Includere e valorizzare: la sfida delle scuole multiculturali di Londra

Dopo il racconto delle scuole multiculturali di Bruxelles e di Cardiff, ecco l’esperienza londinese. Equità, valorizzazione delle differenze, diversità linguistica: sono le parole/chiave presenti nei progetti delle scuole inclusive di Londra. Di Francesca Cappelli.  

di Redazione GiuntiScuola · 25 gennaio 2017
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Qui la diversità è di casa

Vivo a Londra da quasi dieci anni e mi sento di dire che, nonostante i primi due anni di grandi fatiche alla ricerca di stabilità, ora mi sento a casa. Questo perché Londra è la casa di quasi 3 milioni di stranieri, o foreign-born , senza contare che degli 8 milioni circa di abitanti registrati nell’ultimo censimento del 2011, poco meno del 45% si definiscono White British, mentre per il restante 55%, la composizione è assai diversificata e si avvicina a rappresentare il mondo intero. A Londra si parlano più di 300 lingue e le scuole, come vedremo, giocano un ruolo importantissimo, sia per consentire a bambini ed adulti che non sanno l’inglese di acquisirlo gratuitamente e in maniera accessibile, sia per consentire a intere comunità di continuare a coltivare le loro lingue di origine e di tramandarle anche ai propri figli.

Camminando per la strada di qualsiasi quartiere del centro o in periferia – pur nella particolarità di ciascun luogo – si osservano la convivenza e armonia di culture, accenti, cucine, mercati, profumi, mode, musiche. Londra è la città’ che lo scorso anno ha eletto Sadiq Khan come suo sindaco, un uomo figlio della working class, di famiglia pachistana, musulmano praticante, avvocato di diritti umani. E Londra è la città dove si celebrano nel suo cuore, a Trafalgar Square, tutte le culture e religioni presenti . Per fare solo qualche esempio, in autunno si celebra il festival africano in occasione del Black History Month e il Diwali hindu , comune a moltissime culture del sud est asiatici, nei primi mesi dell’anno, il capodanno cinese e in estate la fine del Ramadan .

Questa attenzione alle diversità fa sentire a casa anche il primo arrivato. Un po’ perché senza cercare troppo, si può trovare presto un connazionale o qualcuno che, non solo conosce bene la tua terra d’origine, ma coltiva una sorta di venerazione per la tua cultura, lingua e storia. Un po’ perché la società britannica ha elaborato, dal lungo, lento e difficile processo di assorbimento dei flussi migratori dalle ex-colonie, la strada per l’integrazione . E l’ha costruita grazie alle leggi prima di tutto, oltre che attraverso un atteggiamento di apertura culturale e intellettuale.

Le leggi sulle pari opportunità e contro ogni discriminazione su base di genere, di origine anagrafica e di disabilità di qualsiasi individuo – armonizzate in un unico blocco nel 2010 – delineano in maniera molto chiara ed inequivocabile uno spazio di tutela e valorizzazione dell’altro. Certamente il processo di integrazione, seppur sviluppatosi per decenni, è ancora in divenire. Ma decenni di politiche inclusive e di pratiche di integrazione hanno tuttavia consolidato un senso di appartenenza ad una società che rispetta e valorizza sia la comunità ospitante che l’altro.

Ogni scuola contiene il mondo

Se la capitale nel corso dei decenni si è attrezzata per accogliere le esigenze culturali e di appartenenza di comunità diverse, offrendo uno spazio di primo piano come Trafalgar Square alle varie celebrazioni, così la scuola (la maggior parte delle scuole) ne riflette l’inclusività e fa sue queste ricorrenze come parte integrante del progetto educativo . Non solo, ma sono incorporate nella vita scolastica giornate come, ad esempio, l’European Language Day (26 settembre), l’International Mother Language day (21 febbraio) e la settimana dei rifugiat i che viene celebrata tra maggio e giugno. Queste sono occasioni importanti per introdurre tematiche attuali nel percorso educativo e quindi aiutare gli alunni a ragionare fin da piccoli su questioni di cui sentono parlare alla televisione o nelle conversazioni dei genitori. Ma sono anche necessarie per comprendere meglio la realtà che li circonda e per far si che ciascun bambino, che sia nato in Inghilterra, Ghana, Italia, Scozia o Canada, si riconosca in quella società e riconosca per sè un posto tra gli altri. Questo è ancora più cruciale quando in classe ci sono bambini nati a Londra o nel Regno Unito da genitori di altri Paesi, che non parlano inglese a casa e che a volte hanno difficoltà a comunicare in inglese. In questi casi, il rischio è che la famiglia si auto-escluda da ogni attività sociale oppure la accolga solo se significa condividere momenti solo con connazionali o persone che parlano la stessa lingua.

