Parliamone con... Giacomo Vivanti intervista Fred Volkmar

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Parliamone con... Giacomo Vivanti intervista Fred Volkmar

Proponiamo un'intervista di Giacomo Vivanti a Fred Volkmar, professore di Psichiatria infantile alla Yale University, sul tema dell'autismo.

L'accesso alle risorse di questa sezione è riservato ai seguenti profili

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Fred Volkmar è Professore di Psichiatria Infantile, Pediatria e Psicologia alla Yale University e dirige, presso la stessa Università, il Child Study Center. Dirige inoltre l’unità di Psichiatria Infantile presso l’ospedale di Yale-New Haven.
È membro del comitato scientifico dell’American Psychiatric Association e dell’American Academy of Neurology e coordina i lavori della Autism Encyclopedia, di prossima pubblicazione.
Ha pubblicato centinaia di contributi scientifici sul tema dell’autismo ed è autore degli attuali criteri diagnostici per la definizione di autismo. È inoltre direttore del Journal of Autism and Developmental Disorders.

 

D: Professor Volkmar, negli Stati Uniti l’autismo è in aumento e diversi dati sembrano confermarlo. Qual è la natura di questo fenomeno?

R: Abbiamo notizia di casi di autismo a partire dal 1943. A quell’epoca il fenomeno era sconosciuto, anche se alcuni casi di ragazzini con sintomi che oggi definiremmo “autistici” sono stati documentati pure nei secoli scorsi. Una definizione precisa di autismo è stata formulata solo nel 1980 e da allora sono successe molte cose. Soprattutto oggi c’è molta più attenzione e consapevolezza della sindrome autistica. Negli USA le scuole si sono attrezzate e offrono più servizi che nel passato; abbiamo anche cambiato il modo in cui diagnostichiamo la sindrome e soprattutto poniamo più attenzione all’autismo in bambini dotati cognitivamente.
La stessa cosa vale per l’Europa. Non siamo in grado di dirlo con certezza, per l’assenza di studi che nel corso del tempo valutino una medesima popolazione con gli stessi criteri diagnostici, ma è possibile che l’aumento di casi di autismo rifletta in realtà l’aumento della nostra capacità di identificare l’autismo e l’utilizzo di criteri più inclusivi, ovvero che attribuiscono l’etichetta di autismo a più bambini di quanto succedesse in passato. Quello che oggi chiamiamo “autismo” quindici anni fa lo chiamavamo in un altro modo, trenta anni fa in in un modo ancora diverso. Gli anni Novanta, durante i quali si è registrato l’aumento dei casi di autismo, sono gli anni in cui è stato raggiunto un consenso tra i criteri diagnostici utilizzati in Europa e negli Stati Uniti. Ipotizziamo quindi che l’autismo ci fosse già nel passato, e forse era altrettanto frequente che ai giorni nostri, ma solo ora abbiamo messo a fuoco il fenomeno, abbiamo imparato a conoscerlo, e siamo tutti d’accordo su come definirlo.

D: Pensa che vi siano cose molto importanti che oggi sappiamo sull’autismo e che non conoscevamo dieci anni fa?

R: Penso che vi siano due cose importanti: la prima è che più precoce è la diagnosi, e di conseguenza l’intervento, maggiore è la probabilità che i bambini vadano incontro ad esiti evolutivi migliori. Più precoce è l’intervento meglio è. Questo non vale per tutti i bambini, in alcuni casi un intervento precoce non migliora il risultato, ma vale almeno per la maggior parte di loro.
L’altra cosa riguarda la conoscenza delle cause dell’autismo. Abbiamo individuato una serie di geni che sembrano coinvolti nella sindrome, e abbiamo anche sviluppato conoscenze nuove e nuove tecniche per studiare il cervello delle persone con autismo. Abbiamo capito che alcuni circuiti e processi cerebrali, tra cui quelli coinvolti nella comprensione e nell’iniziativa sociale, non funzionano a dovere nelle persone con autismo. Queste informazioni hanno aiutato molto nella comprensione e nella ricerca sull’autismo e speriamo che nei prossimi dieci anni possa ridursi il divario che ancora esiste tra la ricerca e le strategie di intervento

 

Per saperne di più scarica l'intervista completa che trovi nella sezione "Approfondimenti" in cima a questa pagina

01 Agosto 2013 Autonomia, Valutazione

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