Il futuro assomiglierà al presente? La pedagogia interculturale non invecchia

Quanto gli anni futuri assomiglieranno al tempo che stiamo vivendo? E come accompagnare e facilitare l’incontro tra persone che hanno storie diverse? La pedagogia interculturale disegna una strada possibile. Di Mariangela Giusti (Università di Milano-Bicocca).

di Redazione GiuntiScuola · 18 settembre 2017
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La pedagogia interculturale ha il compito di facilitare la comunicazione linguistica e relazionale fra allievi e studenti di tante provenienze geografiche e culturali che frequentano le stesse classi. Si occupa di creare, attraverso il pensiero riflessivo e la didattica, situazioni d’aula ove sia possibile e proficua la convivenza fra lingue lontane e la conoscenza reciproca fra allievi con retroterra familiari e culturali diversi (per un’analisi più ampia rimando a: M. Giusti, Teorie e metodi di pedagogia interculturale , Roma-Bari, Laterza, 2017). Di conseguenza la pedagogia interculturale s’interessa delle identità in continua costruzione degli allievi e degli studenti. Si comprende che è una disciplina ancorata nella storia, attuale in una cronaca sempre più afflitta da manifestazioni d’intolleranza e odio, ma anche orientata al futuro più o meno prossimo. Negli anni attuali osserviamo intorno a noi un livello molto alto di violenza sociale e di tecnologia, al punto che diventa davvero difficile per chi si occupa di educazione immaginare quanto gli anni futuri (cioè quelli nei quali i nostri studenti attuali cresceranno e diverranno adulti) potranno assomigliare al presente e quanto invece saranno diversi. Anche su questi interrogativi la pedagogia interculturale induce a riflettere.
Alla luce delle migrazioni degli ultimi cinquant’anni a livello nazionale e nel continente europeo, gli studiosi ci dicono che è possibile ipotizzare che le ibridazioni fra popoli, lingue, culture persisteranno anche in futuro, in una ricchezza sempre nuova, e altrettanto i meticciamenti fra abitudini, valori identitari, mondi culturali.

Scenari possibili nelle immagini di un film

Possiamo fare alcune riflessioni prendendo avvio dalle intuizioni e dalle metafore che sono state proposte dagli sceneggiatori del film di fantascienza Star Trek Beyond (diretto da Justin Lin, uscito nel luglio 2016). Attraverso la vicenda narrata dal film possiamo intuire alcuni scenari. Come prima cosa, l’umanità che abiterà le galassie in un futuro lontano sarà ancora in perpetua migrazione non solo da un continente all’altro della Terra, ma da un pianeta all’altro. Inoltre, avrà diversi tratti in comune con l’umanità attuale del pianeta Terra; si troverà ancora di fronte a ibridazioni e meticciamenti, a scontri e a incontri fra individui dalle identità profondamente diverse, con valori anche molto in contrasto fra loro.
Così come i grandi navigatori degli oceani dei secoli passati e come gli astronauti dei nostri anni, anche gli uomini e le donne dell’equipaggio della grande nave spaziale (la “USS Enterprise”) saranno spinti dall’esigenza di conoscere e esploreranno sperduti e lontani meandri dello spazio. I personaggi del film nella loro missione incontrano un nuovo nemico, difficile da combattere, che mette a rischio non solo le vite dell’equipaggio ma l’esistenza stessa della Federazione. Ecco che gli spettatori – adulti e ragazzi- attraverso quei personaggi riescono a proiettare le proprie esistenze in un futuro tanto lontano e profondo da non saperlo nemmeno immaginare.
Eppure nella fantasmagoria di effetti speciali che il film propone non è difficile riconoscere alcuni riferimenti che sappiamo appartenere al nostro presente e che hanno molto a che fare con l’epistemologia della pedagogia interculturale. I personaggi della nave spaziale (Il capitano James Kirk, l’ing. Montgomery Scott, la ragazza Jaylah, il pilota Hikaru Sulu, il capo dei nemici Krall), nelle loro conversazioni, fanno ricorso al racconto di sé come modalità per riflettere sull’esistenza e per definire i valori comuni in cui credere; sono inclini ad ascoltarsi reciprocamente e a scambiare ricordi familiari per ricercare i legami necessari fra passato e presente, fra se stessi e gli altri; riconoscono e dichiarano alcuni aspetti identitari profondi sulla base dei quali definiscono la propria singolarità di individui e scoprono le somiglianze con le esistenze degli altri. Queste modalità di scambio fra esseri viventi hanno molto a che fare, sul piano epistemologico, con la costruzione del pensiero interculturale in educazione.

