Una parola, una storia, un libro

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Il 25 aprile non è soltanto un giorno: è una storia, è un ideale, un punto di arrivo della nostra vita, della vita di tutti. Lucia Tumiati, tra le massime scrittrici per l'infanzia, già staffetta partigiana, ci regala un prezioso glossario di parole che grandi e bambini possono tenere a mente per costruire un mondo migliore.

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Libertà

“Libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta”: è sempre stato il mio ideale, anche se non sempre è stato realizzato. Però qualche cosa ho fatto, qualche cosa farei ancora. Ormai ho i miei anni ma insomma: continuo ad essere testardamente libertaria. Poi questa parola libertà l’ho concimata, l’ho mescolata in tutti i “minestroni”, i libri che ho fatto – io sono anche una donna di casa, e amo questi paragoni culinari, perché la vita è un miscuglio di cose, un arrangiamento di cose, come si fa in cucina, anche per risparmiare. Così è anche nella scrittura, dove si mescolano cose della vita, pensieri sulla vita, nuovi ma anche vecchi (di 30 anni prima, di 20 anni prima, di 10 minuti prima…). La libertà è venuta fuori in tanti miei libri. Ci sono fiabe di libertà, che ho scritto vari anni fa. E poi un libro sulla libertà, dedicato a tutti i bambini e che parla dei tanti modi di essere liberi. Perché non c’è un solo modo di essere liberi: non si tratta solo di votare, di essere liberi nel Governo. Si tratta della vita di tutti i giorni, la vita nella società, in famiglia, nella scuola, nel lavoro, all’ospedale: la libertà di essere curati, la libertà di dire quel che si vuole, la libertà di vestirci come ci piace, di avere gli amici che si vogliono (bianchi, neri, rossi, a pallini). La libertà di scegliere, nella propria vita, come vivere. La libertà anche… di mandare qualcuno a quel paese!

Solidarietà

La solidarietà rientra nella libertà, perché se uno non è libero non è neanche solidale, non ce la fa, non può. Comunque, io ho esempi nella mia vita da collegare a questa parola. Non voglio però parlare di quando ho dato solidarietà, ma di quando l’ho ricevuta. L’ho avuta dai contadini quando stavo in campagna: mi hanno ritrovato i mobili che i fascisti mi avevano portato via. Ho avuto solidarietà dagli operai che mi hanno ospitato in casa loro durante la Resistenza, perché ero ricercata come ebrea (come figlia di ebrea, ero 1/37 di ebraico… quali misurazioni e etichette ridicole a volte ci affibbia la storia!). Ho avuto solidarietà dalla mia famiglia, ma questo è poco interessante (o meglio, forse interessa solo ai ficcanaso e a me loro non interessano troppo). Sulla solidarietà mi piace ricordare un mio libro, Il mio amico invisibile, dove si racconta la ricerca di un bambino che vorrebbe solidarietà ma non ce l’ha. La trova inventandosi un amico misterioso che lo aiuta: queste invenzioni non le fanno solo i bambini, anche i grandi alle volte hanno amici invisibili. Lasciando stare l’angelo custode e le cose religiose, la divinità, io penso che a grandi e bambini, molto spesso, nella vita quotidiana avere un amico misterioso può servire…

Scuola

Forse ci sarebbero da dire tante cose sulla scuola, ma io non sono un tecnico, sono una che ama i bambini. Parlando con loro, osservandoli, conoscendoli ho scritto un libro, Una scuola da bruciare. Ho invitato a casa mia decine e decine di bambini e ragazzi, perché mi raccontassero che cosa, nella scuola, li aveva fatti soffrire. Sono venute fuori storie incredibili. Qualcuno potrebbe chiedermi perché mi occupo delle cose negative e non del positivo che pure c’è, nella scuola e altrove. Perché è bene annotare il positivo, ma il negativo brucia sulla viva pelle dei bambini, e mi sembra più urgente da indagare. Questo che ho scritto è un libro per adulti: per spiegare loro cosa non dovrebbero fare con i bambini, come potrebbero togliere ai bambini alcuni motivi di sofferenza.

