Il libro del viaggiatore

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I bambini hanno tante storie da raccontare. Renata Balducci propone un percorso e tante idee per sollecitare la scrittura condivisa a partire dalle storie. Coinvolgendo anche i genitori.   

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Tante storie da raccontare

Nella mia classe i bambini hanno tante storie da raccontare. Molti di loro hanno una storia che arriva dalla Cambogia, dal Perù, dalla Cina, dall’Albania, dalla Colombia, dall’Egitto, dal Marocco, dalla Tailandia, dalla Spagna, dagli Stati Uniti, dall’Irlanda e dalle Filippine e arriva in Italia.
Le storie sono tanto diverse e così simili allo stesso tempo. Le famiglie se lo arrotolano addosso, come una seconda pelle che protegge dal nuovo; le ripongono in un armadio segreto e le tirano fuori solo in privato, come una reliquia da condividere solo con i più intimi e nascondere agli “altri”; le stendono come tappeti invitanti; le strappano per dimenticare; le ricuciono insieme alle storie dei consorti che arrivano da altri Paesi, a quelle dolorose che hanno segnato il passato dei figli adottati.
Amo le storie. Amo pensare che, se si riesce a condividerle, intrecciano una rete di fili colorati, spessi sottili, irregolari, ritorti, lisci e sgargianti, che dà un senso, disegna un’identità senza però ingabbiarti.

Le parole e i silenzi

Nella nostra classe ci sono poche regole e nascono da un patto iniziale: siamo qui per imparare, stare bene e crescere insieme. I bambini della classe a volte hanno storie drammatiche alle spalle o situazioni difficili a casa: offrire loro un ambiente accogliente in cui si sentano compresi e valorizzati è un imperativo morale. Le regole si riferiscono tutte al rispetto: per se stessi, per gli altri, per l’ambiente. Ciò implica anche il rispettare il fatto che non sempre si abbia voglia di essere socievoli. Chi arriva con la luna storta a scuola, ha varie possibilità: chiedere di essere lasciato in pace per sbollire, chiedere di condividere il suo problema con i compagni per avere un consiglio, mettere il suo problema nella scatola dei problemi e poi tirarlo fuori quando decide che è giunto il momento di parlarne. Nella nostra classe, quindi, si rispetta anche il diritto al silenzio e il diritto a voler stare da soli. Il diritto di non parola!

Ci sono molte occasioni per parlare e discutere, da quelle informali durante gli intervalli, a quelli per condividere un lavoro di gruppo, ai momenti di “salotto”: il circolo in cui ognuno racconta ciò che vuole, ai momenti della “ragnatela” dove ognuno racconta qualcosa di profondo che vuole condividere solo con i compagni e nel passare il gomitolo agli altri forma una ragnatela che raffigura il legame tra i membri del gruppo. Ci sono assemblee: chiamiamo così le riunioni organizzative per decidere dove mettere un cartellone, come disporre i materiali in classe. Ci sono le discussioni per capire, condividere e far crescere pensiero generato dall’osservazione del mondo. In tutti questi momenti rispettiamo i tempi di ognuno (quel periodo in cui si incamerano e si dà un senso alle parole, il periodo di comprensione passiva, dove la L2 è lì latente, pronta a uscire, ad attivarsi), aiutiamo chi non riesce a esprimere il suo pensiero, non insistiamo con chi non se la sente di intervenire in pubblico.

Allo stesso modo i bambini possono scrivere storie di propria mano (una bambina sa già leggere e scrivere quando arriva in prima, altri stanno imparando in fretta, altri ci provano). Si può chiedere all’insegnante o a bambini più abili di fare da “prestamano”, oppure scrivere storie senza parole, con disegni, collage e ritagli.

I primi libri fatti dai bambini

I primi libri individuali sono “libri-forma” con o senza testo, libri “pop up” con piccole rime e Un alfabeto tutto mio dove i bambini scrivono e disegnano man mano parole accomunate dalla stessa iniziale. Chi ha difficoltà a trovare rime, lavora in piccolo gruppo e ciò diventa occasione per interessanti lezioni tra pari che mi permettono anche di osservare e comprendere meglio i singoli bambini.
Sono già libri, perché ogni scritto viene messo in forma pensando a tutti gli elementi extratestuali (marchio e nome della casa editrice, codice a barre, copyright, anno di edizione, ecc..) in modo da abituare i bambini a cercare quelle informazioni nei libri d’autore. Alla fine della prima tutti sanno indicare l’autore della storia, ma anche la casa editrice e l’anno di pubblicazione.

