima, con una forte componente artigianale intesa come creatività del fare. Se poi, aprendo la porta di un sottoscala, si trova, abbandonata a se stessa, una lavagna luminosa (vecchissima tecnologia) e, liberata dalla polvere, si accende, si può restare sorpresi di come, nonostante la sua obsoleta e un po’ sbiadita luminosità, possa diventare davvero utile per la proiezione, ad esempio, dei fondali (e risolvere l’annoso problema delle scenografie, dei legni, listarelle e stoffe penzolanti) e di come risulti avvincente far vivere sullo schermo colorati paesaggi o stilizzate “silhouettes” danzanti.

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