“Metodo pratico per studiare i verbi”: a scuola con don Milani

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“Metodo pratico per studiare i verbi”: a scuola con don Milani

La testimonianza di Adele Corradi, professoressa a fianco di don Milani; i libri e i "barattoli di grammatica" di Barbiana: una lezione per tutti noi, per "fare tanto con poco". Di Cristiana De Santis

barbiana grammatica barattoli

Vorrei offrire alle e agli insegnanti una testimonianza sulla possibilità di “fare grammatica” in classe in modo vivo, basato su “sensate esperienze” e su ragionamenti sensati.
La testimonianza che ho raccolto è quella di Adele Corradi, la professoressa di italiano e latino nella scuola media che lavorò a fianco di don Milani negli ultimi anni della sua vita, a Barbiana. Nel suo libro di memorie, Non so se don Lorenzo (Feltrinelli, 2012), tra i materiali di Appendice, compare uno scritto in cui la professoressa riflette, a distanza, sui “metodi della scuola di Barbiana”, accennando a “un metodo geniale, simile a un gioco, inventato da don Lorenzo per far imparare ai ragazzi modi e tempi dei verbi e per farli esercitare nell’analisi logica” (p. 164). Incuriosita da questo aspetto “pratico” dell’insegnamento dell’italiano, di cui non avevo trovato traccia negli scritti del Priore, ho deciso di andare a trovare la professoressa nella sua casa fiorentina per saperne di più. E sono rimasta incantata dal candore e dall’ironia di una donna minuta e sorridente (seduta dietro a don Lorenzo, nella foto sotto, tratta da Barbiana: il silenzio diventa voce, Fondazione don Milani, 2016), capace di serbare integra la fedeltà del ricordo.

Grammatica a Barbiana

Era don Lorenzo a insegnare italiano nella pluriclasse: muovendo da una base tradizionale, ma con la capacità di partire dai ragazzi (da quello che sapevano fare e da ciò che avevano bisogno di imparare) e avendo ben chiaro il punto di arrivo: “capire e farsi capire”. Il possesso della lingua era il perno dell’insegnamento a Barbiana, e la grammatica, per rientrare in questo orizzonte di attese, doveva servire a controllare testi via via più complessi, come quelli che i ragazzi leggevano quotidianamente sui giornali e scrivevano individualmente e collettivamente.
Durante una visita a Barbiana, ho annotato i titoli di alcuni manuali di grammatica contenuti nella bibliotechina della scuola: per lo più testi scolastici risalenti agli anni Cinquanta e Sessanta, come La Grammatica italiana di Salvatore Battaglia e Vincenzo Pernicone (Loescher 1951) o Grammatica e vita di Luisa Monti (Loescher, 1966).

 

 
Alcuni libri utilizzati e conservati a Barbiana

Ma la mia attenzione è caduta soprattutto sul tabellone “grammaticale” affisso a una parete nell’aula, e sui barattoli Bormioli (forse sottratti alla cucina dell’Eda) riempiti di striscioline di carta colorata con scritte battute a macchina, collocati in alto, sopra la libreria in legno costruita dai ragazzi.

 
Illustrazione tratta da “La Scuola di Barbiana. Il percorso didattico” (Fondazione don Milani 2015, p. 38)

Rovesciando con delicatezza il contenuto sul tavolone di noce ho osservato con stupore e ammirazione l’intelligenza delle operazioni, manuali e cognitive insieme, sottese al “metodo pratico” usato da don Milani, nato – come mi aveva raccontato Adele – da un’idea venutagli mentre diceva messa.

 
Barattoli e striscioline verbali

Uno dei barattoli contiene forme verbali: attive, passive, riflessive, coniugate nei vari tempi e modi. Un primo esercizio, di riconoscimento e memorizzazione, consisteva nel collocare ciascuna strisciolina nella casella giusta del tabellone. Un compito fatto individualmente dai ragazzi, ciascuno dei quali riceveva un mucchietto di striscioline, ma verificato insieme: alla fine dell’esercizio, don Lorenzo – come testimonia il racconto di Adele – passava a ritirare le striscioline collocate correttamente e lasciava sul tabellone quelle messe al posto sbagliato, in modo che ognuno prendesse coscienza dell’errore e, al contempo, ci si potesse ragionare insieme. Un esercizio che doveva servire a fornire ai ragazzi le nozioni necessarie per superare l’esame di Stato, ma anche a verificare il possesso delle forme verbali standard in studenti dialettofoni, tenuto conto del fatto che il verbo è, tra le parti del discorso, quella che presenta la flessione più complessa, con paradigmi che possono superare le 150 forme per verbo (se teniamo presenti anche le forme passive).
Lo stesso metodo veniva applicato alla grammatica (cioè al riconoscimento delle parti del discorso) tramite un analogo tabellone in cui erano elencate le 9 parti del discorso (articolo, nome, aggettivo, pronome, verbo, avverbio, congiunzione, preposizione, esclamazione). Le striscioline usate in questo caso comprendono spesso, entro parentesi, un minimo di contesto, in molti casi necessario per disambiguare il valore di una parola:

mio (fratello)
(ho) male (alla testa)
parecchio (denaro)
(il) proprio (lavoro)
(non so) quale (scegliere)
appunto (parlavo di te)

Riservano sorprese anche le strisce più lunghe contenute in una scatola, destinate evidentemente all’analisi logica: qui troviamo quei “gruppi di parole” che la linguistica moderna ci ha insegnato a chiamare “sintagmi”. Mobili, pronti a combinarsi su un tabellone non solo per imparare a nominare le funzioni sintattiche (soggetto, oggetto ecc.), ma anche per allenarsi a costruire frasi sempre nuove e sempre più complesse, allo stesso modo per cui nell’officina al seminterrato si inchiodavano e saldavano pezzi sulla morsa e sulla forgia.
Un metodo non dissimile da quello usato da Wittgenstein per costruire il testo delle sue Ricerche filosofiche (dattiloscritto e poi spezzettato in tanti foglietti destinati a essere ricomposti) e che ritroviamo anche nella genesi di Lettera a una professoressa, testo nato dalla cucitura di tanti “foglietti” scritti e discussi dai ragazzi di Barbiana.
Una lezione di umiltà per noi tutte/i noi che ci accingiamo a rientrare in aula: perché possiamo imparare a “fare tanto con poco”.

Cristiana De Santis: 18 Settembre 2017 Articoli

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