Quando i docenti fanno lezione a se stessi, si rivolgono alla lavagna

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Quando i docenti fanno lezione a se stessi, si rivolgono alla lavagna

Il peggior nemico degli allievi con BES è “il ritmo della classe”, che in realtà esprime un modello di insegnamento unico. Un modello uguale per tutti nei tempi e nei metodi, un modello che umilia le differenze e si rivolge alla lavagna, piuttosto che concepire l’insegnamento come un processo di relazione reciproca. 
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Fonte: www.10elol.it

L’affermazione che dà il titolo a questo post, è apparsa di recente su un quotidiano nazionale, ed è stata fatta da un docente e mi sembra uno di quelli slogan che, con poche parole, racchiudono una questione importante. Che cosa vuol dire insegnare?

Gli alunni con Bisogni Educativi Speciali

Il miglior modo per dare una risposta a questa domanda è considerare gli alunni con Bisogni Educativi Speciali (BES), cioè coloro che, a causa di alcune condizioni di partenza (DSA, disturbo di attenzione, disturbo di linguaggio ecc.), non riescono a seguire come gli altri il cosiddetto “ritmo della classe” (misura arbitraria, costruita empiricamente da ciascun insegnante, che diventa il parametro di riferimento a cui tutti debbono attenersi).

Gli allievi con BES sono coloro che hanno più bisogno degli insegnanti e dell’insegnamento, dato che non apprendono, o apprendono con maggiore lentezza, oppure in modo incompleto o distorto. Gli altri allievi, che sono sicuramente la maggioranza, apprendono comunque, spesso nonostante scarso impegno e basso grado di dipendenza dal modello didattico adottato dal docente.

La motivazione ad apprendere 

Noi adulti oggi non siamo in grado di dire se le nostre conoscenze dipendono dal metodo utilizzato dai nostri docenti. Anzi, quando abbiamo ricordi positivi degli insegnanti, facciamo sempre riferimento alla motivazione che hanno saputo trasmetterci per la loro materia, alla loro capacità di coinvolgerci e non al rigore o alla severità o al modo di spiegare i contenuti della lezione.

La qualità del docente percepita dall’allievo sembra dunque correlata più alla motivazione ad apprendere che alla tecnica di insegnamento. Sembra più utile saper favorire l’apprendimento che trasmettere nozioni, stimolare la curiosità e facilitare l’avvicinamento alla materia, piuttosto che dare dotte spiegazioni.

Quando l'esercizio è fonte di frustrazione

Cosa sperimentano gli allievi con BES del modo di insegnare? Scrive un genitore in questi giorni: “in prima elementare tutto l’alfabeto fatto e ora chi, che, ghi, ghe... dettati e quant’altro. Mio figlio e altri arrancano e così subiscono punizioni tipo rimanere in classe nell’intervallo per finire quello che non sono riusciti a fare in classe…”.

Quale motivazione ad apprendere svilupperanno questi bambini? E cosa vuol dire per questo docente insegnare? Non si discute qui del fatto che questo insegnante faccia fare più esercizio ad alcuni bambini rispetto ad altri, ma che questo tempo debba essere sottratto a momenti di pausa e di comunicazione fra i bambini. Questo è il modo per trasformare l’esercizio, che è una componente indispensabile dell’apprendimento, in punizione. Non è certamente motivante, anzi genera nel bambino un senso di inadeguatezza e spesso provoca rifiuto a svolgere l’attività (per esempio a casa con il genitore, con cui può manifestare la sua frustrazione).

Quello che va bene per i bravi, (non) va bene per tutti

Questa pratica punitiva è molto diffusa poiché deriva da un modello di insegnamento che prescinde dalle caratteristiche personali del bambino e teorizza che per imparare basta volere, impegnarsi e ascoltare le spiegazioni. Se un allievo non impara con gli stessi ritmi e con le stesse modalità degli altri, basta insistere, accentuare l’allenamento, senza cambiare nulla nella proposta didattica. Quello che va bene per i bravi, va bene per tutti. L’esatto contrario del modello di apprendimento evidenziato dalle neuroscienze che attribuisce certamente all’esercizio un ruolo decisivo, ma non lo lega alla volontà, ma piuttosto al successo che genera disponibilità a ripetere. In altri termini, tutti i bambini che sperimentano almeno un minimo di successo in un’attività vogliono ripeterla e questa disponibilità spontanea genera apprendimento. Costringerli a farlo non apporta gli stessi benefici, poiché determina “azioni senza rappresentazioni”, per usare un’illuminante espressione di Piaget.

La ripetizione non genera assimilazione 

Se un bambino ripete per obbligo e non perché prova piacere, la ripetizione non genera assimilazione, ma solo adesione alle richieste del docente e spesso non lascia alcuna traccia.
Insegnare in questo caso vuol dire porsi il problema dell’impatto di una proposta didattica sull’allievo, trovare una soluzione per avvicinare la proposta didattica alle capacità del bambino in modo che ciascuno trovi un elemento di successo in quello che gli è richiesto di fare.

Anche se tutti siamo diversi e unici, in una classe non ci sono 20 modi diversi di apprendere, ma certamente non c’è nemmeno un unico modo di apprendere.
Il peggior nemico degli allievi con BES è “il ritmo della classe”, che in realtà esprime un modello di insegnamento unico. Uguale per tutti nei tempi e nei metodi, un modello di insegnamento che umilia le differenze e che si rivolge alla lavagna, metafora in questo caso della tabula rasa su cui imprimere dei segni. Metafora anche dell’incapacità di concepire l’insegnamento come un processo di relazione reciproca, piuttosto che come megafono unidirezionale. 

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