Tra il dire e il fare c'è di mezzo il giocare

Il gioco e la valorizzazione del pensiero narrativo nei diversi campi d'esperienza della scuola dell'infanzia. Il tutto nella direzione di una didattica ludica e inclusiva. Di Antonio Di Pietro. 

di Redazione GiuntiScuola · 14 settembre 2017
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Facciamoci caso... i bambini esprimono pensieri e azioni come “storie”. Un modo per sintonizzarci con loro può essere proprio quello di “fare scuola” con un approccio narrativo. Non è semplice, ma è possibile quando... tra il dire e il fare c'è di mezzo il giocare. Secondo Jerome Bruner (una delle maggiori voci della psicologia dell'educazione) ci sono sostanzialmente due modi di pensare (e d'insegnare): c'è la modalità “paradigmatica” che cerca di descrivere concetti e situazioni in astratto e c'è la modalità “narrativa” che vuole descrivere quanto è collegato all'esperienza.

La modalità narrativa (la forma più antica della condivisione dei saperi) è un modo per facilitare la costruzione delle competenze. Sempre secondo Bruner, i bambini hanno l'attitudine a organizzare in forma narrativa le proprie conoscenze e le proprie esperienze.

Facciamoci caso... quando un adulto vuole spiegare qualcosa di “difficile” ecco che ci “ricama” sopra una storia. Spesso la esprime proprio con quel tono tipico delle narrazioni. Una modalità che sostiene, amplia e potenzia anche lo sviluppo linguistico. In questa prospettiva, a scuola si possono proporre giochi che creano contesti narrativi e modalità narrative che attivano giochi . Non solo giochi teatrali o per creare storie, ma anche giochi (cantati, logici...) che hanno una certa ambientazione, dei personaggi, delle frasi ritualizzate. A sua volta, dal punto di vista metodologico, tenere di conto del pensiero narrativo dei bambini significa condurre una situazione ludica cercando di “narrare” il da farsi e quanto avviene "come un romanzo”.

Facciamoci caso... per sintonizzarsi con il pensiero narrativo dei bambini c'è di mezzo il giocare. Il mettersi in gioco con i bambini, con le loro parole, con i loro pensieri, senza escludere i loro silenzi. I silenzi di chi deve fortificarsi anche dal punto di vista linguistico. Ma anche i silenzi necessari di un adulto intenzionato a valorizzare gli spazi e i tempi della parola detta e non detta.

In questo blog “Intercultura dei piccoli” vorrei condividere giochi e metodologie ludiche da considerare come “passaparola” fra il pensiero narrativo dei bambini e i campi d'esperienza in contesti plurilingue . Lo stile di scrittura è prevalentemente quello del diario dove racconterò le attività, le parole dei bambini, le metodologie ludico-narrative. E fra le righe non mancheranno le inevitabili difficoltà, i dubbi, i pensieri fra me e me... fateci caso.

Cominciamo bene!

I bambini mi chiamano “maestro dei giochi”. Le insegnanti mi presentano così: «Lui è Antonio... Di Pietro e vi farà tanto divertire!». In effetti mi considero un ludico. E come tale ho una buona dose di autoironia.

Seduti in un cerchio di sedie mi presento (citando una frase di Cipì “Io so cento giochi, e tu?”): «Buongiorno bambini. Io so cento giochi. Giochi divertenti, divertentissimi! Con me vi divertirete molto. Possiamo fare giochi di tutti i tipi. Dei giochi così divertenti, ma così divertenti, ma così divertenti...». E faccio finta di addormentarmi. Sento silenzio intorno a me. Resto immobile e fingo di russare. Dopo qualche risatina emerge una voce: «Ehi!». Di colpo mi sveglio e ricomincio: «Buongiorno bambini. Io so cento giochi. Giochi divertenti, divertentissimi! Con me vi divertirete molto. Possiamo fare giochi di tutti i tipi. Dei giochi così divertenti, ma così divertenti, ma così divertenti...». E faccio finta di riaddormentarmi. Qualcuna dice subito: «Ehi!» e di soprassalto mi sveglio: «Buongiorno bambini. Io so cento giochi...». Il gioco continua e pare non finire mai. Ricorda un classico della cultura ludica infantile: “C'era una volta un Re, seduto sul sofà, che disse alla sua serva: «Raccontami una storia!». E la serva cominciò: C'era una volta un Re, seduto sul sofà, che disse alla sua serva: «Raccontami una storia!». E la serva cominciò...”.

Non saprei spiegare all'insegnante (disorientata e divertita) “a che serve questo gioco”. Mi consolo dicendomi: chi ha detto che i giochi devono sempre servire? Si può giocare anche “solamente” per giocare. Poi, mi rendo conto che questo gioco ha diversi ingredienti utili a questo progetto (Tra il dire e il fare c'è di mezzo il giocare). C'è una storia , non solo nel contenuto ma anche nella modalità di conduzione. È un gioco dove si ripetono le stesse frasi con parole che si ripetono. È un gioco dove si può partecipare anche se non si capisce e non si parla l'italiano. Ma a quale campo d'esperienza appartiene? Direi a più di uno, come è solito per qualsiasi attività.

I bambini sembrano contenti. E penso a un recente articolo dove si diceva che l'ormone della contentezza, la serotonina, agisce su quelle zone della corteccia celebrale indispensabile per apprendere. In più genera serenità. Si comincia bene!

La foto è tratta dal progetto raccontato in Parole per pensare e per definire

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