“Siedi il bambino!”: cosa dice la Crusca e la questione della lingua

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“Siedi il bambino!”: cosa dice la Crusca e la questione della lingua

Una consulenza linguistica dell’Accademia è stata interpretata come autorizzazione ad usare, nel linguaggio standard, espressioni riservate agli usi popolari e regionali. Il messaggio è ben diverso e ci invita a riflettere su come muoversi nello spazio linguistico. Di Silvana Loiero

esci il cane accademia della crusca

La vita è bella perché è varia, diceva una vecchia canzone. Possiamo analogamente dire che la lingua è bella perché è varia. E il caso mediatico di questi giorni ce ne dà una dimostrazione.
Al di là dei titoli dei titoli ad effetto dei giornali, completamente fuorvianti, e al di là del superficialismo con cui, purtroppo, molte persone leggono ciò che appare sul web, il “caso Crusca” può aiutarci a riflettere sulla complessità della lingua e nel contempo sulla varietà, in essa connaturata, che ci offre la possibilità di esprimerci in diversi modi per realizzare una stessa frase.

“Esci il cane”

Il caso di cui parliamo è ormai noto. Vittorio Coletti, accademico della Crusca, sulla pagina web della Consulenza Linguistica dell’Accademia ha risposto, con un discorso ampiamente argomentato (qui il link), ad alcune domande del tipo: “è lecito costruire il verbo sedere con l’oggetto diretto di persona: siedi il bambino, siedilo lì ecc..”? Già il titolo del testo di Coletti, Siedi il bambino! No, fallo sedere!, avrebbe dovuto farne intuire la conclusione: non si deve usare la prima espressione ma la seconda. Il linguista ha parlato di usi regionali e popolari, che si rilevano anche con altri verbi di movimento, quali ad esempio salire, scendere, entrare, uscire.
Non è infatti inusuale, ad esempio in regioni del sud, sentir dire: “esci il cane!” o “sali la spesa!”. Con una forzatura della grammatica tradizionale, un verbo intransitivo viene usato transitivamente, unendolo a un complemento oggetto. Il linguista ha anche fatto una precisazione: i verbi salire e scendere hanno dei costrutti ormai consolidati, come ad esempio salire le scale, scendere un pendio, che ammettono la possibilità di un uso transitivo; per gli altri verbi, invece, si tratta di forme linguistiche spesso usate nel parlato, per esprimersi in modo immediato nelle situazioni familiari, in ambienti geograficamente circoscritti (dal paese/città alla regione).

Rileggiamo Tullio De Mauro

In proposito ricordiamo il linguista Tullio De Mauro, che ci ha insegnato come esiste uno spazio in cui ci muoviamo con il linguaggio (T. De Mauro, Guida all’uso delle parole, Editori Riuniti. Roma,1980). Questo spazio linguistico ci consente di usare parole e frasi note soltanto in ambito locale e regionale, oppure di servirci di parole conosciute dalla collettività, che circolano in modo in un ambito più vasto e generale (la lingua cosiddetta standard). Parole e frasi possono essere scelte e costruite in base alla maggiore o minore familiarità di rapporti tra i parlanti, alla maggiore o minore formalizzazione. Infine, possiamo usare diversi canali per produrre e ricevere messaggi: la voce, in presenza o a distanza, la radio, la scrittura, ecc. In base alle situazioni in cui ci troviamo, decidiamo di usare le parole in tanti modi.

A scuola bambini e ragazzi dovrebbero fare esperienza di tutte le possibilità di comunicazione, rafforzando e affinando le proprie capacità, in modo da controllare la produzione e la ricezione, il parlato e lo scritto. Dovrebbero cioè imparare a muoversi nello spazio linguistico con strumenti variabili e plurimi, diventando consapevoli delle scelte da fare quando si parla e si scrive. Soltanto così imparano a saper usare bene una lingua.

 

 

 

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Silvana Loiero: 30 Gennaio 2019 Articoli

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