Ho paura di morire quindi sorrido

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Ma in scena non si muore! Si creano invece spazi di libertà, e nuovi modi per conoscere sé stessi e gli altri. La mia seconda lezione. Con l'entrata in scena di una bambina sorridente: Corinna. 

Sendak

Il titolo di questo post, lo ammetto, è volutamente provocatorio. Però descrive qualcosa che non è così distante da quel che ci accade nella realtà di tutti i giorni, quando cerchiamo di camuffare delle emozioni. Ed è appunto questo tema, il camuffamento delle emozioni, che ho voluto affrontare con i giovani attori della V B della scuola elementare Don Milani di Prato, nella mia seconda lezione di teatro.

“Buongiorno ragazzi come state?”, ho esordito entrando in classe. La risposta, corale e detta a gran voce, è stata quella che mi aspettavo: “Beeeeneee!”. “E che motivo avete per stare bene?”, ho ribattuto a voce alta anch'io, un po' malignamente. Ed ecco il silenzio, che debbo ammettere mi aspettavo. Qualcuno ci pensa, rimane sospeso. Pochi altri provano a dire, ma a voce più bassa: “beh, oggi c’è teatro!”; “dài, stiamo bene perché va tutto bene...". Davanti a quest'ultima affermazione sento che la coralità iniziale s'incrina. Colgo qualche sguardo obliquo, non proprio concorde. Mi spiace vedere qualcosa di simile alla malinconia in facce così giovani. Ma sono proprio questi sguardi un po' più tristi e vaghi degli altri che mi daranno tanto materiale per lavorare, nelle prossime lezioni. Per ora taglio corto: "Bene ragazzi, la volta scorsa vi siete presentati e poi vi ho chiesto di contare con rabbia da uno a dieci. Chi non ha ancora fatto questo esercizio? Mancavano delle persone... chi vuol venire in scena?". Riprendo quindi dallo stesso esercizio fatto l'ultima volta ma ho in mente un ulteriore sviluppo teatrale...

La bambina sorridente

Viene Corinna, una bambina sorridente; incomincia a presentarsi e a parlare di sé. La osservo attentamente: si comporta come la maggior parte delle persone (indipendentemente dall’età) che calcano per la prima volta una scena teatrale: incrocia braccia e gambe, dondola sulle ginocchia, parla molto piano e (ciliegina sulla torta!) nasconde le mani dentro le maniche (e meno male che alle elementari hanno il grembiule perché con i ragazzi più grandi, per esempio quelli delle medie, un altro immancabile tic scenico, sia per maschi che per femmine, è tirarsi la maglietta o golf in basso ogni tre per due). Corinna ci dice ciò che ama fare nella vita, cucinare con la mamma, e poi ciò che la fa arrabbiare, ovvero quando la sorellina più piccola prende le sue cose. Racconta il bello e brutto con lo stesso sorriso. Alla fine le chiedo di contare con rabbia da uno a dieci. Lei conta come le ho detto di fare, ma l’espressione gioiosa del suo viso non cambia.

“Allora bambini, prima di tutto fate un applauso, e poi rivolgetevi a Corinna e ditele cosa vi ha convinto del suo esercizio e cosa invece non ha funzionato”. Vari bambini alzano la mano: parlano rivolti verso di me e io, come al solito, dico di rivolgersi all'attrice in scena, a Corinna. Dai primi banchi arriva qualcosa di simile a una critica: “Corinna, sei stata brava, solo che durante la rabbia ridevi!”. Prendo la palla al balzo e dico subito: “Giusto, anche se più che ridere 'sorrideva'... ma perché, secondo voi, faceva così?”. La risposta che mi serve per continuare il discorso arriva dal fondo dell'aula: “Per paura!”. “È vero Corinna che avevi paura?”, chiedo allora alla bambina. E lei con un sorriso annuisce.