Resistenza

La solidarietà e la libertà per me, per come agiscono e le riconosco nella mia vita e nel mio pensiero, fanno parte della Resistenza. Sono figlia di antifascisti, e quindi per me è stato facile nascere e crescere antifascista. Quindi per me è stato immediato, logico, chiedere ad un ragazzo che era un partigiano e che lavorava con mia madre se mi poteva far fare qualcosa. Ancora mi ricordo le parole che mi disse questo ragazzo: “Se tu hai queste velleità, ti terrò presente”, con aria quasi a presa di giro. Poi in verità mi ha chiamato molte volte. Resistenza per me era bello, era un gioco, ma era anche rabbia, desiderio di vendetta. Ne vedevo e sapevo tante... storie di gente ammazzata, deportata, gente che era dovuta scappare (miei parenti costretti ad andare in Svizzera, passando le montagne in inverno…). Insomma, motivi di rabbia ce n’erano tanti. Dunque ho fatto quello che chiunque avrebbe dovuto fare. Ma che non tutti hanno fatto. Nel libro Racconti della Resistenza, scritto dopo la guerra, ci sono storie inventate e storie vere, conosciute per bocca degli altri e per mia diretta esperienza. Il racconto più difficile da comporre è stato per me quello sui bambini tedeschi: ho dovuto superare la mia storia personale e quella del mondo, perché in quel momento i tedeschi non erano molto amati…

Memoria

Io ho poca memoria delle cose quotidiane (dimentico spesso i nomi, qualche volta di spegnere l’acqua che bolle…). Però mi ricordo i fatti, mi ricordo le cose belle, le cose gentili che ho avuto – anzi, quelle sono molto care – ma anche gli sgarbi e gli sgarri. È difficile non ricordare alcune cose della nostra vita, è difficile essere completamente liberi. Perché essere liberi significa anche saper giudicare: la politica, le persone scorrette, quelle che rubano, perché rubano e perché potrebbero non rubare (se un lupo ha fame e sbrana perché ha fame va bene, ma se non la ha perché sbrana?). 

Scrittura

Ricordo una frase che hanno scritto di me: “Lucia Tumiati quando scrive si augura che il mondo, grazie ai piccoli che leggono le sue storie, diventi più sereno per tutti. Con l’aiuto dei sogni e della fantasia è possibile…”. La mia vita non è stata molto serena, quindi vorrei che quella dei miei figli e delle generazioni future lo fosse. Ma per le persone oneste non è facile essere serene. Perché l’onestà è scomoda, le scelte definitive sono scomode, la gente non ama essere “diversa”, star fuori dalla massa. Io non sono mai stata uguale alla massa: vuoi perché ero ebrea, vuoi perché ero antifascista, vuoi perché ero resistente, vuoi perché ero una logica, ai sentimenti premettevo la logica, il giusto e l’ingiusto. Questo vissuto l’ho consegnato ai miei figli, e ha creato loro non pochi problemi (il non essere religiosi, ad esempio, per loro è stato un fatto traumatico, come lo è per molti bambini ancora oggi: ricevevano delle critiche perché avevamo chiesto l’esonero dalla religione…). La mia scrittura parla a tutti i bambini, e spero che prima o poi a tutti i bambini, ai loro genitori, sia consentita la massima onestà, la massima libertà, insieme alla serenità.

Pace

La pace è una cosa molto bella ma molto difficile da ottenere: sia dentro di noi, perché c’è sempre qualcosa su cui litighiamo tra noi e noi, sia con gli altri: i familiari, la gente del condominio. Quindi è proprio difficile avere pace, crearla intorno a noi. Forse fa eccezione la pace detta “eterna”, che poi tanto pace magari non è. Perché io non so dove andrò da morta, io vorrei andare nel bosco, ma chissà… La pace nel mondo è una cosa auspicabile. La Resistenza era in fondo anche per ottenere una pace sociale, civile, mondiale. Ho scritto varie storie su questo tema. Mi fa piacere ricordare una mia cugina che ha scritto due o tre libri. Racconta che da bambina c’erano delle canzoni fasciste. I bambini spesso imparano le canzoni storpiando le parole, senza capirle. C’era un inno a Roma e lei ricorda: “cantavo ‘la pace del mondo è gelatina’ (le parole vere erano 'la pace del mondo è latina'), non capivo come mai la pace del mondo fosse gelatina, ma la canzone per me faceva così". Quindi quando penso alla pace del mondo penso sempre alla “gelatina”, mi è rimasto in mente questo racconto. E mi sembra addirittura un errore felice: perché la pace ognuno la vede a modo suo. Che cos’è la pace? La pace delle squadre di calcio? La pace è quella che si ha con lo Stato vicino? La pace è con quelli dell’altro emisfero? È difficile capire cosa sia la pace. La pace è non guerra, potremmo dire, e già sarebbe qualcosa realizzarla in questi termini, però la pace è molto più complicata, più sottile come pensiero, desiderio, aspirazione. Ho scritto un libro sulla pace, deve ancora uscire: la pace in famiglia come primo mattone della pace nella società. Spero che i bambini possano riconoscersi nella non-pace che spesso vivono mascherata da pace e nell’aspirazione alla pace vera, quella che coinvolge tutto: sé, gli altri, il mondo.