Questi e molti altri rischi sono tutti contemplati dentro il protocollo OFSTED (Office for Standards in Education, Children’s Services and Skills)  che si occupa di fissare gli standard minimi dell’offerta educativa e della tutela dei minori , sia in età pre-scolare, che scolare e nell’offerta formativa per adulti. Gli inviati di OFSTED si occupano di valutare qualsiasi istituto scolastico in Inghilterra rispetto alle seguenti aree:

- efficacia della leadership e della gestione della scuola (o del servizio per minori);

- qualità dell’insegnamento, dei livelli di apprendimento e dei sistemi di valutazione;

- opportunità offerte dalla scuola per lo sviluppo personale, del comportamento e per la tutela del minore;

- possibilità di miglioramento e di crescita per ciascun alunno.

Domande per valutare se la scuola è davvero inclusiva

I principi che ispirano questo sistema di valutazione sono fondati su un approccio equo e non discriminatorio che consenta a tutti di partecipare pienamente all’esperienza educativa e di crescita ed essere in grado di sviluppare il proprio potenziale. Dunque OFSTED valuta, oltre alle aree curricolari tradizionali, anche quanto una scuola crei opportunità di apprendimento innovativo, di valorizzazione della diversità linguistica, di orientamento efficace e non discriminante, di stabilire buone relazioni fra alunni con origini diverse. Ma non solo. Parte integrante della valutazione sono anche dimensioni fondamentali che devono creare il clima e le condizioni per l’inclusione e che si sostanziano in domande, quali:

1. come la scuola promuove la valorizzazione delle diversità presenti nella comunità e come assume un ruolo positivo anche nella zona o quartiere?

2. come è strutturato il sistema di sostegno nei confronti dei bambini disabili o di coloro che hanno difficoltà di apprendimento, sia in termini risorse e materiali, sia in termini di organizzazione e formazione del personale scolastico?

3. quali iniziative e progetti vengono realizzati per l’accoglienza di alunni neoarrivati o appartenenti alla comunità Rom e nomade ?

Nella guida per la valutazione delle scuole, aggiornata nell’agosto 2015, si legge che gli ispettori analizzeranno con particolare attenzione la situazione di: alunni disabili e di coloro che hanno bisogni speciali di apprendimento; alunni per i quali l’inglese non è la lingua madre; alunni from minority ethnic groups (provenienti da comunità non autoctone); alunni Rom; alunni che ricevono il supporto dello stato a causa del reddito familiare basso… (pagine 6 e 7, The common inspection framework: education, skills and early years , agosto 2015, a questo link ).
Sulla base di queste indicazioni, gli ispettori prestano attenzione agli aspetti indicati e a individuare i punti di forza , che saranno poi condivisi come best practice sul sito, e i punti di debolezza che incideranno sulla valutazione finale. In essa verranno anche delineate le modifiche o le aree su cui la scuola dovrà lavorare per migliorare la valutazione finale.

Ogni scuola, non solo ha l’onere di dimostrare che offre a tutti gli alunni le stesse opportunità, ma ha anche l’obbligo (come ogni altro datore di lavoro in tutto il Regno Unito) di ispirarsi agli stessi principi di equità . La normativa inoltre sollecita a promuovere una sensibilità diffusa nei confronti delle differenze, delle lingue e delle storie di ciascuno. Come mostrano le foto in questo post, anche i libri che gli alunni usano per imparare a leggere o acquisire nozioni sono, di fatto, inclusivi. La società che viene raffigurata è multiculturale e le storie spaziano dalla tradizione europea, africana, aborigena, asiatica…

“Una lingua al mese” nella scuola primaria Newbury Park

Lo scorso 26 settembre sono stata invitata, così come altri genitori che hanno una madrelingua diversa dall’inglese, nella scuola primaria di mia figlia in occasione dell’ European Language Day che si celebra puntualmente in tutte le scuole. Ho avuto l’opportunità di leggere una storia in italiano e insegnare una canzone ai bambini delle classi prime. Durante quella giornata i bambini hanno potuto ascoltare genitori di varie nazionalità leggere storie in russo, francese, giapponese, tedesco e italiano e provare a ricordare parole chiave come grazie/buongiorno/come ti chiami etc. L’impatto di una giornata così ve lo posso descrivere con la partecipazione di mia figlia alla notizia che avrei letto alcune delle sue storie preferite in italiano. Per un giorno la sua altra cultura e lingua erano protagoniste e per un giorno lei poteva giocare il ruolo di esperta.

L’ attenzione alla diversità linguistica è uno dei principi a cui Newbury Park Primary School si è ispirata a partire dal 2000. La struttura ospita 938 alunni dai 3 agli 11 anni ed è dotata di una nursery (scuola materna) e della scuola primaria. La circoscrizione metropolitana di Redbrige si trova nella parte nord est di Londra e ha una composizione demografica caratterizzata da una massiccia presenza sia di immigrati che di minoranze. In altre parole, la componente white British è stata superata nel giro di 10 anni da quella indiana, pakistana, bengalese e afro-caraibica e africana. Nelle scuole di quartiere e a Newbury Park si contano oltre 40 lingue diverse dall’inglese e una popolazione scolastica in maggioranza proveniente da Sri Lanka, India, Pakistan, Inghilterra, Caraibi e Africa.

