Natale da leggere - Genitori e insegnanti

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Un libro che illumina il mondo interno del bambino, e quello del futuro adolescente che diventerà.

Libro

Spesso quando si sceglie di accostarsi ad un libro sono diversi elementi ad essere in gioco. Il primo può essere quello del richiamo di un titolo sentito, suggerito, raccontato. Il secondo può essere quello estetico: una copertina intrigante o che richiama nel titolo i nostri interessi. Il terzo può essere una sintesi del testo letta sul retro della copertina, o sull’aletta, che accende la nostra curiosità e che ci spinge a voler cercare altro nelle pagine.

Genitori e insegnanti è il quinto volume della collana Cento e un bambino dedicata ai genitori. È un libro piccolo di forma, di quelli che non incutono timore e che invitano gli occhi ad infilarsi subito tra le pagine. Ciò che però consente agli occhi di restare agganciati a ciò che è scritto dentro questo libro è la densità di spunti e riflessioni su un mondo che coinvolge, o ha coinvolto, ognuno di noi: la scuola.

 Il libro non si occupa solo dei profondi cambiamenti dell’ambiente scolastico, ma entra dentro al mondo delle famiglie che portano a scuola i loro figli, ognuna con specifiche attese e specifici bisogni. È un libro che illumina il mondo interno del bambino, e quello del futuro adolescente che diventerà, e che ci consente di capire meglio cosa accade quando un bambino entra nella scuola portando con sé la propria storia, la propria creatività e le proprie difficoltà che disegneranno in parte il suo percorso.

Ma cosa è oggi il mondo della scuola? Proviamo a giocare con i numeri: 176 giorni in un anno, pari a 1408 ore per chi svolge il tempo pieno, che calcolati per un’intera carriera scolastica, dalla Materna al Liceo, danno un totale di 2816 giorni. Quantificare è per dare rilievo, semmai servisse, al tempo che ogni alunno passa all’interno della scuola.

È un tempo lungo, soprattutto se paragonato al tempo della sola mattina che vigeva nel passato. In Italia il tempo pieno è infatti iniziato ad essere ufficializzato solo dal 1971 e l’inizio della scuola è da diversi anni che è sempre più anticipato.

L’esperienza dei Nidi sta divenendo infatti una pratica comune nelle famiglie del nostro paese. Ora i bambini cominciano ad andare a scuola già dai 5 mesi (questa è la pratica, ma in realtà la legge lo consente già dai 3 mesi), con tempi di permanenza più lunghi, come sottolineavamo prima: dalle 8,00 fino alle 16,30 nelle scuole pubbliche, ma nelle scuole private l’orario può estendersi fino alle 18,00/19,00. Chiaro che questo cambiamento investe la scuola di molte più aspettative da parte delle famiglie.

Certamente, come tutti gli autori di questo volume hanno descritto, l’esperienza della scuola, dal suo inizio al suo prosieguo, è un’esperienza emozionante, intensa e impegnativa che amplia l’idea del mondo del bambino. Il bambino, nel momento in cui vi accede, viene introdotto in un ambiente più complesso, dove lui stesso porta elementi conosciuti e appresi dal suo piccolo universo, quello familiare. Vi sono quindi più mondi che si incontrano e che si intrecciano quando la scuola inizia: quello del bambino, quello dei genitori, quello degli insegnanti e quello della scuola, inteso come luogo, struttura prescelta.

Ogni mondo si incontrerà inevitabilmente con l’altro, creando molteplici interazioni. Il bambino, ad esempio, accederà ad esperienze relazionali nuove, con nuovi adulti, ossia gli insegnanti, con altri bambini, ossia i compagni, con nuovi oggetti da condividere con gli altri, con nuovi ambienti, regole e limiti. 

Marco Rossi-Doria nel primo capitolo intitolato La scena multiforme ci offre una chiara immagine di ciò che la scuola rappresenta per ogni bambino che comincia a frequentarla, poiché essa “porta con sé promessa, prova, paura, rischio, giudizio, incertezza”. Ci aiuta a ricordare, inoltre, che il focus nella scuola è sì l’apprendere, ma anche tanto altro, come “la costanza di un impegno e di un’attività, la ripetitività e ritualità, l’esperienza della compresenza con altri e l’attesa dei risultati”. Un allenamento necessario per ciò che la vita stessa propone.