Infanzia

L’infanzia dovrebbe essere ovviamente un periodo bello, però non sempre lo è. Gli psicanalisti dicono che la giovinezza è un’età difficile, l’infanzia può essere di tante tonalità. Dipende da molte cose: salute, famiglia, amici. Spesso gli amici, i compagni di scuola rendono l’infanzia difficile. Io ho conosciuto bambini infelici perché erano presi in giro dai compagni di scuola. Questo dipende dalla cultura, dagli insegnanti, dai genitori? Penso dipenda soprattutto dalla cultura, dal contesto in cui viviamo: prendere in giro un bambino perché non capisce, perché è lento, perché è grasso, perché è magro, perché ha le orecchie a sventola, perché ha il naso lungo… tante piccole cose che possono distruggere un bambino. Nei miei libri cerco di prevenire questi atteggiamenti con l’ironia, trasformando le battute in ridere, in sciocchezza. Venendo via dalla mia casa, quando siamo state costrette con mia mamma a fuggire, ho sentito un tonfo, chiudendo la porta. La casa era a due piani, sono corsa subito di sopra a vedere. Lì c’era un vecchio orologio a pendolo, e questo grande orologio era caduto, ed era disteso, sfasciato: era la mia infanzia spezzata. Questo è un particolare per me dolorosissimo ed emblematico: l’ho messo in un libro come un fatto leggero, esattamente per alleggerire il peso del dolore. Per tornare agli sgarbi che si possono subire nell’infanzia, mi viene in mente la questione del “copiare”. Il compagno che ti dice: “non copiare!” o “ha copiato”! E poi lo riferisce al maestro. Ma copiare che cos’è? Certo non è concesso, in qualche caso è dannoso. Ma in fondo è una richiesta d’aiuto, rientra nella solidarietà, a suo modo. Non c’è niente di male a chiedere: “come faccio questo problema?”, “come posso fare questa cosa?”, “come fai tu questa cosa?”. Tra compagni ci si deve aiutare, che l’insegnante voglia o non voglia, perché secondo me rientra nella solidarietà sociale: non è un imbroglio, è diverso. Ne ho parlato anche nell’Amico invisibile e inviterei a leggere questo testo non solo i bambini, ma anche gli insegnanti…

Dolore e speranza

La mia vita è intessuta di dolore ma in uguale misura di speranza. Questa speranza è desiderio di fare bene e del bene, di trasformare in lucentezza etica il dolore, la frustrazione, le limitazioni, le cose che non ho avuto (nessuno ha in fondo quel che spera e sogna, solo una parte di quello che desidera, forse...). Ho cercato di mettere il dolore nei racconti in modo ironico. Collodi mi ha insegnato a ironizzare su quel che ti brucia dentro. Quando Pinocchio piange la morte della Fatina, arriva il Colombo e gli dice: “Che cosa stai facendo?” e lui risponde: “Non lo vedi, piango!”. Questo è un modo per creare conoscenza nel bambino: farlo ridere, ma raccontando, mostrandogli un pianto, che non deve rimanere nascosto, ma gli viene fatto osservare sotto una luce differente. Si tratta di un semplice meccanismo di rovesciamento dei sentimenti, in modo che chi legge non soffra, però capisca la sofferenza. Per me Collodi è stato un maestro (ho fatto la tesi su di lui), anche per il rapporto con il bambino.

Viaggio

Il viaggio può essere psicologico e reale. Viaggiare è fondamentale per uscire dalle proprie stanze, non metaforicamente ma realmente. Il momento in cui si “salta la frontiera” è bello per questo (sul tema ho scritto un libro che s’intitola appunto Saltafrontiera). Non vorrei che la gente scappasse, come fanno in tanti purtroppo ora, vorrei che la gente saltasse le frontiere per conoscere le bellezze artistiche, naturali, le persone, figure visi vestiti diversi, cibi altri da assaggiare, anche per allargare il cervello, che non deve esser costretto in una stradina stretta, deve poter spaziare, come di fronte a un mare. Ecco, a me piace il mare perché è grande, infinito, assorbe tutte le fantasie, le esperienze, il passato e il futuro. Io vengo dalle montagne, che mi piacciono per lo stesso motivo: perché nel silenzio uno pensa, scopre, guarda sotto e vede tutto intorno… e trova funghi!

