Dialoghi tra famiglie

La scuola è luogo di incontro tra famiglie e culture diverse. Come costruire relazioni profonde e una comunicazione più autentica e trasparente? Da "La Vita Scolastica". 

di Redazione GiuntiScuola · 25 luglio 2016
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Genitori sulla soglia

“Vi sono genitori stranieri che stanno sulla soglia, sempre in disparte e non chiedono mai niente; altri che proprio non vediamo per un intero anno. Vi sono genitori disponibili, ma impacciati con la lingua e altri che sembrano chiusi e quasi ostili”.

Nei contesti educativi multiculturali, la relazione tra scuola e famiglia può prendere forme e modi diversi: quelli della distanza o dei cammini paralleli, quelli della delega o del confronto e quelli della collaborazione o del conflitto. Forme e modi resi più complessi a causa dei problemi linguistici e delle difficoltà a capirsi e a partecipare, delle rappresentazioni diverse di scuola che agiscono sullo sfondo e delle aspettative differenti esplicite o, più spesso, implicite.

Una seconda migrazione

L’inserimento dei figli nella scuola del Paese di immigrazione rappresenta per i genitori un evento cruciale, una tappa che modifica profondamente il progetto del nucleo e i legami tra le generazioni. È una sorta di ulteriore migrazione nella migrazione che richiede nuove forme di adattamento, autorizzazioni reciproche, aggiustamenti inediti, tra perdite e guadagni/nuove acquisizioni.

La scuola, anche senza volerlo, può mettere a nudo le incapacità e gli impacci comunicativi dei genitori e, in questo modo, di fatto disconfermare le loro competenze, abilità e ruolo genitoriale. Quando i figli varcano la soglia della struttura educativa del Paese ospite, l’orgoglio e le speranze si mescolano dunque ai timori , alle forme di difesa, al rischio della perdita di autorità genitoriale o del suo irrigidimento. Nella relazione tra la scuola e la famiglia straniera, si registrano momenti cruciali nei quali le attese e le aspettative reciproche vengono a galla e si devono confrontare. Fra questi: l’inserimento dei più piccoli nella scuola dell’infanzia e i modelli educativi a confronto, l’accesso del figlio alla lingua scritta del Paese ospite e le strategie famigliari a proposito del bilinguismo, le scelte scolastiche per il futuro, le scadenze e i modi della valutazione e i “passaggi” da una scuola all’altra. Occasioni e tappe durante le quali i riferimenti culturali e i progetti dei due partner educativi diventano pratiche e scelta e le dimensioni spazio-temporali, legate all’ idea di futuro (qui o là? In Italia o nel Paese d’origine?) pesano in maniera determinante.

Primo giorno di scuola anche per gli adulti

Il primo giorno di scuola rimane indelebile nella memoria di ciascuno di noi, adulti e bambini; segna il “prima e il dopo” nella nostra biografia; rappresenta un passaggio esistenziale che muove dalla dimora per aprire alla vita pubblica e sociale . Se questo è vero per i genitori autoctoni, lo è in misura maggiore per chi vive questa esperienza altrove e in una condizione di discontinuità rispetto alla propria storia e ai legami famigliari. Con la scuola, entra nella dimora un mondo nuovo fatto di parole, significati, riferimenti culturali, saperi, regole, relazioni. Con la scuola, si modificano i progetti, i tempi e i ritmi della vita famigliare e si deve adattare anche lo spazio fisico dentro la casa, che deve essere ristrutturato e rivisto per consentire al figlio diventato alunno di depositarvi gli “oggetti” della scuola, concentrarsi, studiare, fare i compiti.

La scuola mette i genitori immigrati nella condizione di diventare visibili , li sollecita a essere presenti e a partecipare, li convoca ad agire il loro ruolo genitoriale sulla scena educativa comune. E tutte queste sollecitazioni e aspettative – implicite o esplicite – vengono vissute e gestite dagli adulti stranieri nella solitudine, senza poter contare sull’esperienza passata e condivisa, sull’esempio degli altri, sull’essere e sentirsi simile fra simili. “ Quando Siham ha iniziato la scuola non ho dormito tutta la notte, ero più emozionata di lei. Di notte, ho sognato mio padre che mi sgridava come quando ero piccola.” Nella parole di questa madre marocchina sono espresse le emozioni ambivalenti che l’attraversano nel giorno della vigilia: ansia e attesa, vissuto di rottura rispetto alla storia famigliare e sentimento di inadeguatezza. Ricordando il primo giorno di scuola del figlio appena arrivato in Italia insieme a lei, la madre di Karim, evoca invece immagini di separatezza e la percezione di sentirsi fuori luogo che ha vissuto: “Ho accompagnato Karim a scuola ma non sono entrata. Sono stata in disparte con le altre mamme arabe; eravamo tutte insieme in un angolo del cortile, un po’ distanti dagli altri genitori. Non so perché, ma mi sentivo in colpa, avevo quasi vergogna di essere lì senza poter capire e dire nulla”.