Si legge molto in classe: abbiamo subito creato una bibliotechina dalla quale attingere testi per le letture individuali mattutine, fatte in silenzio, in attesa che arrivino tutti e si sistemino. Ogni giorno leggo una storia, prediligendo quelle con parti ripetute che i bambini possono dire in coro, oppure quelle in cui i bambini possono mimare i movimenti o quelle con testo bilingue. In questo caso, dopo la lettura, presto il libro al bambino che può leggerlo nell’altra lingua insieme ai genitori, a casa.
Ogni lettura diventa pretesto per l’attività successiva: se leggo “Il gigante elegante”, ad esempio, questo mi permette di lavorare sul lessico dell’abbigliamento, sulla classificazione degli stessi in “armadi”, sugli iperonimi, sul genere e sul numero, ma posso anche iniziare a scrivere piccole descrizioni “Oggi indosso…” e posso anche lavorare sui colori.

Disegni lunghi lunghi

Quando, dopo la lettura, riraccontiamo la storia, molti sono esclusi perché non hanno ancora le parole. Come fare? La drammatizzazione aiuta ma mette in difficoltà i più timidi. Una lezione cattedratica toglie il gusto della lettura. Il disegno individuale si riduce a stereotipi e non insegna nulla a chi non ha capito. Allora compro colori, pennelli, piatti e bicchieri di plastica e due secchi. Stabiliamo delle regole ferree per i momenti di costruzione o pittura: se si dipinge individualmente ci si mette con i banchi in cerchio, in mezzo il tavolo dei colori e dei pennelli, sotto i due secchi uno con acqua pulita, da mettere nei bicchieri, uno per l’acqua sporca. i banchi si ricoprono con vecchi giornali. Poi una squadra ritira e mette ad asciugare i disegni, un’altra svuota il secchio dell’acqua sporca e lava i pennelli; un’altra ripulisce l’aula. Quando si dipinge o si costruisce in gruppo si formano due tavoloni da 12 o ci si mette per terra nel corridoio.

Iniziamo la produzione di disegni “lunghi-lunghi”. Spesso raccontano solo graficamente la storia appena ascoltata e discussa. la discussione continua nel decidere come predisporre le scene: come inizia? Cosa succede dopo? Qual è l’elemento principale da mettere in evidenza? Quali sono gli avvenimenti secondari da disegnare sullo sfondo? Come finisce la storia? i bambini spesso discutono animatamente e nel discutere condividono saperi e imparano gli uni dagli altri (“Ma no, il principe lo devi disegnare accigliato” “Con le ciglia lunghe?” “No, uno accigliato è così, come arrabbiato..” “Vedi che le ciglia..” “Si chiamano sopracciglia.” “Va bene…ma allora…non si dovrebbe dire sopraccigliato?” “Boh..no, dài, sono sicuro..fallo accigliato, così..”). Non solo. Ben presto noto che alcuni si sono dati un’organizzazione interessante sull’uso dei colori: si versa un colore, uno dipinge tutto ciò che va colorato con quello, finché non finisce (“Così non si spreca”). Sento dire “Qualcuno ha bisogno del giallo scuro? Io l’ho usato per l’oro, ve lo consiglio”…e così via. Anche i bambini più timidi o che conoscono meno l’italiano intervengono, discutono con gli altri. È così che imparano a lavorare insieme e a diventare amici. Spesso i disegni si arricchiscono di parole: ciò che dice un personaggio, un nome, una frase. All’inizio devo riscriverle io, non tanto per gli errori ortografici, ma per scrivere più in grande.

    

