Il gioco e il corpo: dialogo tra fuori e dentro

Entra in Giunti Scuola

Hai dimenticato i dati di accesso?

Non sei ancora registrato?

Entra anche tu a far parte della più grande community di insegnanti italiani sul web!

Perché dovrei registrarmi?

Array
(
    [cmg_userData] => Array
        (
            [localhost%%gs_prod] => Array
                (
                    [profile] => ANONYMOUS
                    [groups] => Array
                        (
                            [-2] => SanchoEverybody
                        )

                )

        )

    [cmg_channels] => Array
        (
            [RZNNRP9R] => Array
                (
                    [type] => method
                    [methodName] => cmg_processURL
                )

            [7XTIID1F] => Array
                (
                    [type] => method
                    [methodName] => sancho_Object_showUp
                )

            [EI2U8A39] => Array
                (
                    [type] => method
                    [methodName] => sancho_Object_showUp
                )

        )

    [cmg_lang] => 
)
/var/www/custom/src/gs/loginBar/index.html:20:boolean true
/var/www/custom/src/gs/loginBar/index.html:21:string '-3' (length=2)
/var/www/custom/src/gs/loginBar/index.html:22:int -3

La dimensione corporea visibile e quella psichica invisibile interagiscono costantemente fra loro. Gli adulti  che incoraggiano i bambini che giocano, attuano i precetti del Castiglione, le segnalazioni della Berterat, le convinzioni di Winnicott e di Merleau-Ponty. Magari non ne sono consapevoli, ma stanno accogliendo il corpo del bambino “fuori e dentro”. Di Gianfranco Staccioli. 

gioco aperto

“Toc, toc, c’è nessuno in casa?”. Inizia così un tradizionale gioco con il corpo che le madri possono fare ancora con il loro bambino. Nel recitare la formuletta percuotono delicatamente con il pugno chiuso la fronte del piccolo. Poi, fissandolo negli occhi, dicono: “Guardiamo dalle finestre se c’è qualcuno”. La filastrocca continua toccando il naso (“suoniamo il campanello”) e aprendo la porta (la bocca) per scoprire se c’è o meno qualcuno al suo interno. La sequenza finisce con le dita dell’adulto che “camminano” sul mento, alla ricerca degli abitanti della casa, per finire “in cantina”, solleticando sulla gola il bambino, che ride.
Una sequenza semplice, tramandata di generazione in generazione che sembra voler insegnare che il corpo è come una casa. Ha un esterno e un interno. L’interno è grande, vario, abitato, profondo. L’esterno può essere chiuso o aperto. Il tuo corpo, dice la madre senza dirlo esplicitamente, è molto di più di quello che puoi vedere o toccare. C’è vita al suo interno. Magari né tu né io riusciamo a intravedere qualcosa di toccabile o di visibile, ma la “casa” è grande e la si può percorrere fino al fondo, fino alla cantina. Bussare alla “casa”, guardare dalla finestra, aprire la porta, scendere fino alle parti più profonde, è possibile. È anche divertente. Esplorare “la propria casa” con l’aiuto di un adulto è un percorso affascinante, oltre che importante per crescere.

Visibile e invisibile

Quando si parla di corpo ci viene naturale pensare al suo aspetto visibile. Ci viene da pensare a ciò che possiamo guardare di un corpo: il volto, le braccia, il suo aspetto esteriore, il modo con cui è vestito... Ci capita anche di farlo con i bambini piccoli. Un bambino che sta bene dovrebbe avere un aspetto esteriore “ben fatto”. La cura del corpo viene spesso identificata con l’aspetto sanitario (necessario), con l’aspetto estetico (importante), con l’aspetto sociale (relativo). Sulla porta del nido: “Che cosa ha mangiato oggi il mio bambino?”, chiedono i parenti nel riprendere il figlio. “Mi raccomando non sporcarti, hai il vestitino pulito”, si sente dire al mattino. Oppure, nel dialogo fra genitori: “Vedessi come riesce a giocare con il tablet, il mio bambino”. Gli aspetti legati alla salute fisica, all’abbigliamento, alla relazione sociale, sono importanti. Ma rischiano di relegare la cura del corpo ad aspetti secondari. Come rifare la facciata di una casa, mentre all’interno i condomini continuano a litigare su come si dovrà pagarla.
La dimensione corporea visibile e quella psichica invisibile interagiscono costantemente fra loro. “Non c’è un solo movimento che sia assolutamente casuale nei confronti delle intenzioni psichiche”, così come ogni azione condiziona il proprio mondo interno, scriveva il filosofo Merleau-Ponty. Le due dimensioni interagiscono sempre e non dialogano a caso. Il corpo di una persona è un’unità che incontra sempre la parte psichica, quella fisica e quella etico/sociale. Questo vale nel rapporto con se stesso e vale nel rapporto con gli altri. “La percezione del mio corpo, scrive ancora Merlaeu-Ponty, sprofonderebbe nelle sabbie mobile nell’ipotesi di una attenzione strettamente individuale”. Soltanto nel rapporto con gli altri, come, nel nostro esempio della mamma che bussa alla porta, si costruisce il proprio corpo.