Racconti che costruiscono legami

Il racconto di sé, lo scambio di ricordi familiari, la ricerca di riferimenti identitari, sono modalità che appartengono alla storia dell’umanità. Sono diventate anche pratiche importanti per la pedagogia attraverso le ricerche di Duccio Demetrio (il testo di riferimento è D. Demetrio, Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé , Cortina, Milano 1996 e ristampe) e di seguito sono entrate nelle pratiche della pedagogia interculturale a cui insegnanti e educatori possono appoggiarsi per tentare qualche possibilità di conoscenza reciproca fra gli allievi nativi dei vari territori e allievi che arrivano a vivere nelle città italiane provenendo dai paesi più diversi. Essere compagni di classe e di banco non basta: occorre l’intenzionalità pedagogica di chi guida i processi educativi (docenti, dirigenti, educatori, mediatori).
Gli esperti sceneggiatori del film sembrano dirci in modo implicito che la pedagogia interculturale è destinata ad avere un ruolo importante anche negli anni futuri; è destinata dunque a non invecchiare né a essere considerata obsoleta tanto presto. Il film fornisce diverse indicazioni utili: in un futuro lontano, a dispetto di quanto osserviamo nella società attuale (nella quale spesso i giovani appaiono distratti e inclini a dare importanza alla velocità più che alla profondità), le relazioni dei viventi con il mondo e quelle fra i viventi stessi non saranno affatto limitate. Anzi: saranno relazioni profonde, tenute in considerazione e necessarie. In altre parole, anche nel lontanissimo futuro immaginato, gli umani riusciranno a «ricordare episodi e volti, scopriranno che le storie sono interminabili perché continueranno ad avere un peso per loro» .

Incroci e incontri

Il pensiero interculturale in ambito educativo ha anche questa funzione: ricordare a tutti noi, adulti e ragazzi, che le stratificazioni e gli incroci costituiscono il sostrato denso e fecondo delle nostre attuali reti di conoscenze, di potenzialità, di convivenze, e anche di quelle future. Nei diversi territori cittadini ed extraurbani italiani vivono (e vivranno in futuro) i gruppi delle popolazioni native e i gruppi di coloro che, arrivati nel corso degli anni da tante parti del pianeta, sono divenuti (e divengono) col passare del tempo nuovi nativi essi stessi: gli immigrati, le comunità straniere delle più diverse provenienze, le famiglie e le coppie miste, le persone sole provenienti da paesi del mondo di cui è difficile (o impossibile) persino trovare la collocazione su Google Earth.
Questi gruppi di persone che parlano tante lingue, frequentano le piazze storiche delle città e dei paesi, i portici cittadini, i mercati all’aperto di periferia, sono parti integranti e vitali delle città europee e italiane, perfino quando non hanno visibilità. E sono anche parti integranti e vitali del sistema dell’istruzione formale e informale. Lo sono oggi e lo saranno per fortuna anche nei decenni futuri.

Per saperne di più

M. Giusti, Teorie e metodi di pedagogia interculturale , Roma-Bari, Laterza, 2017

D. Demetrio, Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé , Cortina, Milano 1996 e ristampe. Scrive il filosofo e pedagogista: «L’incontro con la propria autobiografia è molte cose insieme. S’impara dall’analisi della propria storia, s’impara apprendendo da se stessi [...]; l’autobiografia è un viaggio formativo, non un chiudere i conti. Il momento in cui sentiamo il desiderio di raccontarci è segno di una nuova tappa della nostra maturità [...] è un bisogno che si fa spazio fra gli altri pensieri, che cerca di rubare un po’ di tempo per occuparsi di se stessi» (pp. 15-21, passim).

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