In questo contesto, dove spesso nelle scuole si fa fatica a conciliare gli obiettivi ministeriali con la realtà variegata dei bisogni di apprendimento, i docenti hanno deciso di sviluppare un progetto per riconoscere a tutti gli alunni un ruolo di primo piano . E di farlo a partire dalla lingua : è nato così il progetto “Una Lingua al Mese” . Ogni mese, a ciascuna lingua e cultura, vengono dedicate le attività, sia linguistiche che culturali, in forme appropriate ai diversi gruppi di età, per coinvolgere tutti i bambini dai 4 anni in su. In quel mese, gli alunni che sono madrelingua nell’idioma scelto, diventano gli “esperti linguisti”, occupandosi, sia di registrare video- tutorials che affrontano aspetti della vita quotidiana in quella lingua, sia di guidare la loro classe nell’apprendimento ludico di alcune parole. Il progetto è stato premiato nel 2005 con il riconoscimento “Community Language Prize” in occasione dell’ “European Award for Languages".

Un sito pieno di risorse

La cosa a mio parere straordinaria è stata la realizzazione di un sito in grado di raccogliere strumenti, risorse, video tutorials, giochi che la scuola, negli anni ha elaborato. Ad esempio, qui è possibile scaricare schede di lavoro introduttive a ben 44 lingue diverse; basta scegliere dalla lista tra kurdo, italiano, mandarino, pashto, bosniaco etc..
Qui invece si può accedere alla raccolta di risorse preziose per insegnanti e mediatori culturali per sviluppare sia l’aspetto linguistico che quello culturale del progetto, a questo link .
Vi sono inoltre pagine su giochi, suggerimenti su come creare cartelloni in cui gli alunni si possano riconoscere, spunti interessanti di riflessione rispetto alla diffusione reale nel mondo degli idiomi, riferimenti a personaggi storici famosi appartenenti a quella cultura... Non a caso il progetto della scuola di Newbury Park è stato replicato e sviluppato in molte altre scuole del Paese e addirittura oltreoceano, spesso con l’aiuto e il coinvolgimento dei genitori.

Ci vuole un villaggio...

Ogni scuola cerca di affrontare, con i fondi che ha disposizione le priorità educative del suo quartiere, non fermandosi all’impatto che il progetto può avere sugli alunni, ma tentando di coinvolgere la comunita’. La mia esperienza, sia nel mio attuale ruolo di coordinatrice di servizi di supporto alla genitorialità e alla famiglia in Camden con Elfrida Rathbone Camden , sia durante il periodo in cui ho gestito un servizio di mediatori culturali in 15 scuole con Renaisi , conferma che lo sguardo delle scuole è spesso rivolto verso le famiglie, che sono i primi alleati del percorso educativo dei ragazzi. E’ molto diffuso trovare corsi di inglese all’interno delle scuole per genitori stranieri, così come corsi di alfabetizzazione in arabo o turco o somalo, per consentire a quei genitori che non hanno avuto modo di acquisire livelli minimi di alfabetizzazione di poter sostenere i propri figli a scuola.
Una scuola come Duncombe Primary School in Islington ha una storia decennale di coinvolgimento, con l’aiuto dei mediatori culturali coordinati da Renaisi, dei genitori, soprattutto delle madri, spesso casalinghe, con livelli molto bassi di inglese e per questo isolate e molto più vulnerabili. Non è raro vedere la scuola aperta oltre l’orario scolastico o addirittura nel weekend e vedere genitori partecipare a sessioni di cucina collettiva per allestire l’International Food evening, evento che celebra la ricchezza e bellezza della diversità attraverso cibo e ricette dal tutto il mondo. Ma non solo. Queste iniziative consentono davvero di stabilire un ponte fondamentale tra scuola e famiglie che vivono quel quartiere e promuovere dialogo, collaborazione e aiuto reciproco.
Non vorrei che si pensasse che a Londra sia tutto “rose e fiori”. Vi sono molte scuole dove questo dialogo è meno fluido, dove si fanno molte più obiezioni di principio per timore di “tradire” la tradizione autoctona o dove semplicemente c’è meno lungimiranza dirigenziale o molte meno risorse.
Voglio chiudere ricordando un proverbio africano che viene spesso usato in ambito educativo e che a me è particolarmente caro perchè rimanda molto anche alla mia crescita in Italia, dove ho sentito sempre un senso di responsabilità condivisa: ci vuole un villaggio intero per crescere un bambino .
Questo senso di collective responsibility, di missione comune di una società che deve, per sopravvivere e soprattutto migliorare, investire e curarsi delle nuove generazioni, è a mio parere, il possibile risultato di politiche e pratiche inclusive efficaci. Se sviluppate in maniera equilibrata e puntando alla matrice comune che unisce ogni essere umano, hanno un potenziale straordinario di collante, valorizzazione e riconoscimento, non solo per gli alunni, ma anche delle loro famiglie e, di conseguenza, di quella comunità o villaggio che può giocare un ruolo fondamentale nella crescita di ogni bambino.

Foto in apertura tratta da Ilford Recorder

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