Mare

Nell’aria di montagna si nuota con lo sguardo e con i pensieri. Nel mare si può nuotare in tanti modi, ma io, per dire, so farlo in un solo modo: come nuotano i marinai, con un braccio dentro e uno fuori. Del mare mi piacciono la sabbia, le conchiglie e… le storie. La Sirenetta di Andersen mi ha lasciato un segno profondo, e per questo ho deciso di scrivere un libro: per “correggere” la storia della Sirenetta. La casa in fondo al mare è un insieme di storie di mia madre che sognava di avere “da grande” una casa di vetro che galleggiasse nell’acqua. Ecco, io ho spesso pensato a questo sogno di mia madre, unendolo al sogno mio di riuscire ad andare sott’acqua, cosa che non sono riuscita mai a fare. Così ho inventato la storia di una bambina ben felice di vivere sott’acqua: quando le propongono di vivere sulla terra, lei dice: “no no, sulla terra vengo senz’altro per andare a mangiare il gelato, per fare un giro. Però preferisco rimanere a vivere con i miei amici sott’acqua”. Un po’ è un’allegoria della scelta di vita: perché uno cosa dovrebbe poter scegliere? La strada, il mondo che preferisce. C’è chi vuol vivere in Italia, chi vuol vivere in Perù, in Africa, in cima a una montagna o su un’isola sperduta nel mare. Se la sua è una scelta possibile, bisognerà che la possa fare. La vita è e deve essere una scelta.

Fiabe

Fiabe nel senso classico della parola non ne ho mai scritte, perché il surreale forse mi appartiene meno del sogno. Il surreale è un po’ più complicato del sogno per me – si va anche nel campo della psicanalisi, che non fa per me. Le mie fiabe sono fiabe di libertà, di speranza e di sogno. Ce ne sono alcune in un libro che s’intitola Quando fioriscono i girasoli: in quanti modi uomini e animali possono essere liberi, anche solo di ridere.

Adozione

Questa parola mi ricorda un’altra volta come ho cercato di tradurre la mia sofferenza in racconti positivi. Durante la guerra del Vietnam ho fatto tante marce a favore di Hồ Chí Minh e dei vietnamiti che erano oppressi dagli americani. Finita la guerra avevo la possibilità di far avere a Hồ Chí Minh una lettera. Gli chiesi se potevano darmi in adozione una bimba o un bimbo che fosse rimasto solo, orfano, durante la guerra. La risposta è stata: "grazie, ma siamo noi ad aver bisogno dei nostri bambini, adesso". Questa cosa mi ha molto commossa perché il rifiuto era comprensibile e nobile, ma mi ha anche addolorata perché la resistenza dei vietnamiti corrispondeva alla mia resistenza e ai miei ideali: aiutarli con l'adozione di un loro bambino mi era sembrata una scelta affettuosa e solidale. Ma avevano ragione i vietnamiti, l’ho capito, anche se la decisione mi ha fatto piangere. E allora ho scritto un libro, Cara, piccola Huè: una bimba del Vietnam che viene accolta da una famiglia di italiani. Non contenta di questo, volevo ancora insistere sul problema dell’adozione. Così ho scritto Vorrei volare sulla neve, dove una famiglia italiana adotta un bambino che arriva a sapere solo per caso di essere un bambino adottato. Da questo momento è sbalordito, triste, fuori di sé. I genitori e un’amica lo aiutano: vanno insieme in Russia ad adottare un altro bambino, che parla la sua lingua. Così il primo bambino ritrova una lingua che aveva perduto, quella d’origine, e che ricordava solo nel sogno. Il secondo bambino si lega tantissimo al primo, e così riesce a integrarsi nella famiglia in Italia. Ecco, un’altra volta, “in positivo”, ho raccontato quel che io non ero riuscita ad avere.

25 aprile

Il 25 aprile non è soltanto un giorno, è una storia, è un ideale, un punto di arrivo della nostra vita, della vita di tutti. La Liberazione non solo e non più dai tedeschi, ma dal dolore, dalla sofferenza, dalla mancanza di libertà, dalla povertà, dalla malattia, dall’incomprensione, dalla difficoltà, di tutti i tipi. Un giorno bellissimo, che purtroppo molti non festeggiano perché pensano che sia roba vecchia, come Garibaldi – anche Garibaldi è meraviglioso e attualissimo, io sono cresciuta con una immagine di lui sopra alla mia scrivania, perché mi piace l’iniziativa, l’eroismo, la forza di volontà, il coraggio, l’allegria che i garibaldini, tra tante difficoltà, potevano trovare nella figura di Garibaldi: un uomo positivo. Purtroppo di uomini positivi, in questo momento, non ce ne sono molti, e anzi sento con molta forza la mancanza di persone simili attorno a me. Anche per questo mi piacerebbe che il 25 aprile fosse conosciuto bene da tutti e riconosciuto da tutti. Vorrei che tutti capissero perché è un giorno bello, da quali persone belle è stato fatto, e ci riflettessero un po' su. 

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