L’equilibrio tra dentro e fuori

Questa idea di interazione interno/esterno, fra visibile/invisibile, non c’è sempre stata. Per molto tempo ci si è occupati del “fuori” del corpo. Nel XVI secolo Baldassar Castiglione scriveva che l’aspetto esteriore di un corpo ricalca il suo essere “interiore”. Castiglione diede alle stampe Il libro del Cortegiano, per descrivere la formazione delle persone che avrebbero fatto una vita di Corte. “La forma del loro corpo” avrebbe dovuto mostrare un aspetto sano, “non molto delicato”, “grazioso e virile”, abile nelle relazioni di Corte. Il corpo si poteva modellare attraverso attività motorie e ginniche, accorgimenti estetici e modalità equilibrate di comportamento sociale. Scriveva Castiglione che “le cose estrinseche spesso fan testimonio delle intrinseche”. Cioè se un bambino (e un adulto) si presenta con un corpo ben fatto significa che è una persona equilibrata, serena e capace. Bisognava perciò educare il corpo, con attività tali da renderlo sano, gradevole a vedersi e capace di relazionarsi con le persone del suo tempo. Questi tre aspetti: salute, modo di vestirsi e modo di comportarsi nella società erano le regole del tempo e sono molto simili a quelle degli adulti di oggi, quando parlano dei loro bambini all’esterno di un nido.

Il tutto e le parti

Entrare dentro al corpo vuol dire anche allontanarsi dalla dimensione del visibile e accogliere un invisibile sfumato, mobile, non stereotipato. I primi tracciati grafici dei bambini piccoli che disegnano la mamma sono composti da un cerchio. La mamma è per loro “quella cosa lì”, è un insieme, un cerchio di vita, un qualcosa che racchiude, che contiene. Il disegno non è solo una conseguenza di incapacità rappresentativa infantile. La mamma è percepita come un insieme. La forma chiusa (il fuori) racchiude tutto l’interno, che c’è ma non mostra immagini. Da parte nostra ci sforziamo di disgregare questo insieme. Chiediamo ai bambini di rappresentare il corpo della mamma o di un qualsiasi essere umano insistendo sull’aspetto visibile. Come sono i suoi capelli? Le sue labbra? Le sue gambe? Diamo quasi l’impressione ai bambini di essere interessati soprattutto agli aspetti visibili del corpo, come se un corpo fosse fatto dalle parti che lo compongono. Come se queste parti non avessero (e non fossero parte di) un interno, di una casa con tante stanze difficili da descrivere.
Più di venti anni fa un’attenta studiosa del corpo (Thérèse Berterat) scrisse un libro dal titolo volutamente provocatorio: La tigre in corpo. “Io, tu e gli altri – scriveva – ce l’abbiamo tutti la tigre. Ti sta avvinghiata addosso con tutti gli artigli, si muove con te, dorme con te, ma tu non lo sai, non la vedi, non la senti neppure”. L’immagine di avere una tigre nel corpo è molto forte, ma la metafora rappresenta bene una idea di corpo che trattiene al proprio interno emozioni, tensioni, vibrazioni. Quello che contiene la tigre è un corpo complesso e unitario (l’esterno e l’interno) quasi come quel cerchio di vita percepito dai disegnatori piccolissimi. La Berterat ci insegna come addomesticare la tigre, con una ricerca “dentro” il corpo e le sue tensioni, attraverso l’arte della distensione.

Il ruolo del gioco

Rivolgiamoci a questo corpo. È un corpo che, nel ventre materno, percepisce prima di nascere, che accoglie la voce della madre, che freme ai rumori bruschi, che si calma sentendo una ninna nanna. Oggi si riconosce che cantare a un bambino ancora nell’utero, produce effetti di serenità e di calma. A un bambino di pochi mesi si illuminano gli occhi guardando la mamma. Questo è segnale di uno sviluppo emotivo profondo, anche se per noi è appena visibile. Donald Winnicott, uno dei più importanti studiosi della prima infanzia, noto per la teoria dell’“oggetto transazionale”, ci propone il “luogo” nel quale il bambino scopre il proprio “interno”. Questo luogo è il gioco. La conoscenza interiore passa attraverso il gioco che non è né “interno” né “esterno”, ma consente un dialogo fra le cose reali e i desideri o le paure. Per giocare “occorre fare le cose, non semplicemente pensare o desiderare di farle. E fare le cose richiede tempo. Giocare vuol dire fare”.

Incoraggiare e dare tempo

Quando un bambino cerca di salire su una panchina del giardino, gioca con propria abilità fisica, ma anche con il proprio livello di sicurezza/incertezza. Un adulto presente che gli dice “Dai, che ce la fai”, aiuta la crescita motoria, quella psicologica e quella relazionale. Quando un bambino mette uno sull’altro degli oggetti, non sviluppa solo proprietà fisiche o progettuali, ma rinforza il suo essere un coraggioso scopritore. Un adulto che gli dice: “Fai con calma, hai tutto il tempo”, rende il bambino più abile e più sereno. Quando gli adulti si comportano così (incoraggiando e dando tempo) attuano i precetti del Castiglione, le segnalazioni della Berterat, le convinzioni di Winnicott e di Merleau-Ponty. Magari non ne sono consapevoli, ma stanno accogliendo il corpo del bambino “fuori e dentro”. Come se stessero giocando all’antico dialogo inglese: “Toc, toc, c’è nessuno in casa? Posso entrare con delicatezza?”.

Per saperne di più

Baldesar Castiglione (1998). Il libro del Cortegiano [1528] Torino: Einaudi
Berterat T. (1990). La tigre in corpo. Milano: Mondadori.
Mariani A. (2204). Corpo e modernità. Milano: Unicopli.
Merleau-Ponty M. (1993). Il bambino e gli altri. Roma: Armando Armando.
Ritscher P. (2003). Le coccole musicali. Torino: Il Capitello.
Staccioli G. (2015). L’albero dei racconti. Pisa: Pacini.
Winnicott D. W. (2001). Gioco e realtà. Roma: Armando Armando.

 

Articolo pubblicato su Nidi d'infanzia 2016/2017
 

9 Maggio 2017 Cultura e pedagogia

Condividi

Commenti

Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Entra in Giunti Scuola