Timori e senso di inadeguatezza, sono questi alcuni vissuti dei genitori stranieri che si affacciano alla scuola. Ma l’inserimento scolastico del figlio inaugura naturalmente anche un cammino di conquiste e opportunità, prefigura nel presente un futuro migliore, convoca possibilità e nuove aperture . “Guardavo il mio bambino con il suo zaino e i libri nuovi, che andava verso i suoi nuovi compagni e ho capito che il mio viaggio e i sacrifici di questi anni non sono stai inutili. Ho provato un grande orgoglio, per me stessa e per lui”. Così la mamma di Radu dà voce alla gioia e alla soddisfazione che vivono i genitori stranieri nel momento in cui inizia il cammino di scolarità e di apprendimento dei loro figli, l’ingresso nella lingua scritta, l’acquisizione di saperi e competenze.

Un “buon alunno” ha alle spalle un “buon genitore”

Una difficoltà che emerge nel rapporto tra i partner educativi e che viene sottolineata spesso dagli insegnanti è quella del sostegno ai compiti e allo studio nel tempo extrascolastico. L’accompagnamento e l’aiuto nello svolgimento dei compiti rappresentano una delle variabili più importanti nella riuscita scolastica e giocano un ruolo importante nell’innalzare le chance e gli esiti. Oggi, più di ieri, un buon alunno è spesso chi può contare a casa sull’aiuto di un “buon genitore”.

I dati emersi da una ricerca condotta qualche anno fa e che ha coinvolto un numero molto significativo di alunni italiani e stranieri indicano che gli alunni italiani che non dispongono di un aiuto per i compiti a casa rappresentano il 23% del totale, mentre gli stranieri si differenziano alquanto sulla base della loro nazionalità e della lingua d’origine (Dalla Zuanna e altri, 2009, Nuovi italiani. I giovani immigrati cambieranno il nostro paese? ). L’indagine ha rilevato che 50 ragazzi albanesi su 100 non hanno alcun aiuto; 58 cinesi su 100 sono soli a casa dopo la scuola; il 42% dei marocchini e il 36% dei rumeni non ricevono alcun sostegno da parte dei genitori. La situazione inoltre non si modifica con il prolungarsi della permanenza in Italia dal momento che i genitori stranieri non sono in grado di sostenere i loro figli nello studio soprattutto per ragioni linguistiche, oltre che per la debole scolarità di alcuni. Anche coloro che hanno frequentato la scuola a livelli medio-alti nel Paese di origine e che sono diventati italofoni, raramente sono in grado di padroneggiare la lingua dello studio, densa di termini settoriali e specifici e di destreggiarsi fra metodi e attività. D’altra parte, le famiglie straniere non hanno le risorse economiche per garantire ai figli un aiuto extrascolastico e chiedono quindi alla scuola di supportarli in questo compito di accompagnamento scolare. Più tempo scuola : è una delle richieste maggiormente diffuse fra loro.

Gli “oggetti” della scuola presentati in maniera più “trasparente”

I messaggi e le aspettative propri della socializzazione famigliare primaria, che è specifica e affettiva, possono discostarsi in maniera più o meno accentuata da quelli della socializzazione scolastica secondaria, che è universale e razionale. La scolarità dei figli condotta in un altro contesto è dunque una conquista, per le opportunità di apprendimento, la padronanza linguistica in italiano, lo sviluppo personale e professionale che prepara e indirizza il futuro . Ma segna anche un passaggio e una frattura, a causa della discontinuità dei messaggi educativi della scuola, rispetto a quelli dell’inculturazione famigliare, dell’acquisizione di una lingua scritta che non è quella delle origini, della distanza più o meno ampia tra il modello educativo interno e quello esterno.

Molto spesso la famiglia immigrata non conosce il progetto educativo e il funzionamento della scuola, le sue regole esplicite e implicite; ignora il linguaggio specialistico che veicola le informazioni, può fraintendere o mal interpretarne le richieste. Quali sono i temi e gli “oggetti” della scuola che sembra utile presentare e discutere con le famiglie immigrate? Eccone alcuni che hanno a che fare, ora con i valori e le scelte pedagogiche, ora con il funzionamento della scuola:

  • la laicità . È necessario fornire informazioni sul carattere laico della scuola italiana e sulla possibilità di avvalersi o meno dell’insegnamento della religione cattolica;
  • la “mescolanza” per genere e la compresenza nelle classi di bambine e bambini, maschi e femmine, non sempre corrispondente all’esperienza vissuta in patria;
  • l’obbligo scolastico . Può non risultare chiara la durata della scuola dell’obbligo e le sue tappe intermedie, anche per alcune nostre contraddizioni palesi: l’esame di terza media, formale e di “Stato”, sembra concludere la scolarità obbligatoria, mentre non c’è un rito ufficiale che ne segni il termine a 16 anni;
  • il tempo e il ritmo della scuola , la sua strutturazione in quadrimestri con due importanti tappe valutative;
  • gli “oggetti” della scuola : orario settimanale, diario, libri, materiali, corredo…
  • le modalità di valutazione e l’uso dei voti , che non sempre corrispondono all’esperienza sperimentata nel Paese d’origine;
  • i compiti e lo studio individuale : le richieste e le aspettative della scuola, l’auto-organizzazione degli alunni;
  • le modalità e i tempi dell’orientamento e delle scelte scolastiche , il peso e il valore del consiglio orientativo degli insegnanti, che alcuni possono ritenere vincolante, mentre altri lo ignorano;
  • le attività parascolastiche ed extrascolastiche : la loro importanza e le modalità di accesso e funzionamento;
  • le modalità di relazione tra la scuola e le famiglie , sia riferite agli incontri e ai colloqui puntuali, sia alle modalità di cooperazione a distanza: avvisi, messaggi, firma…

Temi e “oggetti” che devono essere messi al centro della relazione e resi più comprensibili attraverso strumenti e figure di mediazione: i messaggi plurilingui, la mediazione formale, la mediazione informale affidata a genitori connazionali più esperti, il “genitore accogliente” che accompagna i nuovi arrivati.

Un’alleanza educativa basata sul reciproco riconoscimento

I genitori stranieri rischiano di vedere disconfermato o messo in crisi il loro ruolo genitoriale: da figli linguisticamente e culturalmente più competenti; da servizi e operatori che vivono con fatica le relazioni non del tutto fluide e immediate; dalle rappresentazioni correnti che tratteggiano il “buon genitore” in maniera diversa da come essi possono intenderlo e viverlo. E anche la scuola, può, senza volerlo, mettere a rischio l’autorità dei genitori stranieri allorquando esprime ad alta voce e davanti ai figli le difficoltà a comunicare con la famiglia, le inadeguatezze, le assenze e le distanze tra i due spazi. Per bilanciare questi rischi, la migrazione e il viaggio degli adulti devono essere rappresentati e raccontati anche nei loro aspetti epici: di attraversamento di confini, superamento di pericoli e prove, di voglia di riuscire, di impresa e conquista.

I genitori immigrati sono spesso “poveri”, ma non per questo sono “poverini”.
La rappresentazione miserabilista che spesso se ne fa è dannosa per i loro figli ed è dannosa anche per la scuola. L’alleanza educativa tra la scuola e la famiglia immigrata si basa sul reciproco riconoscimento , pur nella chiarezza e nel rispetto dei ruoli. Riconoscimento che è alla base di un progetto comune per stare bene insieme e per costruire il futuro dei figli dando voce alle aspettative degli uni e degli altri.

Conoscere la scuola “dal di dentro”: il progetto francese

A proposito di coinvolgimento e di apertura delle scuole ai genitori stranieri, è attivo in Francia da qualche anno il progetto OEPRI ( Ouvrir l’ècole aux parents pour rèussir l’intègration . Circolare n.147 del 26 agosto 2013). Lanciato in maniera sperimentale in 31 dipartimenti e 25 città nel 2010, ora il dispositivo è diffuso in maniera capillare e a livello nazionale e le attività sono presenti in un numero crescente di scuole.
Gli obiettivi del progetto OEPRI sono soprattutto tre:

  1. realizzare corsi di apprendimento della lingua seconda negli spazi della scuola dei loro figli;
  2. far conoscere l’istituzione scolastica , le sue regole e le modalità di funzionamento “dal di dentro”;
  3. sostenere la genitorialità delle famiglie immigrate attraverso lo scambio , l’incontro con i servizi, la partecipazione attiva.

La grande maggioranza dei partecipanti (88%) è costituita dalle madri, che rappresentano, in Francia come in Italia, le figure cruciali nei percorsi di integrazione dei bambini.
Anche nel nostro Paese ci sono iniziative simili a quella francese. Pensiamo, per esempio, alle iniziative “ Anche le mamme a scuola ” che vengono da tempo condotte in città diverse e che propongono corsi di italiano per le donne immigrate. Ma il progetto francese OEPRI ha la particolarità e la forza di essere nazionale, pubblico e duraturo nel tempo.

Le immagini a corredo dell'articolo vengono dal progetto I pacifici a Gaza e dal blog "Tra scuola e famiglia" , che raccoglie buone pratiche di commissioni dei genitori in scuole fortemente multiculturali.

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