La banalità del “ma”: Galli della Loggia e l’autorità educativa

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La banalità del “ma”: Galli della Loggia e l’autorità educativa

Non saranno le cattedre vecchio modello a cambiare la scuola. Serve un’autorità di tipo nuovo, che nasce dal riconoscimento sociale e forma il pensiero critico.

Cristiana De Santis

cattedra classe scuola vecchia

Non ha fatto in tempo a insediarsi in viale Trastevere il neo-ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Marco Bussetti, che si vede recapitare dall’edicolante una lettera di Ernesto Galli della Loggia pubblicata dal Corriere della Sera: Cattedre più alte per tutti i professori.

Un decalogo autoritario

Da politologo e giornalista avvertito, GdL inserisce il termine-slogan che è sulle bocche di tutti (cambiamento), ma passa sotto silenzio un termine evidentemente poco amato dai programmi SEO (Search Engine Otpimization, ottimizzazione per i motori di ricerca), intorno al quale ruota però tutta la lettera: autorità. Autoritario, del resto, è il linguaggio che GdL sceglie e, ancor prima, autoritario è il formato della lettera: in dieci punti-elenco che contengono altrettante misure suggerite per il governo (riforma?) della scuola. Un decalogo, insomma. Anche il modo in cui sono formulati i punti richiama chiaramente lo stile dei testi giuridico-amministrativi.

Le parole più ricorrenti nel testo (se escludiamo scuola e i suoi derivati) sono obbligo e divieto, e anche questo è un segnale. Ma contano anche segnali linguistici più sottili: gli avverbi in -mente (pesanti, ma ritmabili), i quantificatori universali (ogni, tutto, qualunque) che escludono eccezioni, i ma (anche) che aggiungono ragioni, i verbi della modalità deontica (bisogna, si deve ecc.), i parallelismi (né… né… né).

E poi le domande retoriche (al punto 6 e al punto 9), il ricorso all’opinione comune o doxa (“non solo a mio giudizio…”), l’ammiccare all’autorità dell’interlocutore (“come lei sa”), l’uso della citazione come argomento di autorità.

Una citazione non casuale, della filosofa ebrea (“non gentiliana” – la definisce ironicamente GdL) Hannah Arendt, che evoca un saggio (Che cos’è l’autorità?) scritto nel 1958: dopo che i pericoli delle derive autoritarie erano diventati una sanguinosa e drammatica attualità, e le intelligenze migliori si interrogavano sui presupposti socioeconomici dell’obbedienza ai regimi nazi-fascisti (altro che disciplina nelle classi). Nel volume che lo contiene (Tra passato e futuro, uscito in Italia nel 1970), si trova anche un saggio speculare dal titolo Che cos’è la libertà? (tanto per reinserire le due parole-chiave dell’agire politico nella corretta dialettica).

 

Hannah Arendt (1906-1975), filosofa e scrittrice 

Dall’autorità della tradizione a un’autorità basata sulla trasmissione

Non voglio rispondere a Galli della Loggia punto per punto: sarebbe fin troppo facile ironizzare su predelle e predellini, saluti deferenti, odonomastica roboante, autarchia delle gite, fiammelle dell’Istituto Luce. Quanto alle buone trovate (come le biblioteche scolastiche), c’è chi prima di lui le ha formulate, spendendosi per la loro diffusione (penso a Tullio De Mauro).

Sul coinvolgimento dei genitori nella gestione della scuola c’è poco da lamentarsi: è l’effetto di provvedimenti di legge pensati per corresponsabilizzare le famiglie, puntando alla coerenza educativa delle principali agenzie formative. Se le famiglie sconfinano (non solo a scuola, ma anche a bordo di un campo di calcio) dovremmo forse porci un problema più ampio di alfabetizzazione culturale ed emotiva degli adulti, sempre meno inclini al rispetto e all’autocontrollo.

L'autorità è una dimensione irrinunciabile della vita in comune, come aveva già intuito Hannah Arendt. Oggi più che mai, tuttavia, dovremmo diventare capaci di passare dall’autorità “fondata” (l’autorità della tradizione) a un’autorità “fondante” (basata sulla trasmissione). Per farlo, i nostri insegnanti non hanno bisogno di una predella: hanno bisogno di preparazione (formazione e aggiornamento in servizio), di riconoscimento economico e sociale, di possibilità e capacità di cambiare le pratiche. Perché l’autorità non si dà se non come “superiorità riconosciuta” (la definizione è di Max Horkheimer), riconosciuta dall'altro, nella dimensione della relazione (nel nostro caso, da studenti che non possiamo limitarci a disprezzare e ridurre al silenzio).

Foto da Nella scuola di ieri

Costruiamo pratiche nuove di autorità

Siamo più coraggiosi, allora: non riduciamo la dimensione simbolica su cui l’autorità si fonda alla sola dimensione spaziale, alla verticalità e all’asimmetria (l’altezza del rialzo, l’alzarsi in piedi per il saluto), ma interroghiamoci su come si possa costruire un’autorità di tipo nuovo: “orizzontale”, “interiorizzata” e “plurale” (sono aggettivi usati da Richard Sennett, Alain Touraine e Julia Kristeva nel dibattito a più voci sul tema dell’autorità moderato da Franco Marcoaldi sulle pagine di “Repubblica” dal 29 ottobre al 29 novembre 2011, riportate a questo link ).
È complicato, lo capisco. Non è popolare. Ma non sarà il ritorno al passato a salvare la scuola, a dare speranza ai nostri figli.
Torniamo dunque a parlare di autorità. Rimettiamo in circolo la parola e costruiamo pratiche nuove di autorità. Consapevoli che per farlo non basta alzare le cattedre, come non basta “flippare” le classi. Non basta il “Buongiorno signora maestra”, come non basta il grembiulino. Bisogna ripensare le politiche educative e rimettere la scuola al centro dell’interesse pubblico. Incominciando con lo sgombrare il campo da un equivoco pernicioso (che la scuola debba servire a trovare un lavoro purchessia) e col reclamare una scuola che formi innanzitutto il pensiero critico.
La mancanza del ministro dell’Istruzione nel “totonomi” che ha preceduto l’insediamento del nuovo governo non è un buon segnale. L'assenza di ogni riferimento alla scuola nel discorso del neoinsediato Presidente del Consiglio neppure. Ma cerchiamo di guardare al futuro con fiducia.
Buon lavoro, allora, Ministro. E le orecchie bene aperte, pronte ad ascoltare squilli di più campane. E campanelle, soprattutto.

 

Leggi l'articolo in versione completa a questo link 

Leggi anche: La scuola nel programma del nuovo Governo

 

 

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