Teatro a scuola: parlare in pubblico (senza essere giudicati)

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Teatro a scuola: parlare in pubblico (senza essere giudicati)

La presentazione è un esercizio utilissimo per combattere la paura di sbagliare. Ecco come possiamo lavorare con la classe. Di Giovanni Micoli. 

giovanni micoli teatro

Giovanni Micoli, “La Stanza dell'attore”

Solitamente quando inizio un laboratorio teatrale in una classe, indifferentemente che sia elementare (quinta o al massimo quarta) media o superiore, dopo una breve introduzione sul teatro, come prima cosa propongo ai ragazzi di fare l’esercizio della “presentazione”.
In che cosa consiste questo esercizio? Semplicemente faccio disporre la classe a semicerchio, alla maniera di pubblico teatrale, e poi mando un alunno dopo l’altro davanti a tutti gli altri a presentarsi (anche se già si conoscono) dicendo nome, età, qual è la loro grande passione e qual è la cosa che più detestano.
Detto ciò, invito il pubblico dei compagni a fare domande all’alunno in scena e quando mi rendo conto che il tenore è basso, senza commentare, mi inserisco anch’io con grande tranquillità e chiedo cose un po’ più specifiche del tipo: “che cosa provi adesso? Gioia, paura, rabbia tristezza o noia?" oppure “che cosa cambieresti del tuo carattere?” o ancora “quando è stata l’ultima volta che ti sei arrabbiato/a?”.

La paura di sbagliare

Questo esercizio, solo apparentemente banale, è utile a dimostrare come la paura di sbagliare infici la nostra presenza scenica anche quando, parlando di noi stessi, possibilità di sbagliare non ce ne sono. Eppure i bambini quando sono in scena (ma potrei dire anche gli adolescenti, come del resto gli adulti) mettono in atto tutte le proprie tecniche di difesa fisiche e mentali per essere pronti a parare immaginari fendenti derivanti da una plateale derisione da parte degli altri.
E quindi ci troveremo davanti a qualcuno che parla con un volume molto basso della voce, in modo che se dovesse dire qualcosa di sbagliato non si sentirebbe l’errore (comportamento molto comune soprattutto tra i bambini di lingua straniera); c’è chi invece comincia nervosamente a gingillarsi con il proprio grembiule, chi incrocia le mani in segno di difesa, chi le braccia davanti al petto, chi va in scena strusciando i piedi senza alzarli oppure chi sta ritto poggiando il peso del corpo solo su un lato del piede e non su tutta la pianta, offrendo un effetto di dondolante instabilità scenica molto fastidiosa da vedere.
Insomma, tutta una serie di misure a difesa di sé che non bisogna stigmatizzare, ma con grande dolcezza far notare. I miei laboratori hanno infatti un sottotesto di delfica reminiscenza “Conosci te stesso attraverso il teatro” in quanto, sia chi è in scena sia il pubblico, deve imparare ad osservare e osservarsi per capire, per quanto possibile, le più intime reazioni che si scatenano in noi quando dobbiamo affrontare un pubblico. Prendere coscienza, quindi, equivale a “scoprire” sé stessi quasi nel senso etimologico, cioè a togliere gli elementi dietro cui ci nascondiamo.

Parlare davanti agli altri (senza essere giudicati) 

La presentazione è un esercizio fruttuoso per spiegare ai ragazzi come la paura di parlare in pubblico e di sbagliare ci attanaglia anche quando dobbiamo dire delle cose semplicissime, come il nostro nome o le nostre passioni. Usare questo esercizio è utilissimo per iniziare un cammino laboratoriale ma può servire anche agli insegnanti per aiutare i bambini ad abituarsi a parlare davanti agli altri.
Il problema grosso, e a tratti insormontabile, è che l’insegnante deve stare attento a non portarsi dietro il giudizio globale che ha dell’alunno anche in questi frangenti e a non far notare al ragazzino troppo vivace il suo comportamento scenico un po’ come se volesse riprenderlo. Infatti, quando io arrivo in una classe e faccio come prima cosa questo esercizio, per me i bambini sono tutti uguali, non conoscendoli affatto, e i miei commenti vengono accolti più serenamente.
In conclusione, non è la difficoltà dell’argomento trattato che crea la paura di andare davanti agli altri, ma il semplice fatto di farlo. Quindi, si può partire dalla presentazione per creare un appuntamento settimanale in cui abituare i bambini a parlare davanti ai compagni (con il minor intervento possibile dell’insegnante), le prime volte semplicemente presentandosi e poi via via esponendo, per esempio, una mini-lezione di massimo 5 minuti preparata su un qualunque argomento loro vogliano… perché, come dico sempre ai ragazzi: “è normale aver paura di parlare davanti a un pubblico, ma c’è un antidoto contro questa paura e sapete qual è? La pratica!”.

Giovanni Micoli: 20 Febbraio 2018 Articoli

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