Terremoto!

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Storia e storie di un albo nato nei laboratori con i bambini colpiti dal sisma. L'intervista all'autrice, Arianna Papini.

Copertina %22Terremoto%22 di Arianna Papini

 L'albo, appena uscito per Lapis edizioni, ha una storia importante: dall'ideazione-creazione all'uscita. Ha voglia di raccontarcela?

Grazie per questa opportunità… sì, ha una storia molto emozionante. A Crevalcore era stato effettuato un progetto molto bello sul mio libro "Le parole scappate" (Coccole Books), che tratta di una nonna affetta da Alzehimer e un nipotino dislessico, le parole che scappano in vario modo e i due che trovano, nel disegnare insieme, un aiuto reciproco.

Si tratta di un libro che ha avuto molto consenso, ha vinto un premio importante ed è stato selezionato dall'Ibby International sulla disabilità. Insomma a Crevalcore avevano lavorato un anno intero su questo libro, tra il caffè Alzehimer e la scuola dell'infanzia, invitandomi alla fine per un incontro alla biblioteca che non scorderò mai: persone anziane, bambini, ragazzi tutti insieme a parlare, ricordare, lavorare sull'importanza della memoria e dell'incontro. Ne era scaturito un lavoro sul coraggio e sulla paura e le persone presenti, in particolare quelle affette da Alzehimer, si erano aperte su questo in modo meraviglioso.

Così, quando pochi giorni dopo è avvenuto il terremoto in Emilia e ho sentito alla radio che uno dei paesi più colpiti era stato proprio Crevalcore mi sono sentita morire: ricordo che stavo guidando e mi sono dovuta fermare… quelle frasi sul coraggio e sulla paura riaffioravano nella mia mente come spilli appuntiti, facendomi sentire completamente inerme. Ho provato a chiamare per giorni, le persone che conoscevo, senza sapere niente. Poi finalmente sono riuscita a raggiungere l'Associazione Accaparlante di Bologna e la pedagogista del Comune di Crevalcore, che mi hanno raccontato. Ho saputo così della gravità della situazione. Ho voluto subito tornare lì, dare il mio tempo ai bambini e alle persone traumatizzate, io sono arte terapeuta e mi occupo in particolare di trauma.

Nei campi estivi, tramite l'associazione e poi con il Cantiere Della Fantasia organizzato dalla Panini ho potuto fare qualcosa per quella gente, anche solo condividendo con loro il dolore della perdita, la paura, la memoria di quella notte. Ai bambini ho portato conchiglie raccolte al mare, abbiamo lavorato sull'ascolto, sulla memoria dei rumori prima durante e dopo, su ciò che è indelebile e su come usarlo. Dopo uno di quegli incontri così pregnanti, in treno, ho scritto questo piccolo poema in rima. L'ho fatto per me, avevo bisogno di mettere quelle sensazioni così forti in qualcosa di concreto, visibile e soprattutto di nominarle.

Solo mesi dopo ho pensato di farne un libro, quando tornando a Crevalcore mi sono resa conto di quanto bisogno ci fosse non solo di trovare fondi per la ricostruzione, ma anche di far sentire a quella gente speciale che anche fuori di lì c'era sempre un pensiero per loro. Ho chiesto alla Lapis che ha accolto il progetto pur essendo molto particolare e fuori tempo per la programmazione e di questo sarò loro sempre grata. Ho voluto devolvere tutti i miei diritti d'autore e di illustratrice alla ricostruzione in Emilia, per questo spero di venderlo al meglio.

Per raccontare il tema della distruzione, ha scelto di parole in rima e immagini dai colori tenui... perché?

Il mio lavoro di autrice e illustratrice è poco definibile: ho un estremo bisogno di scrivere e di dipingere ed è tutto molto istintivo, lo faccio per stare bene e sempre mi stupisce il fatto che sia anche il mio mestiere.

Credo però di poter affermare che la rima mi sia servita a contenere maggiormente le forti emozioni di questa storia: in fondo si è obbligati da una metrica, da regole che limitano l'universo delle parole possibili, rendendo più obbligata una via narrativa che altrimenti sarebbe troppo ampia. Icolori tenui non so, forse li ho dovuti usare per potere entrare in modo discreto in qualcosa di cui ho grande rispetto perché non l'ho vissuta direttamente e credo che in realtà, chi non ha subìto un trauma, debba sempre rivolgersi a chi l'ha vissuto con molto riguardo e in punta di piedi, chiedendo il permesso.

C'è forse dell'altro: nel vissuto traumatico esiste una sospensione spazio-temporale che è anche una difesa, c'è a volte una specie nebbia che permette di definire il totale spaesamento e che forse è affiorata anche nell'illustrazione di copertina. All'interno del libro ci sono però anche colori forti, il rosso, il nero...

Come sintetizzerebbe il messaggio finale del suo lavoro?

 Il messaggio finale, a cui tengo molto e che mi ha fatto immaginare di poterlo trasformare in un vero libro, è quello della speranza, del ricostruire, della base che sono le nostre radici e dunque l'accettazione del nostro passato per poter andare oltre.

Come terapeuta, avendo a che fare con il trauma, non mi sento mai di affermare che esso sia superabile. Quello che possiamo fare è condividere, ricordare, sentire insieme il dolore della memoria e trovare la speranza di una trasformazione dell'evento in qualcosa da poter poi utilizzare e quindi che non ci possa più sopraffare. Così, il libro tratta fino in fondo il dolore della perdita e della distruzione, ma anche la speranza che sta nella condivisione di esso con gli altri, attraverso la narrazione e l'arte.

Come consiglierebbe agli insegnanti di usarlo in classe?

Prima ancora che il libro uscisse sono stata invitata a Crevalcore per il "compleanno del terremoto". In quella sede ho letto il testo: prima solo una piccola parte in piazza, poi l'ho letto tutto ai ragazzi della scuola media e… devo dire che la risposta è stata incredibile. Il libro parte da spunti che ho preso dai bambini durante i laboratori, quindi è molto vero, sincero.

È stato come se le mie parole scritte e le immagini proiettate potessero improvvisamente aprire al loro ricordo, alle cose mai dette. Dopo la lettura, piano piano i ragazzi hanno cominciato a raccontare e poi sempre di più, è stato un momento fortissimo. Qualcuno ha pianto, è stata condivisa la paura e anche le piccole cose avvenute allora hanno trovato un luogo condiviso. Credo che questo libro possa essere uno spunto per parlare con i ragazzi delle loro paure e delle storie mai narrate ma che hanno bisogno di uscire.

Spero che questo libro possa essere un mezzo, per farmi andare a parlare con chi ha vissuto il terremoto e non ha trovato ancora il modo di esprimere il proprio dolore della perdita, a volte anche solo della quotidianità.

Agli insegnanti consiglio di leggerlo, magari proiettando le immagini e poi di ascoltare i racconti, le paure, le speranze. È importante dopo la lettura trovare un modo per esprimersi liberamente, drammatizzando o dipingendo così da facilitare lo scambio nelle varie modalità narrative che l'essere umano fortunatamente ancora possiede. 

25 Settembre 2013 In libreria

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