"Il volo di Sara" - Intervista a Sonia M.L. Possentini

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"Il volo di Sara" - Intervista a Sonia M.L. Possentini

Un dialogo con l'illustratrice del libro "Il volo di Sara" (Fatatrac, 2012), che racconta ai piccoli la storia della Shoah attraverso la vicenda umana e delicatissima di una bambina e di un pettirosso. 

Copertina "Il volo di Sara"

Sonia M.L. Possentini insegna illustrazione alla scuola di Comix di Reggio Emilia e svolge atelier artistici presso le scuole. Ha creato illustrazioni di copertine e albi per diverse case editrici italiane ed estere (Grimm Press, Perarson Education Ltd London, Fatatrac, Kite, La Margherita, Giunti, Il gioco di leggere, Nesin Yayincilik A.Ş., De Agostini). Ha curato da poco le illustrazioni de Il volo di Sara, scritto da Lorenza Farina e pubblicato da Fatatrac. Nel libro si racconta ai più piccoli la storia della Shoah attraverso la vicenda umana e delicatissima di una bambina e di un pettirosso. Abbiamo intervistato l’autrice per saperne di più del suo lavoro per questo libro.

In che modo ha accolto l'idea di illustrare questo testo?

Non è stato facile per me ricevere questo incarico, sono stata invasa da domande e perplessità. L’esperienza familiare e il mio impegno civile hanno permesso questa una scelta. Ponderata ma sofferta, sicuramente.

Come ha lavorato sulle parole di Lorenza Farina?

Ho lavorato sui bambini. Senza rendermene quasi conto, il mio pensiero ha deciso che sarei dovuta andare oltre le parole, oltre la matita, andare da quelle vite così diverse dalla mia, così terribili rispetto la mia. Bussare quella porta. Dovevo restituire… Ho letto, visto, sentito, indagato, ricostruito quello che potevo, per non mentire. Il meno possibile… L’inimmaginabile dovevo immaginarlo. Là, dentro quel vuoto dovevo e soprattutto volevo, entrare. Quel vuoto me l’ha lasciato mio nonno prigioniero di guerra e deportato a Dachau. Un vuoto il suo fatto di silenzi, di occhi assorti, persi, smarriti verso orizzonti che non vedevo. Lo osservavo e mi perdevo per capire cosa e dove guardasse.

Un giorno, lo ricordo bene, mi mise seduta sul mio “panchetto speciale” che aveva costruito per me, un bellissimo sgabello di legno tutto per me… Mi raccontò, mi spiegò, quasi avesse una necessità, il bisogno di farmi una confidenza importante. Mi parlò della guerra e dei bambini, bambini come me. Bambini schiacciati contro il muro in silenzio per non farsi sentire. Bambini in fila, mano nella mano, ma soprattutto mi parlò di quel bambino che camminava come se si fosse perso in quel luogo orribile, camminava con un cucchiaio in mano senza parlare, si guardava attorno come smarrito.
Mio nonno lo cercò i giorni seguenti, e i seguenti ancora.
Mi disse che non lo aveva più ritrovato, non sapeva nemmeno il suo nome e mentre me lo diceva, piangeva.

Come, secondo lei, questo testo potrebbe essere presentato ai bambini della scuola primaria? E a quelli della scuola dell'infanzia?

Leggo e ascolto tante parole su come spiegare, presentare e non solo questo libro, ma quest’abominevole parte di storia. Personalmente ho conosciuto la Shoah in un’età piccola, molto piccola… Ma sono grata a chi mi ha raccontato la verità. Sono grata ai libri che ho letto, alle storie che ho ascoltato, agli occhi doloranti che ho visto. È dovere di tutte le persone, penso, dal narratore al testimone, all’insegnante all’educatore e illustratore fondersi insieme per affermare la verità. Non bisogna sostituire la lezione di storia e l’educazione civica con lezioni di moralismo. Il tempo dell’insegnamento non può corrispondere al tempo della commemorazione. I vivi ricordano e noi con loro. Il ricordare è il passaggio conseguente al sapere e per sapere, dobbiamo indagare.  

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