L’autore parlando della famiglia concentrata un tempo intorno a tanti, ma adesso “rivolta e concentrata intorno a pochi” accompagna il lettore al secondo capitolo di Anna Maria Ajello: Genitori e scuola: quando “imparare” a “comportarsi bene” riguarda gli adulti. Si affrontano in questo capitolo i cambiamenti avvenuti negli anni nella relazione tra scuola e genitori, oggi spesso difficile. L’autrice sottolinea come il calo demografico abbia indotto le famiglie ad investire maggiormente sui figli, spesso unici, e a concentrarsi sull’idea di un figlio singolare e speciale a cui vorrebbero che la scuola si accostasse con estremo riguardo. L’autrice descrive quindi il diverso rapporto che i genitori intrecciano con gli insegnanti nelle differenti età del loro bambino, delle profonde modifiche che gli insegnanti devono sostenere, riflettendo su quale sia la modalità più efficace per mantenere vivo il confronto e la collaborazione.

Il capitolo Una classe a molti colori, di Vinicio Ongini, introduce il tema della multiculturalità nella scuola. Il capitolo si apre con la lettera di una madre canadese, tratta dal libro di Tahar Ben Jelloun, che evidenzia, in modo estremamente rappresentativo, come i bambini possano guardare “lo straniero” diversamente dagli adulti e di come “a volte adulti e bambini sembrino, o meglio sono, due popoli diversi, anzi due etnie diverse”.

L’autore riporta testimonianze e progetti di alcune scuole italiane che affrontano la nuova realtà dei tanti bambini stranieri inseriti nelle classi, mostrando la complessità di questo fenomeno, ma sottolineando anche che la presenza di educatori competenti, la disponibilità di strumenti nelle scuole e la valorizzazione delle lingue d’origine può far sì che “ la complessità può trasformarsi in un elemento di vivacità e di attrazione”.

Nel capitolo Apprendimento e creatività l’autrice, Ornella Caccia, descrive come avvenga nel bambino l’acquisizione di nuove conoscenze, sottolineando in tutte le pagine che l’apprendimento non può prescindere dallo sviluppo emotivo. Per descrivere questo, utilizza i due concetti bioniani dell’apprendere dall’esperienza e del’apprendere intorno all’esperienza, distinguendo quello che un bambino apprende quando attivato da un bisogno individuale, dalla curiosità e, quindi, dal coinvolgimento emotivo e quello che un bambino acquisisce in una forma più meccanica, introducendo dentro di sé esperienze altrui, senza coinvolgere il proprio mondo emotivo e rendendo l’apprendimento freddo e privo di una funzione di cambiamento.

Gli esempi clinici aiutano ad entrare con intensità nella descrizione dei suoi concetti e a illuminare l’aforisma di Montaigne, utilizzato dall’autrice, che afferma “il bambino non è una bottiglia che deve essere riempita ma un fuoco che deve essere acceso”.

L’ultimo capitolo, di Emanuela Quagliata, curatrice della collana, tratta del difficile tema del Disturbo da Deficit dell’Attenzione e dell’Iperattività, disturbo caratterizzato da sintomi quale la disattenzione, l’iperattività e l’impulsività. L’autrice illustra nelle prime pagine del capitolo le diverse interpretazioni eziologiche che il mondo medico e quello psicologico hanno dato a questo problema. Offre, poi, alcune esemplificazioni cliniche per mostrare come l’esperienza terapeutica possa individuare nei sintomi di questi bambini significati profondi e necessari per un processo di cambiamento.

Gli ultimi capitoli ci introducono quindi al tema della fragilità, che può essere del bambino, ma che può divenire fragilità dei genitori e della scuola. Le difficoltà che scaturiscono infatti dall’incontro di un problema possono creare spesso realtà assai complesse da gestire. Il libro sembra continuamente rivolgerci un monito: non dimenticare mai l’esperienza emotiva. È forse questa la formula magica per una scuola a misura di bambino, pensare all’esperienza emotiva, propria e dell’altro, dedicarle del tempo. Perché “pensare all’esperienza emotiva è un’attività che necessita di tempo (…) e soprattutto serve tempo perché un bambino cresca”.
 

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