Disabilità e scuola, l'importanza dei gruppi di lavoro GLH

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Disabilità e scuola, l'importanza dei gruppi di lavoro GLH

Insegnanti, esperti e genitori: tre prospettive per seguire il bambino, con interventi diversi che devono integrarsi. Di M. Concetta Messina

inclusione disabilità

Se non ho impegni ed urgenze cerco sempre di essere presente ai GLH, quegli incontri periodici organizzati a favore degli alunni diversamente abili. Sono dei veri e propri gruppi di lavoro costituiti da tutte le figure che ruotano attorno all’alunno: genitori, insegnanti di sostegno e non, operatori delle ASL, terapisti ed educatori di ogni sorta.

Dinamiche attorno al tavolo

Nella mia scuola abbiamo una stanza apposita dedicata ai GLH. Vi troneggia un enorme tavolo in cui le carte si dispongono quasi sempre, fisiologicamente, allo stesso modo: gli esperti che seguono gli alunni occupano una parte del tavolo, gli insegnanti ne occupano un’altra e i genitori un’altra ancora (solo quando si tratta di genitori separati vi è un minimo di mescolanza). A me, chissà perché, è riservata una posizione centrale.
Nel corso degli anni ho potuto osservare dinamiche di vario tipo: a volte non è quasi possibile avviare un minimo di dialettica perché prevale la narrazione che del bambino fanno i genitori, giustificati, credo, dal bisogno di essere rassicurati o semplicemente ascoltati. Altre volte ad emergere sono gli insegnanti che lasciano poco spazio agli altri e premono affinché tutti siano messi al corrente di ogni iniziativa intrapresa con l’alunno e di ogni abilità che egli ha acquisito. Capita anche però, che siano i terapisti a farla da protagonisti indicando ai docenti atteggiamenti da assumere, procedure da attivare, prontuari e panacee. Ho persino assistito a delle vere e proprie invasioni di campo in cui qualche logopedista ha avanzato la pretesa di un metodo specifico per l’apprendimento della letto-scrittura.

A ciascuno il suo

I convitati di questi incontri sono portavoci di tre prospettive: quella della vita familiare del bambino, quella della sua vita scolastica e quella delle sue sedute terapeutiche. Sono tre visioni unilaterali e parziali dello stesso soggetto che devono incontrarsi e convergere ma mai imporsi l’una sull’altra. Il bambino è diverso nel rapporto con i terapisti, ha comportamenti unici con i propri genitori e nella sua classe vive in un ampio contesto sociale assieme ad altri pari.

Sguardi incrociati

Assisto per fortuna, la maggior parte delle volte, ad incontri molto fruttuosi ed interessanti in cui tutti interagiscono con fattiva sinergia: chiedono, raccontano e si ascoltano; si ascoltano davvero. E nessuno ha la pretesa di insegnare nulla all’altro o ne invade le rispettive aree di azione. Si avverte l’obiettivo comune di conoscere meglio il bambino all’unico fine di attuare per lui interventi coerenti e non contraddittori e favorirne la crescita nel migliore dei modi.
I primi anni mi sentivo un’intrusa ai GLH e ascoltavo soltanto. Ora, appena mi accorgo che si sta creando uno sbilanciamento delle parti, fungo da arbitro e intervengo per tentare di ricreare il necessario equilibrio. Ho capito tardi, ma ci sono arrivata, il senso della mia sedia in posizione centrale.

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