Problemi aperti sull'autismo

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Il presente lavoro illustra alcuni tra i problemi aperti più rilevanti del disturbo autistico, dalla valutazione cognitiva alle abilità savant, che costituiscono una sfida per operatori e studiosi del settore.

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problemi_aperti_autismo

Fonte: www.daybyday.tv

Com’è noto, l’autismo è un disturbo dello sviluppo solitamente grave, definito come pervasivo proprio in quanto i bambini e le persone con autismo presentano problemi in diverse aree: le anomalie qualitative nell’interazione sociale reciproca, i deficit comunicativi e linguistici, la povertà di interessi e la tendenza alla ripetitività caratterizzano tutti i soggetti con diagnosi di autismo, nonostante le differenze considerevoli nei profili individuali.

A testimonianza della gravità del fenomeno, si assiste oggi a un moltiplicarsi degli studi, a livello neurologico, psicologico, clinico, pedagogico-didattico, ecc. Lo scopo è quello da un lato di trovare spiegazioni che sempre meglio consentano di interpretare il fenomeno in tutte le sue manifestazioni, dall’altro quello di sperimentare strategie di intervento sempre più efficaci. In questa direzione molti volumi sono dedicati ai genitori e/o agli insegnanti e agli educatori, ossia a quelle persone che ogni giorno affrontano la sfida di vivere con un bambino autistico e di aiutarlo a crescere.

In queste pagine non affronteremo direttamente il tema dell’intervento. Si tratta infatti di un argomento controverso, che a partire dagli anni ’50 del secolo scorso ha visto studiosi e operatori schierarsi, talvolta in modo netto, a favore o contro determinati metodi riabilitativi o terapeutici. L’adesione a una cornice teorica di riferimento e alla relativa modalità d’intervento è avvenuta in certi casi in modo acritico, dando per scontati alcuni presupposti e utilizzando i dati empirici più per confermare le proprie concezioni di partenza che per verificare la reale efficacia di un trattamento.

Paradigmatica in questo senso è stata la deriva della spiegazione psicodinamica dell’autismo nel lavoro – teorico e operativo al tempo stesso – di Bruno Bettelheim: com’è noto, l’autore arrivò a sostenere la necessità di un distacco dalle figure parentali a scopo terapeutico, senza che sufficienti evidenze empiriche supportassero da un lato l’idea che l’autismo fosse causato da inadeguate cure materne, dall’altro che l’allontanamento dalla madre e la conseguente presa in carico totale rappresentassero per i bambini con autismo un efficace metodo terapeutico (Barale e Ucelli, 2006).

Attualmente molto cammino è stato fatto verso il superamento dei dogmatismi che hanno caratterizzato i primi studi sull’autismo. Il risvolto operativo di tale tendenza si trova nei lavori che tentano di esaminare criticamente diverse prospettive teoriche e di intervento (Scopesi e Zanobini, 2010) e nelle proposte che puntano alla costruzione di un modello integrato di trattamento, per consentire «ai bambini con autismo e disturbi pervasivi dello sviluppo di sperimentare il proprio corpo in relazione al corpo dell’altro, in un ambiente a elevato impatto emozionale, altamente attivante e motivante per la loro crescita e per il massimo sviluppo della loro autonomia comportamentale e comunicazionale» (Solari, 2010).

Tuttavia, ancora oggi alcune interpretazioni dell’autismo tendono a essere semplificatorie e, nel tentativo di ricondurre un fenomeno così complesso a un unico meccanismo esplicativo, rischiano da un lato di non spiegare tutte le aree sintomatiche, dall’altro di non rendere ragione delle caratteristiche insolite e delle capacità inattese, presenti in molti soggetti, che già Kanner (1943) e Asperger (1944) avevano evidenziato nelle prime pubblicazioni sulla “sindrome autistica”. Come evidenziato da Valeri (2010), le principali ipotesi esplicative, prese isolatamente, non riescono a spiegare tutte le caratteristiche della sindrome; per esempio, l’ipotesi nota di una carenza nella teoria della mente offre un importante contributo per una migliore comprensione dei deficit sociali e comunicativi, ma non spiega la presenza di comportamenti ripetitivi e ristretti.

Ciò induce molti dei ricercatori che oggi si occupano del fenomeno a preferire una teoria dei deficit multipli, dove compromissioni più generali (carenza nelle funzioni esecutive e nei processi attentivi, debole spinta alla coerenza nell’elaborazione dell’informazione) coesistono con deficit più specifici, come l’incapacità di mentalizzare.

Di fatto, uno sguardo retrospettivo sul succedersi delle diverse interpretazioni mostra come le nuove scoperte in campo clinico, psicologico e neurobiologico abbiano comportato via via profonde revisioni degli approcci precedenti, senza peraltro arrivare fino a questo momento a scrivere la parola fine nella descrizione delle cause e della natura del fenomeno, né a definire una linea d’intervento risolutiva.

Nelle pagine che seguono, allora, più che tentare di trovare risposte, proveremo a illustrare brevemente alcuni tra i più rilevanti problemi aperti, in quanto costituiscono una sfida per operatori e studiosi del settore e tendono a mettere in crisi concezioni radicate e pregiudizi. 

Lasciando da parte il problema del substrato neurofisiologico del disturbo, campo in cui l’applicazione di tecniche quali l’utilizzo di neuroimmagini e della risonanza magnetica funzionale ha consentito un fiorire di studi e un accumulo di nuove conoscenze, ci concentriamo su questioni di interesse prevalentemente psicologico:

  1. Partendo dalla constatazione che spesso le persone con autismo ottengono punteggi bassi ai test di intelligenza, in che misura possiamo affermare che tali individui presentino un deficit intellettivo?
  2. In stretto collegamento con la domanda precedente, il confine tra sviluppo tipico e sviluppo delle persone con autismo è un confine netto o ci troviamo di fronte a un continuum? In altre parole, si può pensare non solamente a un quadro deficitario, ma a uno stile cognitivo differente?
  3. In questa cornice, che significato bisogna attribuire alle abilità savant presenti in alcuni individui con autismo? 

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Mirella Zanobini (Università di Genova): 18 Marzo 2014 Abilità, Disabilità, Valutazione

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