LA STORIA. Un training per le abilità sociali per un caso di disabilità visiva

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LA STORIA. Un training per le abilità sociali per un caso di disabilità visiva

Viene qui presentato il caso di un ragazzo non vedente che ha potuto beneficiare di un training basato sulla metodologia del Cooperative Learning per il miglioramento delle sue relazioni con i pari all’interno del contesto classe. 
DITA

Immagine tratta dal sito giusto peso

I bambini e i ragazzi con disabilità incontrano diversi ostacoli nelle relazioni interpersonali, dovuti alle loro limitazioni fisiche o ai loro problemi cognitivi. Poiché l’interazione sociale, così come si deduce dal termine stesso, è resa possibile dalla reciprocità degli scambi comunicativi, se le modalità espressive dei soggetti con disabilità non sono comprese appieno da parte dei coetanei normodotati, la relazione che si instaura è unidirezionale e perciò non efficace (Choi, 2000).

Sacks e Silberman (2000) affermano che la socializzazione è il processo evolutivo che più risente del deficit visivo. Nel caso specifico della disabilità visiva, infatti, il deficit del senso della vista comporta problemi nell’apprendimento per osservazione e per imitazione; in particolare, bambini e ragazzi non vedenti e ipovedenti hanno bisogno di indicazioni precise da parte degli altri riguardo all’ambiente che li circonda e alle condotte più adeguate da tenere sul piano sociale.

Lo sviluppo delle abilità sociali da parte di bambini e ragazzi con disabilità visiva è quindi influenzato dalla presenza/assenza di alcuni fattori:

motivazione del soggetto a interagire con gli altri e a utilizzare i sensi residui (udito, tatto e olfatto) nelle relazioni interpersonali;

feedback da parte degli altri;

opportunità di sperimentare le proprie abilità sociali in diversi contesti (casa, scuola, ecc.).

L’interazione con i pari rappresenta quindi uno strumento utile e funzionale grazie al quale gli alunni con disabilità visiva possono migliorare le abilità sociali. Diversi studi hanno documentato l’aumento dei comportamenti prosociali in studenti con deficit visivo in seguito a interventi mediati dai coetanei normodotati (Bonfigliuoli e Pinelli, 2008; D’Allura, 2000; Peavey e Left, 2008).

Il curricolo “efficace”

Per quanto riguarda le caratteristiche che dovrebbe possedere un intervento per l’insegnamento delle abilità sociali, Vaughn e collaboratori (2003) hanno pubblicato un’interessante rassegna sull’argomento.
Gli autori concludono affermando che gli interventi più efficaci citati in letteratura possiedono le seguenti caratteristiche:

1. sono stati applicati all’interno del contesto classe;

2. hanno impiegato la metodologia dell’apprendimento cooperativo;

3. hanno incentivato la mediazione dei compagni di classe;

4. hanno utilizzato l’insegnamento diretto delle abilità sociali attraverso istruzioni verbali e connotazioni positive o premi contingenti per i comportamenti adattivi e disadattivi.

Il training cooperativo

Alla luce degli studi presenti in letteratura, è stato formulato un curricolo specifico per l’insegnamento delle abilità sociali a bambini e ragazzi con disabilità visiva. Il curricolo è caratterizzato da diverse metodologie educative, fra le quali assume particolare importanza quella cooperativa, e si propone di utilizzare al meglio l’apprendimento tra pari. Di seguito verrà presentato lo studio realizzato con uno dei ragazzi coinvolti nella ricerca.

Come indicatore dell’efficacia del training proposto sono state osservate le condotte prosociali (sia emesse che ricevute dal soggetto), mentre il training cooperativo per le abilità sociali è stato strutturato seguendo la metodologia del Learning Together di Johnson, Johnson e Holubec (1996).

Per quanto riguarda la metodologia della ricerca, è stato utilizzato il disegno a soggetto singolo con ritiro del trattamento per meglio verificare l’effetto dello stesso sulla variabile dipendente. Si tratta di uno studio che prevede:

a. una fase iniziale in cui viene osservato e registrato il comportamento da modificare (diminuire, incrementare o eliminare);

b. una fase di trattamento in cui viene proposto l’intervento che dovrebbe modificare il cambiamento;

c. una fase finale in cui il trattamento viene sospeso e si osserva nuovamente il comportamento per verificare che si sia modificato secondo le ipotesi di partenza.

 

Se sei abbonato puoi scaricare l'articolo completo nella sezione "Approfondimenti" che trovi in cima a questa pagina. 

Chiara Bonfigliuoli, Marina Pinelli (Università degli Studi di Parma): 23 Luglio 2015 Casi, Disabilità, Intervento

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