Le scelte della mia scuola multiculturale – Fare i conti con i pregiudizi

Le scuole multiculturali sono luoghi complessi, spesso inserite in contesti territoriali trascurati, spesso disertate dagli italiani, spesso alle prese con numerosi problemi e scarsità di risorse. Eppure è in scuole come queste che ci si confronta, oggi, con la società di domani. Aspettando il convegno “A scuola nessuno è straniero”.

di Redazione GiuntiScuola · 10 marzo 2016
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In occasione del convegno A scuola nessuno è straniero. La scuola multiculturale nel tempo delle scelte (18 marzo, Padova) abbiamo chiesto ad alcuni amici di "Sesamo" (insegnanti, educatori, dirigenti scolastici) di raccontarci una delle scelte che la scuola multiculturale si trova a fare ogni giorno. Oggi diamo voce a Concetta Mascali, dirigente scolastico a Torino.

Un microcosmo di nuova socialità

Le scuole multiculturali sono luoghi complessi, spesso inserite in contesti territoriali trascurati, spesso disertate dagli italiani, spesso alle prese con numerosi problemi e scarsità di risorse, eppure è in scuole come queste che ci si confronta – oggi – con la società di domani.
In queste scuole il pluralismo culturale è la quotidianità , ogni giorno le diversità imparano ad incontrarsi e le culture si avvicinano, ogni giorno capitano occasioni per riflettere su atteggiamenti, stereotipie e pregiudizi e ogni giorno si aprono nuovi dialoghi. Le scuole multiculturali educano all’interdipendenza positiva, alla reciprocità, costruiscono relazioni e fanno crescere competenze chiave, perché la cittadinanza attiva si impara a scuola.
Gli allievi di origine non italiana imparano la nostra lingua, imparano dagli insegnanti ma anche dai coetanei. Si integrano, ma portano elementi di novità e sarebbe interessante esaminare quanto e come è cambiata la nostra scuola grazie all’influenza dei ragazzi stranieri.

Pazienza, attenzione, ascolto

Dirigo da quattro anni un Istituto comprensivo inserito in un contesto multiculturale, nel centro di Torino, vicino al grande mercato all’aperto di Porta Palazzo. Lingue e culture diverse si erigono talvolta a barriere, e usi e consuetudini sconosciuti possono prestarsi ad incomprensioni, ma sono proprio la tensione a risolvere una quotidianità difficile, la ricerca di mediazione di conflitti , l’apertura a nuove soluzioni che ci allenano a costruire un futuro migliore. È inevitabile che i risultati non si vedano subito.

Il rapporto con le famiglie , requisito imprescindibile di ogni buona scuola, deve in questo caso tener conto di molte variabili e caratteristiche che rimandano alle diverse culture di provenienza. Il punto che dovrebbe essere di partenza (come in altre scuole frequentate prevalentemente da italiani) è in realtà un punto di arrivo, non facile da raggiungere: costruire un’idea di scuola condivisa da tutti.
La collaborazione con le famiglie è un percorso difficile, che va ricercato e costruito, perchè collaborare con la famiglia è il modo migliore per prendersi cura di un bambino.
Spesso gli stessi bambini funzionano da “mediatori” e aiutano la scuola a trovare un’intesa con la famiglia . I pre-concetti, i pre-giudizi sono quasi ineliminabili. Sono strategie che usiamo quotidianamente, inconsapevolmente, modalità di pensiero veloci per arrivare subito a conclusioni... non sempre corrette. Talvolta è quasi un sollievo accorgersene: per esempio, un gruppo di insegnanti voleva inoltrare delle lettere di richiamo ad alcune famiglie cinesi, che a loro avviso non si occupavano abbastanza dei figli, perchè li facevano venire a scuola da soli e non sempre venivano a prenderli, con grande disagio di docenti e bambini… e di genitori. Con l’aiuto dei mediatori linguistici e culturali abbiamo scoperto che questi genitori arrivavano da paesi in cui era consuetudine recarsi a scuola da soli, e non sapevano che nelle nostre scuole fosse invece obbligatorio accompagnare i figli. Si poteva adesso, più correttamente, ricondurre quell’atteggiamento a una specifica cultura e non alla mancanza di cura verso i figli. Anche il dialogo con quelle famiglie ne avrebbe tratto vantaggio.

Problemi analoghi si presentano rispetto a molte altre questioni: basti pensare a culture in cui le punizioni corporali sono ancora considerate un valido strumento educativo, o a paesi in cui il coinvolgimento dei genitori nella scuola non è previsto: la scuola coinvolge solo allievo e maestro, impegna poche ore al giorno, per il resto i figli crescono liberi all’aperto. Non esiste l’accompagnamento nei compiti, la firma sul diario, i colloqui, ecc. Come si fa a spiegare tutto questo? E quanto può essere lungo questo percorso di conoscenza? Per gli insegnanti vuol dire saper ascoltare, sospendere il giudizio, avere molta pazienza, intuizione e voglia di capire. Come si legge nel documento La via italiana per la scuola interculturale e l’integrazione degli alunni stranieri : " insegnare in una prospettiva interculturale vuol dire assumere la diversità come paradigma dell’identità stessa della scuola, occasione privilegiata di apertura a tutte le differenze”.

