Bambini e teatro, le parole sono importanti

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La paura e la tristezza dei bambini possono trasformarsi in qualcosa di più importante: qualche accorgimento per i laboratori teatrali. Di Giovanni Micoli. 

teatro bambini scuola

“Le parole sono importanti!” gridava con educativa ferocia Nanni Moretti nel suo film Palombella Rossa; penso spesso a quest’affermazione quando sempre più frequentemente durante i miei laboratori teatrali nelle scuole perfino bambini di nove o dieci anni usano, riferendosi al proprio stato emozionale, parole come “ansia” o “depressione” in contesti in cui queste parole potrebbero essere tranquillamente sostituite con paura o tristezza. “Giovanni ho l’ansia di venire in scena!” oppure “oggi sono depressa perché ho litigato con la mamma!”.
Premetto che io sono mero uomo di teatro e non ho nessuna competenza scientifica nel campo psichiatrico infantile, eppure ho la sensazione che questo uso e abuso di termini quali ansia e depressione non sia proprio ottimale e salutare per i bambini e derivi da un ascolto fedele che i piccoli danno all’ambiente circostante facendo proprie parole e espressioni sicuramente non consone e se non corretti le stesse entreranno a pieno titolo nel loro vocabolario. Se un adulto soffre di disturbi d’ansia possiamo dire quindi che ciò è dovuto anche dal fatto che fin dalle elementari ha creduto di soffrirne?

Ansia o paura di andare in scena?

L’ansia spesso viene usata per sottolineare la difficoltà ad andare in scena a fare determinati esercizi di teatro davanti agli altri bambini ma oltre all’utilizzo di questa parola non noto altri comportamenti preoccupanti come attacchi di panico, sudorazione eccessiva, aumento del ritmo respiratorio ma solo: paura. Paura di mostrarsi agli altri, paura di sbagliare, di essere derisi e quant’altro, emozione normalissima che è bene che i bambini fin da piccoli imparino ad osservare su se stessi per capire che nonostante la paura le cose in scena possono essere dette e fatte e questo puntualmente succede con tutti.
L’ansia invece, secondo me, è qualcos’altro e soprattutto è estremamente “appiccicosa” come un’interessante articolo uscito su Internazionale ha ultimamente rimarcato.
Dovremmo quindi fin da piccoli imparare a gestire la paura del parlare in pubblico o del giudizio degli altri; per l’ansia vera e propria penso sarebbe meglio invece rivolgersi ad esperti; sebbene sia convinto che con un eccessivo uso di questo termine si rischi poi un abuso di una richiesta terapeutica per situazioni assolutamente normali nella vita di ognuno di noi.

Depressione o tristezza? 

Passiamo alla depressione: come ho scritto precedentemente questa parola viene sempre più spesso utilizzata per indicare un semplice, per quanto forte, dolore come dopo un litigio con la mamma oppure quando faccio ascoltare delle musiche particolarmente intense ai bambini (una per tutte l’Adagio for Strings di Samuel Barber) e mi sento dire che queste musiche provocano loro depressione, confondendo totalmente il loro sentire e negando il dolore, o le sue dolci sfumature come la malinconia, per etichettare tutto con un termine che indica in realtà un disturbo serio e che seriamente va trattato. E la cosa non migliora con la crescita perché molte volte in slanci di confidenza le ragazzine delle medie, solitamente le più portate a sentire le proprie emozioni, mi hanno detto di essersi sentite depresse dopo aver litigato con il fidanzatino o con la migliore amica, in questo modo inserendo nel normale, e a volte difficile, vivere delle relazioni personali un termine che poco ha a che fare con la loro situazione ma che rischia paradossalmente di imprimere uno status nel loro futuro.
Correggo sempre quando ne ho l'occasione i bambini che usano le parole ansia e depressione come sinonimo di paura e dolore ma non per privarli dell’attenzione che meritano i loro stati d’animo (si tenta di calcare le tinte per attirare più attenzione e cura) ma proprio per far capire loro che potranno essere ascoltati anche se provano una semplice paura o un gran dolore.

Il timore del giudizio degli altri

Vorrei concludere con un ultimo pensiero dedicato al verbo giudicare; spesso infatti i ragazzi mi dicono che hanno paura, o l’ansia, di andare in scena perché temono di essere giudicati dagli altri. Ora è interessante notare come per i bambini, ma anche per gli adulti, è talmente sottinteso che il giudizio nei loro confronti sia negativo che non si senta più il bisogno di aggiungere l’avverbio “male” accanto al verbo giudicare. In pratica per loro non esiste l’opzione essere giudicati bene o male perché sono sicuri che non possano in scena, e nella vita, meritarsi un giudizio positivo da parte degli altri. Questa certezza nella testa e nel cuore dei bambini va assolutamente scardinata spiegando loro che incredibilmente il verbo giudicare può anche avere l’avverbio “bene” accanto a sé.
Ecco, direi che una regola di buona grammatica del teatro nelle scuole è anche quella di insegnare ai bambini l’ebbrezza di scoprire che in scena, e nella vita, anche per loro l’avverbio “bene” può risiedere accanto al verbo “giudicare”.

Foto: Friedrich-Fröbel Schule 

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Commenti

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    giorgio bendazzoli

    3:0, 7 Maggio 2017
    Non preoccupiamoci che tutti ci applaudano, il consenso non deve diventare un'ossessione.