La scrittura collettiva e le immagini che parlano

Le immagini sembrano silenziose ma non lo sono. Su una parete rimane per tutto l’anno della carta spolvero dove i bambini possono attaccare comunicazioni e disegni. Quando arriva S. a metà anno è spaventata, spaurita. Non parla assolutamente l’italiano, è alta un paio di spanne più delle altre bambine, salta sui banchi, non capisco se è arrabbiata, triste o contenta. Ci sono parecchi bambini in difficoltà in classe e l’inserimento non è scontato. Poi un giorno vedo che, sulla carta spolvero, da quando è arrivata S. ha fatto dei disegni. Se si osservano bene, in quei grovigli fatti a matita c’è tutta la sua storia: una nave, un aereo, lei altissima in mezzo a bambini minuscoli e chiassosi. Noi al cinema. L’ultimo rappresenta lei con alcune bimbe. Me lo mostra lei: “Amiche.” dice. Ora che sa di avere delle amiche anche qui, può iniziare a imparare!
Per arrivare a scrivere davvero insieme il percorso è lungo. Scrivere davvero insieme presuppone la capacità di rinunciare alle proprie idee a favore di quelle più adatte a far avanzare la storia, mettersi d’accordo sul plot, sullo stile, sulla singola parola, sulla forma della frase, sul tempo dei verbi, sull’io narrante, e così via. Occorre condividere e negoziare significati e significanti, fare attenzione al contesto ma anche al cotesto, visualizzare le descrizioni e le situazioni degli altri, mettersi nei panni dell’altro, nella sua mente, nelle sue parole, fino a che questo diventa un altro astratto, indefinito: il lettore per cui si scrive.
Per arrivare a questo iniziamo a scrivere a coppia, in piccolo gruppo, scriviamo piccole storie a staffetta, raccontiamo storie insieme, partiamo da incipit e da finali, manipoliamo e riscriviamo testi. Nel frattempo, mentre scriviamo e disegniamo libri individuali e collettivi in classe, parte il nostro primo “libro viaggiatore”.

Il libro viaggiatore

Il Libro viaggiatore è un libro che, a partire da un incipit fornito dall’insegnante, viene costruito dai bambini e dalle loro famiglie , una pagina dopo l’altra, viaggiando di casa in casa.
Ho iniziato a proporre il Libro viaggiatore”ì quando ho insegnato nelle scuole italiane all’estero. I bambini erano abituati a scrivere insieme. Lo facevano con gioia e molta fatica a Buenos Aires, dove dovevano seguire il curricolo completo nelle due lingue, italiano e castigliano, con i genitori che la consideravano un’operazione facile, “perché erano di origine italiana” e “i nonni ogni tanto parlavano ancora italiano. Scrivere in un’altra lingua (e avere a che fare con le varie discipline in una lingua non materna) è un’impresa notevole. Spesso i genitori non si rendevano conto dello sforzo compiuto dai bambini. Proporre di scrivere insieme ai loro figli, continuando una storia e illustrandola, permetteva di condividere direttamente una parte del percorso di apprendimento dei bambini e svolgere dei “compiti a casa” meno noiosi del solito. Questo tipo di scrittura condivisa, quindi, non ha uno scopo linguistico alto come nelle scritture collettive in classe ( che presuppongono ogni volta una discussione anche sugli aspetti formali della lingua, ad esempio sulla coerenza e la coesione del testo), ma punta più sulla motivazione alla scrittura e sulla creazione della classe come comunità estesa di apprendimento.

Tornata in Italia, insegnando in una scuola multiculturale, ho rilanciato quest’idea allo scopo di unire i bambini, far conoscere tra loro le famiglie, condividere un progetto con tutte le generazioni presenti in casa e divertirsi. Presento l’attività ai genitori durante una delle prime riunioni. Ho chiesto loro anche di portare qualcosa fatto in casa da condividere in quella che in Piemonte viene chiamata una “merenda sinoira” o apericena. Dopo aver spiegato cos’è il libro e come si procederà, i genitori mangiano e chiacchierano si stabiliscono i primi legami tra le famiglie ed è un piacere sentire le discussioni sulle ricette, ma anche sulla vita in Marocco o in Albania. Questo momento si rivelerà fondamentale anche per la scrittura del libro. Non sottovalutiamo mai l’opportunità di servirci di un mediatore culturale che può facilitare i contatti tra i genitori. Nel mio caso potevo contare su una rappresentante di classe e un gruppo di genitori molto sensibili alle altre culture e lingue, perché vissute all’estero, amanti delle lingue, genitori adottivi o coppie miste, che hanno cioè vissuto sulla propria pelle l’essere straniero, ma so che esistono contesti più complessi e conflittuali.