La difficoltà di essere italiani se non si ha la pelle bianca

Contrariamente a quello che si potrebbe presumere, non mi imbatto spesso in pregiudizi o episodi di razzismo perché vivere la quotidianità interculturale ci porta ad essere attenti alle piccole diversità. Più ancora che a quelle culturali, alle diversità che rendono ogni persona straordinariamente unica . Quando si parla con una persona, e la si ascolta, quello che emerge è la sua flessibilità o la sua rigidità, la sua curiosità, la sua apertura o la sua chiusura; emergono elementi della sua personalità, più forti della sua cultura. È proprio questo che fa la differenza: non siamo tutti uguali, siamo tutti diversi.
Sento di poter affermare che nessuno dei miei allievi ha pregiudizi razzistici e che per tutti questi bambini e ragazzi del futuro il compagno con marcatori etnici diversi è, prima di tutto, un compagno, qualcuno con cui allearsi, con cui giocare, studiare o bisticciare, ma non è uno straniero, non è un “diverso” .

Talvolta invece mi capita di riscontrare atteggiamenti di chiusura in qualche genitore, non necessariamente italiano. E talvolta mi sorprendo a scoprire preconcetti in me stessa, come ad esempio, quando è arrivato un genitore senegalese ad iscrivere nella scuola primaria due gemelli di 9 anni , scuri come cioccolatini e coi capelli dreadlocks. Quando li ho incontrati con una giovane e delicata signora bianca non ho neanche lontanamente pensato che potesse essere la loro madre. Non averci pensato mi ha riempita di stupore.
Lavorare in un contesto così fortemente internazionale obbliga talvolta a scontrarsi con stereotipie e preconcetti e suggerisce riflessioni importanti. Avevo chiesto ad una rappresentante di classe, di chiare origini africane, da dove arrivasse. “Sono nata qui, sono italiana”, aveva risposto, riempiendomi di imbarazzo. In quella risposta si può leggere tutta la difficoltà di essere italiani se non si ha la pelle bianca, e tutti i pregiudizi retaggio di una cultura che ancora ci portiamo dietro.

Un bisticcio “multiculturale”

I pregiudizi funzionano dentro di noi senza che ce ne rendiamo conto, sono leggeri e impalpabili, sono delle strategie che ci aiutano ad avere una visione del mondo compatibile con le nostre idee e con la nostra formazione. E a volte, proprio perché profondi e inconsapevoli, ci inducono in errore. Ma riconoscere l’errore vuol dire apprendere e qualche volta lo stupore che si ricava dallo scoprire il proprio pregiudizio è anche piacevole, come dimostra l’episodio che cito di seguito.
Qualche tempo fa un insegnante di classe quarta mi ha chiesto se poteva mandare in presidenza uno dei suoi ragazzi più difficili da gestire . Voleva la mia collaborazione e l’autorevolezza della dirigente per impartire a quel ragazzo una bella “predica”, perché aveva bisticciato violentemente con un suo compagno.

Dopo aver accompagnato il ragazzo nel mio ufficio, l’insegnante è andata via, lasciando lì, piuttosto a disagio, un ragazzo di colore, alto e forte, ma un po’ disorientato in quella situazione da cui non sapeva bene cosa aspettarsi. Lo lascio un po’ in piedi, pensando che macinare un po’ di ansia possa aiutarlo a rivedere i suoi errori, e gli racconto cosa mi aveva detto la sua insegnante, informandolo dei capi d’accusa che gli sono mossi. Poi gli chiedo di raccontarmi la sua versione dei fatti. Esita, inizia con un po’ di titubanza, ma man mano la sua versione acquista note di autenticità, e cerca di essere esauriente nel riferirmi i fatti. Lo faccio sedere. Continua a giustificare il suo operato , ma riconosce anche i suoi errori. Ad un certo punto, quasi sul punto di piangere, mi dice che il compagno, italiano, con cui ha bisticciato gli ha detto di tornarsene al suo paese.
Non dico niente, ma penso che quella frase non può essere nata nella testa di un bambino che frequenta questa scuola, forse l’ha sentita ripetere ai genitori, forse la famiglia del compagno italiano ha ancora qualche pregiudizio da vincere. Forse è sempre colpa degli adulti . Forse e forse.

In ogni caso voglio capire meglio e chiedo che anche il ragazzo italiano venga in presidenza a raccontare la sua versione dei fatti. Il ragazzo italiano non dice niente sulla frase incriminata , e dunque gli chiedo in modo esplicito se è vero che ha detto al suo compagno di tornarsene al suo paese. Abbassa gli occhi, tira su col naso e poi dice, tutto d’un fiato: “Sì, è vero che gliel’ho detto, ma è stato lui che per primo mi ha detto di ritornarmene in Puglia!”.

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