"Disseminare" la lingua madre: uno strumento potente di educazione

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"Disseminare" la lingua madre: uno strumento potente di educazione

Per la Giornata internazionale della lingua madre un parallelismo tra l'italia dei regionalismi di ieri e quella del multuculturalismo di oggi: l'approccio alla questione non è cambiato. Di Alberto Sobrero, professore emerito - Università del Salento, Lecce

libro dialetto italiano

Parlando di lingua madre, il nostro pensiero corre istintivamente all’italiano: è l’italiano la lingua che ognuno acquisisce e sviluppa spontaneamente nei primi anni di vita, dentro la famiglia, la lingua che fin dall’inizio dà una ‘forma’ al nostro modo di vedere la realtà, di comprendere e di interpretare, di giudicare e di ragionare. Il nostro approccio al mondo reale si è strutturato - per successive approssimazioni - in modo sempre più coerente con gli strumenti cognitivi, lessicali, sintattici che gli forniva l’italiano, addirittura con una visione del mondo plasmata sulle strutture cognitive e linguistiche della nostra lingua. Nell’esperienza scolastica il processo è poi continuato, e sempre più e sempre meglio lo sviluppo del nostro pensiero si è incanalato nella strada segnata dalle strutture della nostra lingua.

L'Italia dei dialetti

Ma questo è poco più che un modello teorico. La storia – e l’esperienza - ci ha portato a conoscere situazioni molto più complesse, nelle quali le cose non sono andate così lisce. Ne abbiamo un esempio clamoroso proprio in Italia, dove l’unificazione linguistica conseguente all’unificazione politica è stata gestita in primo luogo come repressione del dialetto e della dialettofonia. Nel 1861 i dialetti erano lingua madre per il 90% della popolazione, ma nessuno si è preoccupato dei disastri che la mancata considerazione – e anzi il disprezzo - della lingua nativa provocava nel processo di apprendimento dei bambini e delle bambine. Negli anni Sessanta del secolo scorso ho ancora conosciuto personalmente le straordinarie difficoltà cognitive conseguenti all’abbandono violento della lingua madre, in giovani immigrati a Torino: scontri di sistemi linguistici e culturali laceravano le personalità in formazione, in una situazione in cui la lingua madre non era solo stigmatizzata ma era anche colpita da stereotipi negativi fortissimi. C’è una letteratura sterminata sui guai prodotti ancora in quel periodo dalla didattica monolingue e dialettofoba.

Fu in quegli anni che la linguistica e la didattica di punta portarono in primo piano la centralità della lingua madre nei processi di crescita dell’individuo, ed elaborarono progetti di educazione linguistica che, all’interno dei processi di acquisizione della lingua nazionale, prevedevano rispetto e rivalutazione delle lingue locali e regionali. Ma spesso la storia ha sviluppi paradossali: la nostra società – e in particolare il mondo della scuola – ha imparato a valorizzare la diversità linguistica e culturale, che era fondata sulla presenza di milioni di parlanti dialetto e sui problemi delle migrazioni interne, proprio quando i parlanti dialetto si sono ridotti al minimo storico e le migrazioni interne si sono arrestate, per poi essere sostituite da ben più consistenti e problematiche migrazioni esterne.

Il mondo di oggi

Tutto così è cambiato, nella società e nella scuola. Ma in realtà, per quanto riguarda l’approccio al problema, gli strumenti e i metodi, nulla è cambiato. Ora conosciamo il ruolo centrale della lingua madre nell’organizzazione e nello sviluppo del pensiero e la sua posizione centrale nell’educazione; conosciamo la funzione educativa del multilinguismo e del multiculturalismo, sappiamo che rispettare e ‘disseminare’, cioè socializzare, la conoscenza – anche parziale, anche – degli idiomi di lingua madre presenti in classe – si tratti di dialetti o di lingue straniere - è uno strumento potente di educazione non solo linguistica: è uno stimolo alla comprensione, alla tolleranza, alla solidarietà. Che in una società moderna sono mete irrinunciabili.

 

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Alberto Sobrero: 18 Febbraio 2019 Articoli

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