Le tappe del libro viaggiatore

  • L’insegnante comunica ai bambini e alle famiglie l’idea del Libro viaggiatore”ì con una lettera o durante una riunione.
  • Stabilisce un calendario (prevedendo almeno un mese extra) per i “passaggi” del libro (considerando una pagina per bambino) e consegna il calendario vuoto alle famiglie chiedendo di segnare il nome accanto a tutti i giorni in cui la famiglia potrebbe lavorare insieme (è bene lasciare la possibilità alle famiglie di lavorare con altri, in modo da non mettere in difficoltà genitori con poca dimestichezza con l’italiano o genitori con poca disponibilità di tempo).
  • Una volta avuti i “desiderata”, stabilisce il calendario definitivo (tizio prende il libro il giorno X e lo riporta in classe il giorno Y).
  • L’insegnante scrive e illustra la prima pagina. Questa prima pagina stabilirà il formato del libro.
  • Prepara una “valigetta” che contenga le pagine scritte e illustrate del libro (che via via si aggiungono) ma anche materiali utili per la sua creazione (cartoncini, carta di diverso tipo per collage, carta per scrivere, ecc...)
  • Legge la prima pagina alla classe e mostra le illustrazioni (sarebbe ideale illustrare con tecniche miste, in modo da offrire più idee per continuare a illustrare: disegni, dipinti, ritagli, collage con materiali naturali, ecc..)
  • Insieme ai bambini si discute come potrebbe continuare la storia.
  • Con una piccola cerimonia (il rituale del passaggio del libro affascina i bambini che sentono di avere la responsabilità di continuare la storia per tutta la classe, senza chiuderla e senza iniziarne un’altra) la valigetta passa al bambino in calendario.
  • Quando il bambino riporta il libro in classe si leggono “le puntate precedenti” si osservano le immagini, si discute con la classe, si consiglia il bambino che deve continuare e così via.
  • Una volta ultimato, si rilega il tutto in modo che sembri un vero libro, scegliendo con i bambini le parti extratestuali (marchio e nome dell’ipotetica casa editrice, biografia dell’autore-classe, pubblicità, quarta di copertina, titolo, ecc...).

Può succedere che…

  • In una prima è capitato che ci fosse un genitore musicista il quale ha composto un brano da allegare alla pagina che stava scrivendo con il figlio: è stata una sorpresa che ha entusiasmato tutti. Se ci sono competenze del genere in classe si possono invitare i genitori a metterle in gioco.
  • In una seconda, dove insegnavo matematica, ho proposto un “Libro viaggiatore matematico”: esattamente come quello descritto sopra, ma ogni pagina doveva contenere dei dati matematici e finire con una situazione/problema che il bambino avrebbe dovuto risolvere prima di continuare la storia.
  • In classi di bambini più esperti si può pensare alla realizzazione di “libri gioco” con percorsi alternativi a seconda delle scelte compiute dal lettore.
  • In una classe “informatizzata” il Libro viaggiatore può viaggiare on line aprendo un sito web protetto, utilizzando il blog della scuola, ecc.

Le storie che uniscono

I genitori si tuffano in questo progetto con entusiasmo. Non so se brillino di più gli occhi del bambino che esce con il badge di “Scrittore ufficiale del Libro viaggiatore” quando è il suo turno o quello delle mamme e dei papà. Nel frattempo abbiamo aperto anche un blog protetto della classe, dove postiamo foto, compiti, testi e gli eventi adatti ai bambini che offre la nostra città. Non tutti hanno internet, ma questo diventa una bella occasione per invitare i compagni a casa per vedere le foto insieme ai genitori. Tra il blog e il libro viaggiatore, crescono amicizie, lo vedo dalle delega che tutti i genitori danno a tutti gli altri per ritirare il figlio a scuola in caso di bisogno: una specie di dichiarazione di fiducia reciproca.
Nascono anche collaborazioni e scambi , le lezioni di spagnolo in cambio di quelle di inglese, conversazione in arabo in cambio di aiuto per i compiti, accompagnamenti collettivi in piscina o ad atletica, ecc..

Le mamme che frequentano il corso di italiano a scuola “La scuola delle mamme”, ne approfittano per scrivere le loro prime frasi italiane.
L’attività ha così tanto successo che, appena finito il libro e, alla fine della lettura pubblica fatta in classe, sono tutti pronti per ricominciare.
Il tempo però è poco e i bambini sono ancora piccoli, così propongo un Libro viaggiatore espresso che viaggia solo tra i banchi e non dev’essere realizzato con i genitori. I bambini si autorganizzano. Non è un’attività obbligatoria, ma alla fine partecipano tutti.
Ci sono diverse attività opzionali che si possono svolgere nei momenti “morti” o quando devo dedicare la mia attenzione a un gruppo specifico di bambini. Ogni bambino ha un Blue-book appeso al muro: è uno di quei quaderni di pochi fogli che usano gli studenti nordamericani per i loro compiti universitari. Su quel quaderno può scrivere e illustrare una storia che diventerà un libro. Alcuni producono storie e le sfornano come fossero biscotti profumati; altri lasceranno sulla parete il quaderno per due anni, finché non se la sentiranno di gestire autonomamente il tutto.
Ognuno ha tempi diversi.

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