Mamme in bici

Mamme a scuola e in bici all’istituto Cadorna di Milano. Al di là del clamore mediatico, i genitori della commissione intercultura continuano a documentare, costruire legami, pedalare con tutti i nuovi e futuri cittadini, compagni di strada. 

di Redazione GiuntiScuola · 18 aprile 2016
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Pedalare tutti

Tra molte altre iniziative, la nostra scuola ospita la scuola di italiano per donne Mamme a Scuola Onlus , che raccoglie diverse madri della scuola (ma non solo) per un percorso di alfabetizzazione all’italiano e alla cittadinanza. In questo contesto, l’associazione CycloPride Italia ha ideato il progetto pilota milanese dell’iniziativa Mamme in bici , la scuola di bicicletta per donne di ogni età e paese, nel tentativo di definire in modo replicabile questo tipo di esperienza formativa, finora episodica e sporadica in molte città italiane. La scuola Cadorna di Milano è stata ancora una volta il terreno ideale per raccogliere una nuova fida sfida: questa volta per sperimentare un possibile quotidiano in bicicletta per tutte .
Subito le dieci biciclette messe a disposizione da un donatore si sono rivelate insufficienti (16 le prime adesioni, e non si poteva certo dire di no a tanto entusiasmo). Adesso che siamo alla conclusione del programma – le allieve ormai esperte apriranno il corteo del CycloPride Day Milano 2016, a metà maggio – siamo a 21 iscritte, e le telefonate continuano ad arrivare, anche da parte di signore italiane.

Tra i diversi obiettivi del corso, c’è anche quello di creare un contesto condiviso su un bisogno comune che, così come ci insegnano diverse iniziative della Commissione Intercultura della scuola, è il più fertile terreno per una cultura inclusiva per tutti. Un progetto di questo tipo non vuole solo offrire a donne, sradicate dal loro contesto di origine – relazioni sociali, spazio comunitario, abitudini di mobilità e logistica quotidiana – l’opportunità di essere più indipendenti, emancipate, attive e sicure di sé, ma trova la sua più alta bellezza nel vedere la gioia di un bambino fiorire nel corpo e nelle emozioni di una donna adulta. La gioia è stata anche vedere la determinazione e la velocità di apprendimento, che hanno fatto bruciare molte delle tappe previste!

Documentare con rispetto verso le persone

Quello che ci aspettavamo di meno è stata l'esposizione mediatica. Il progetto stesso prevedeva una forte componente di comunicazione. Una troupe documentaristica di un film sulla bicicletta al femminile ha seguito dalle prime fasi il corso, raccontando i progressi delle allieve, per darci la possibilità di diffondere i contenuti e i valori positivi che Mamme in Bici porta con sé. Ma avere dei media interni al progetto non è stato come dover affrontare la platea esterna: stampa, radio e televisioni che, “trovata” la notizia, si sono scatenati come api su un delizioso fiore.
Per alcune delle donne è stato da subito importante approfittare dell’occasione per diventare ambasciatrici di un’idea di migrazione e inclusione che permetta di “ prendere il meglio di tutte le culture ”. Come dice Reem alla telecamera, “io sono qui per cercare di rompere le regole…Vorrei far parte della cultura italiana, imparare qualcosa e non essere qua semplicemente per mangiare e per dormire. Non la rifiuto, sono qua per integrarmi, e posso anche dare, non solo prendere”.

Per altre sono rimaste più forti la semplice timidezza e la riservatezza nel farsi riprendere, fotografare, registrare in ogni movimento o hanno avvertito maggiormente le limitazioni dovute all'impostazione patriarcale delle famiglie, o delle comunità di appartenenza.

Domande stereotipate e fuori luogo

Per tutti, è stato difficile vivere la grossolana generalizzazione insita nell’approccio mediatico. Da una parte si comprendeva l’utilità sociale e collettiva della diffusione dell’iniziativa, che avrebbe permesso di far parlare di emancipazione e integrazione femminile , e di raccontare di migranti in un contesto positivo. Dall’altra la diversità del gruppo di donne (3 musulmane, diverse arabe cristiane, 1 eritrea, 2 cristiano-ortodosse, sudamericane, europee dell’est e italiane…), è stata ridotta alla domanda se Maometto abbia o no permesso alle donne di andare in bicicletta.
In qualche caso, è andata perduta l’occasione di sottolineare l’esplosiva creatività di un progetto che rompe diversi schemi e fornisce strumenti reali di dialogo e partecipazione , oltre che importanti spunti di riflessione sul ruolo della donna nelle nostre diverse culture.

È l'usanza islamica del velo o la condizione femminile a interessare il pubblico? Verrebbe da dire che, a conti fatti, tira più un velo che un carro di buoi. Anzi, di una bici.
Noi della Commissione Intercultura, intanto, continuiamo a pedalare con tutti i nuovi e futuri cittadini , nostri compagni di strada. A volte è in salita, a tratti in discesa, con un traguardo che sembra allontanarsi sempre un po’ di più, ma percorrere questa strada è un’avventura straordinaria per tutti noi!

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