Sembra questo, sembra quello

Stupore, creatività, umorismo, decentramento cognitivo, esplorazione di mondi possibili e molto altro ancora. Libri idea-proposta per “vedere” diversamente. Di Lorenzo Luatti.  

di Lorenzo Luatti · 29 ottobre 2016
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Sembra questo, sembra quello…
sembra brutto, invece è bello,
sembra un cesto, ma è un cappello,
sembra un monte, ma è un cammello…
L’importante è di capire
che si può sempre sbagliare,
e che spesso non vuol dire
quel che sembra e come appare.


Così recita la celebre “poesia-promemoria” che chiude un classico libro-filastrocca per l’infanzia scritto e splendidamente illustrato alla fine degli anni ’60 da Maria Enrica Agostinelli. Sembra questo sembra quello… è un albo molto amato e mai dimenticato da insegnanti e genitori che ancora, fortunatamente, l’editore Salani mantiene gelosamente nel suo catalogo.

L’apparenza, come insegnava l’antico detto popolare, spesso inganna, e questo prezioso libricino, rimasto insuperato nella sua semplicità e immediatezza, e direi anche nella sua efficacia ludica e nel sapiente equilibrio testuale e iconico, da quasi mezzo secolo invita e sollecita i bambini a guardare le cose non solo per come si presentano, ma per come possono essere interpretate. Per allenare le menti, fin da piccoli, a svelare e decostruire stereotipi e pregiudizi. Per mettere in moto la fantasia e la creatività, facendosi esploratori di mondi possibili.


Spunti di vista

Tra gli autori che guardano con cura e attenzione all’infanzia e all’età evolutiva, che mettono in pratica le “7 regole dell’arte di ascoltare” (e di osservare) formulate anni or sono da Marianella Sclavi ( L’arte di ascoltare e mondi possibili Come si esce dalle cornici di cui siamo parte , B. Mondadori, 2003) c’è sicuramente il fotografo, poeta e camminatore Massimiliano Tappari, premio Andersen 2016 ( leggi la motivazione del premio ).

Con le sue fotografie, apparentemente banali, di cose e oggetti della quotidianità spicciola, decontestualizzate e risignificate attraverso un uso creativo della parola e dello sguardo, pungente e ironico, Tappari sollecita il lettore a farsi esploratore di mondi possibili, ad andare oltre la superficie delle cose. Ci fa riflettere sorridendo con calviniana “leggerezza”.

Prendiamo ad esempio ooh! Inventario di fotografia (Corraini, pp. 144, euro 14,00) libro fotografico dove l’autore si diverte (e ci fa divertire) a scoprire personaggi e storie nascosti nei segnali stradali, nelle facciate delle case o nel cielo. E persino nei lavandini del bagno come suggerisce l’immagine di copertina del volumetto formato pocket.

In una foglia o in una manica di camicia possiamo scorgere e poi osservare con attenzione animali improbabili. Occorre soffermare lo sguardo, darsi la possibilità di vedere diversamente. I frutti di questa operazione sono sorprendenti come documentano le pagine di questo libro.

Ma la pluralità di significati può emergere a patto di uscire dalle nostre ristrette cornici, senza mai dare nulla per scontato: e così un banale cartello stradale (con il suo “pregnante” apparato didascalico: “Pericolo scuola”) può metterci in discussione nel profondo e finanche interrogarci sul senso del nostro operato. A non prenderci troppo sul serio!
La sapida didascalia posta sotto l’immagine di un tirabusciò è indubbiamente meno surreale di quanto si possa pensare. È tutto sommato intuitiva, sebbene noi non saremmo giunti a quella finezza ascellare. Basti menzionare l’aneddoto “vero” raccontatomi un giorno, durante una discussione sulle immagini culturalmente “connotate”, da Amadin, giovane tutor interculturale di origine nigeriana, il quale interrogato dalla prof delle medie su cosa fosse quell’oggetto proiettato alla LIM (un tire bouchon, appunto), lui, che mai lo aveva veduto prima, dopo un prolungato silenzio, risponde tra le risa scomposte dei compagni che trattasi di “uno scheletro con le braccia in su”. Vai a spiegare che in Nigeria, notoriamente, scarseggiano vini e liquori!


Storie sui muri

Non solo dagli oggetti della quotidianità possono sprigionarsi inedite sorprese se siamo capaci di avvicinarci ad essi con uno sguardo nuovo e diverso, ma anche dalle cose sgraziate, caduche e persino considerate brutte, come le croste sui muri, possono aprirsi mondi sorprendentemente animati e ricchi di particolari. Dalle linee e dai colori che le crepe abbozzano e disegnano sui muri possono nascondersi persone, volti, animali, oggetti, e soprattutto possono celarsi storie e narrazioni.

È quanto succede in Miramuri (Terre di mezzo, 2015, pp. 130, euro 12,50), un volume oblungo realizzato da Tappari e dall’illustratore Alessandro Sanna, e che prima di essere tale, ha conosciuto una meditata sperimentazione in laboratori didattici con bambini e ragazzi. Il libro adesso è un prodotto artistico tout court, che tuttavia mantiene la sua forte valenza didattica, nell’ideazione, nella metodologia, nella realizzazione. Un percorso riproducibile e reinterpretabile, mai uguale a se stesso.

Una linea in movimento è occasione e ribalta per le rincorse notturne di due stambecchi innamorati.

Ho visto in azione con questo progetto la coppia Tappari-Sanna, e ho piacevolmente osservato il coinvolgimento entusiastico di bambini e ragazzi, che più di noi adulti, sanno mettersi in gioco e dimostrare capacità di osservazione e immaginazione fervida. L’esposizione (sui muri) di ciò che essi avevano visto “nei muri” incuriosisce e sorprende. Da un sequenza di più immagini (o “fotografie-fotogrammi”) è stato possibile ricavare una storia, raccontarla e dargli le parole. Insomma, funziona come una sorta di silent book domestico.

Un “Silent book” dell’800?

Qualcosa di simile (o di molto diverso) proponevano i libricini rivolti agli alunni delle scuole elementari di Ernesto Ciralli, pubblicati a fine ‘800 dall’editore palermitano Remo Sandron, e finalizzati allo sviluppo linguistico e alla composizione (scritta), attraverso la narrazione sollecitata (e guidata) da scene raffigurate, o semplicemente abbozzate, in un disegno o in una serie di due-quattro disegni.

I volumetti raccoglievano diverse decine di racconti “senza parole”, con livelli di difficoltà (e rigidità) crescenti. Il titolo di questi libretti, che conobbero una certa fortuna di pubblico stando alle numerose ristampe, era assai suggestivo per l’epoca: Racconti muti . Toccava ai bambini trovare le parole.