Io, tu, gli altri

L'ammissione di Corinna mi porta a fare un altro passo in avanti: “Bene ragazzi,” provo a dire, “oggi quindi abbiamo imparato un concetto nuovo ed importante: molto spesso si ride non per gioia ma piuttosto per… paura! E vi dirò di più: quando voi venite in scena per un esercizio difficile come contare davanti a tutti fino a dieci con rabbia e vedete che gli altri ridono dovete capire che anche loro lo fanno non per gioia ma per paura, perché s’immedesimano nella vostra stessa emozione! Quindi Corinna, facciamo un esempio: tu sei in scena e vedi i tuoi compagni ridere e pensi: 'Mi stanno prendendo in giro!'. In realtà loro sono spaventati o imbarazzati come te! Avete capito ragazzi? Si ride molto spesso per paura... Ma adesso cerchiamo di capire di cosa abbiamo paura, perché, vedete, questa emozione non va tanto 'controllata', piuttosto dobbiamo imparare a conoscerla. Tu Corinna, ora stando davanti a tutti i tuoi compagni, di cosa hai paura?”.
“Che se sbaglio loro ridano di me”.
“E se ridono di te, che ti succede?”.
“Ho paura!”.
“No, stai tornando indietro... Allora proviamo a ripensare per bene: tu sei in scena, sorridi perché hai paura che sbagliando loro possano ridere di te, e se loro ridono di te che cosa succede alla tua vita?”.
“Sono triste”.
“E perché?”.
“Perché mi prendono in giro”.
“E se ti prendono in giro alla tua vita cosa succede?”.
Silenzio, mi rivolgo allora alla classe: “Ragazzi, voi che dite?”. Mi risponde Amir: “ Ci sentiamo soli!”.

“Esatto, allora riassumendo: io sono in scena e sorrido, incrocio le braccia davanti al petto oppure mi paro le pudenda (a questa battuta con le mani davanti alle parti intime i bambini ridono ovviamente d’imbarazzo) perché ho paura, ma di cosa ho paura? Temo che gli altri possano ridere di me e prendermi in giro, se mi prendono in giro poi mi sento solo, in un certo senso abbandonato, è come se non contassi più, come non esistessi più per gli altri... quindi di che cosa ho paura? Possiamo dire che ho paura di morire?”.
I bambini mi ascoltano in silenzio, qualcuno è dubbioso. Continuo: “Non parlo della morte fisica, ovviamente, ma di una morte sociale: non esistere più per gli altri, per la società. Il nostro corpo però non capisce questa differenza fra morte fisica e sociale, quindi in scena protegge le sue parti più delicate ed importanti ovvero cuore e polmoni (infatti spesso s’incrociano le braccia), le parti intime e spesso si tende ad appoggiarci alla parete in modo da sentirsi le spalle protette, nessuno quindi ci attaccherà da dietro!”.

In scena non si muore!

Il discorso che ho fatto ai ragazzi non è semplice, e li lascia sbigottiti. Ma io non mi fermo, vado avanti: “Bisogna adesso che vi dica un'altra cosa, importantissima: in scena non si muore! E nel momento in cui lo capirete davvero vi sentirete liberi di fare tutto quello che volete e soprattutto vi divertirete; infatti sapete come si dice in inglese recitare? To play… proprio la stessa radice concettuale del gioco e del divertimento! Ma come si fa a non avere paura ed incominciare a divertirsi? Vi ricordate? Prima vi ho detto che la paura va conosciuta ebbene più verrete in scena e più capirete di pancia e non solo di testa che non si muore e piano piano vi sentirete più liberi di fare qualcosa in più! Se ci fosse qui per esempio Johnny Depp, l’attore de Il Pirata dei Caraibi, e gli chiedessi di contare con rabbia da uno a dieci, lui lo farebbe benissimo... ma non perché è più bravo di voi, per niente! Lui è semplicemente più abituato di voi ed è meno spaventato! Guardate bambini ricordatevi che l’arte è libertà e a volte la paura ci impedisce di sentirci liberi e di fare le nostre scelte artistiche e non solo. Quindi quando siete qui ricordatevi che la scena teatrale è un luogo sicuro e voi potete fare, nel rispetto vostro e degli altri, tutto quello che volete, tutto! Vi assicuro che non morirete. Anzi l’opposto: creerete vita! Sì perché l’attore è come un piccolo dio; egli offre e mette a disposizione il suo corpo, la sua voce, il suo cuore per creare nuovi esseri diversi ma uguali a lui, voi siete forti e potenti, voi siete attori!”.

Ho fatto questa lunga tirata con foga, ardore, con passione. E mi è sembrato di riconoscere questi sentimenti anche nei volti dei bambini. Un po' stanchi, ma più sereni, abbiamo poi avviato un esercizio in qualche modo ristoratore, anche se molto difficile: ogni attore viene in scena e racconta alla classe due o tre sue paure. Nel prossimo post vi racconterò che cosa è successo. La sorpresa più grande, in ogni modo, posso anticiparla sin da ora: le paure sono sempre le stesse, più o meno. Ma il modo di viverle, e di dirle, è specialissimo per ogni bambino, per ogni piccolo grande attore.

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