I bambini vogliono imparare!

Sin dall'inizio della scuola, concentriamo la nostra attenzione sul bambino. Ricordiamo che tutti i bambini hanno voglia di imparare. E che sta a noi trovare le strategie più adatte per appagare questo desiderio.

di Adriana Molin · 07 settembre 2015
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Daniel, un bambino filippino, studia sotto alla luce di un lampione. La sua storia è raccontata su " Sesamo ". La foto, ripresa da www.ilpost.it , ha fatto il giro del mondo pochi mesi fa.

Pur essendo l’inizio dell’anno sempre denso di intenzioni, nuovi progetti da realizzare e attese, riprendo il filo del discorso sulle difficoltà scolastiche, aspetto ineludibile della professionalità docente.

Poiché nei primi giorni di frequenza scolastica dei bambini è necessario dar loro il tempo per riprendere il ritmo scolastico e adattarsi alla ritrovata o nuova realtà, dedichiamo questo tempo di attesa e di osservazione a un ripensamento delle difficoltà scolastiche per focalizzarci su un’interpretazione delle stesse che mette in primo piano il processo di sviluppo sotteso, che è indispensabile conoscere sempre meglio per saperlo orientare verso il miglioramento possibile.

La prospettiva evolutiva

L’adozione di una prospettiva evolutiva sulle difficoltà scolastiche significa, in primis, realizzare un insegnamento-apprendimento che sia costruttivo , strategico e interattivo .

  • È un processo costruttivo perché la mente è un sistema di elaborazione delle informazioni in cui i nuovi dati sono incorporati e integrati nelle strutture conoscitive preesistenti che ne risultano pertanto arricchite, modificate e/o ristrutturate anche radicalmente.
  • È un processo strategico poiché basato sull’attivazione delle strategie utili ad affrontare compiti e raggiungere obiettivi. Leggere, comprendere, risolvere problemi, infatti, presuppongono l’uso di strategie cognitive, metacognitive ed emotivo-motivazionali di autoregolazione dell’apprendimento.
  • È un processo interattivo in quanto avviene nel contesto sociale della classe. L’interazione tra caratteristiche del bambino che apprende e modalità d’insegnamento influenza la qualità del risultato educativo e gli esiti finali. La ricerca educativa sempre più mette in luce quanto il contesto può favorire o inibire il processo di acquisizione di competenze e quanto questa influenza sia più potente tanto più il bambino è piccolo.

Un ruolo fondamentale, quindi, è assunto dall’ insegnante che media l’appropriazione da parte del bambino degli strumenti culturali proposti dalla scuola . Questa mediazione si sostanzia nell’operare in modo strategico nella zona di sviluppo prossimale, intesa come la distanza tra il livello di abilità manifestata dal bambino quando svolge in autonomia un compito e il livello di abilità che lo stesso bambino può raggiungere con l’aiuto di un adulto o coetaneo più abile.

Interpretare l’apprendimento scolastico in questo modo e realizzarlo, implica l’esplorazione delle abilità possedute dal bambino per accompagnarlo oltre, per comprendere in modo dinamico quanto può apprendere se sufficientemente aiutato. È un processo che richiede conoscenze, sensibilità e capacità di sintonizzarsi sulle esigenze di sviluppo del bambino stesso . Non è un compito semplice poiché si tratta di riconoscere quanto e come il bambino può veramente avvantaggiarsi dell’aiuto offerto, sapendo costruire relazioni di attaccamento sicuro tra adulto e bambino, tra bambino e compagni in grado di sostenere i processi di sviluppo di tutti e ciascuno.

Attenzione alle differenze

L’approccio evolutivo alle difficoltà, ovviamente, comporta strategie operative diverse in base all’età e alle caratteristiche individuali.

  • Per i bambini più piccoli, cioè all’inizio della scolarizzazione, si tratterà di sapersi orientare nei prerequisiti generali e specifici del leggere, scrivere e calcolare per decidere quali rilevare e con quali strumenti, prima di programmare le strategie di potenziamento e di verifica dell’efficacia dell’intervento.
  • Per i bambini in fasi più avanzate, invece, sarà utile distinguere tra abilità che devono essere automatizzate e quelle che sono potenzialmente controllabili . È molto diverso operare allo scopo di migliorare le abilità di decodifica da quelle della comprensione, per fare un esempio. Il livello di sviluppo delle abilità e i processi sottesi sono molto diversi, tali da richiedere tempi e strategie differenziate.

Per concludere, la prospettiva evolutiva mette in primo piano ciò che il bambino ha appreso, indica una traiettoria che guiderà nella scelte degli obiettivi da perseguire e delle strategie didattiche più consone a quel bambino. La foto del bambino delle Filippine che fa i compiti alla luce di un lampione su un marciapiede , e che ho scelto per avviare l’annata di dialoghi con voi, parla da sola: i bambini vogliono imparare! Loro sono pronti ad applicarsi in tutte le situazioni: sta a noi trovare le strategie più adatte a loro e non viceversa.

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