Ascoltare con gli occhi, parlare con le dita

“Giochi narrativi” per i bambini all'interno del campo d'esperienza “I discorsi e le parole”: con le mani, con le carte, con le rime. Di Antonio Di Pietro. 

di Redazione GiuntiScuola · 11 ottobre 2017
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In silenzio predispongo un cerchio di quindici sedie. Mi siedo. Nel cerchio ci sono solamente io e mi dico: “Aspetta, arriveranno”. Sembra un'eternità quella trentina di secondi trascorsi prima dell'arrivo del primo bambino. Poi, il secondo e il terzo. C'è chi si siede, chi mi fa qualche domanda, chi fa qualche piroetta. Con lo sguardo e qualche gesto porto l'attenzione sulle mie mani. Le osservo con attenzione. Apro la mano con il palmo rivolto verso il centro del cerchio. Con l'indice della sinistra comincio a percorrere il contorno della mano aperta. Qualcuno è ancora in piedi. Uno è fuori dal cerchio. Inizio a raccontare una storia fra le dita.

Salendo sul più grosso,
son caduto nel fosso.
Salendo sul più acuto,
di nuovo son caduto.
Salendo sulla vetta,
avevo troppa fretta.
Salendo sul più bello,
ho perso l'anello.
Salendo sul più piccolino..
è finito il raccontino!

I bambini mi guardano incuriositi. Non parlano. Ricomincio di nuovo a raccontare “Salendo sul più grosso”... facendomi il solletico da solo. Al termine, diversi bambini mi dicono «Ancora!». In effetti, “Salendo sul più grosso” rientra nei giochi dell'ancora. È essenziale e divertente... Ricomincio sapendo che potrei farlo chissà quante altre volte.

Ripetere le stesse frasi, farle corrispondere ad un'azione, enfatizzare la sonorità delle rime... mi permette di mantenere l'attenzione sulle stesse parole.
Con lo sguardo e un lieve movimento della testa invito un bambino ad avvicinarsi. In piedi, accanto a me, gli tengo una mano e inizio a raccontare la storia fra le sue dita. Via via che mi avvicino al suo mignolo cerco di aumentare la suspense, in attesa di fargli il solletico. Ed ecco che il “gioco dell'ancora” diventa il “gioco dell'anch'io”.
Via via che racconto la solita storia sulle mani di quasi tutti i bambini, questi cominciano a ripeterla insieme a me. Cerco di vedere chi la dice con sicurezza e chi la segue con il labiale. Qualcuno, insicuro nell'utilizzare la lingua italiana, osserva e basta.
È importante “osservare le parole” quando non si conoscono fino in fondo. La dimensione narrativa, la musicalità della filastrocca, il contatto corporeo... sono elementi che permettono di avvicinarsi alle parole attraverso una propria strada.
Quando sento che l'attenzione sta per calare, comincio a parlare: «Facciamo che la raccontate voi?».
Mi alzo e invito i bambini a mettersi faccia a faccia: «Chi vuole raccontare la storia prende la mano dell'amico o dell'amica che ha davanti». Lentamente, ogni coppia si organizza per raccontarsi “Salendo sul più grosso...”. Qualcuno ha bisogno di essere sostenuto: quale mano prendere? Si comincia dal pollice o dal mignolo? Dopo che si è saliti sulla vetta?
Poi, a raccontare la storia fra le dita, tocca a Giulia (bambina di origine cinese) che parla pochissimo l'italiano. Mi avvicino e chiedo a Matteo (di fronte a Giulia) di raccontarla per lei. La bambina con il suo indice segue l'andamento della filastrocca sulla mano di Matteo, poi improvvisamente accelera. Matteo dice: «Nooo... la vetta è questa!». Ci vuole tempo per parlare con le dita.

Parlare con le dita

Da una borsa di tela rossa prendo un grande mazzo di carte per inventare storie. Carte in bianco e nero: “Il gioco delle carte del mediterraneo”, fotocopiate in formato A4 e plastificate. Così sono visibili anche in un cerchio di bambini (e poi sono quasi indistruttibili).
Le carte sono già suddivise in quattro tipologie: il mazzetto dei “luoghi”, dei “personaggi”, degli “oggetti”, degli “animali” e delle “piante”. Sono illustrazioni che in gran parte raffigurano elementi di vita quotidiana: un'ottima occasione per approfondire un linguaggio funzionale, che serve alla vita di tutti i giorni. Penso che in un gruppo plurilingue sia più utile saper utilizzare parole come “pane”, “valigia”, che “gnomo” e “fatina” (infatti, decido di non utilizzare la carta dei pirati, della sirena...).
Al bambino alla mia sinistra faccio pescare una carta dal mazzo dei “luoghi”. A quello alla sua sinistra una carta dei “personaggi”. E a seguire una carta da un mazzetto diverso fino ad arrivare al quarto bambino. A loro dico: «Guardate la carta... ma non fatela vedere agli altri». Poco dopo, ognuno tiene abbracciata la propria carta. Dare subito tutte le quattro carte per me è un modo di offrire il tempo per osservare la carta ed entrarci in contatto (in tutti i sensi).
Chiedo al primo bambino di girare la propria carta dei luoghi. E dico: «C'era una volta... dove?». Francesco dice: «Al mare». Ed io: «Cosa vedi?». Francesco: «Delle onde mosse». Non è semplice accogliere le parole dei bambini. Verrebbe voglia di suggerirle. Mi trattengo per valorizzare al massimo il suo sforzo e le ripeto: «C'era una volta, un mare con...». E Francesco: «... con delle onde mosse». Riepilogo: «C'era una volta, un mare con delle onde mosse» e invito Francesco a tenere la carta in modo da farla vedere agli altri.
Poi, guardo Federica che ha la carta dei personaggi e dico: «Lì vicino c'era...». E senza esitare, la bambina dice: «C'era Giuseppe». Chiedo: «Puoi dirci com'è fatto Giuseppe?». Federica: «Giuseppe dai capelli neri, dagli occhi neri e dalla barba nera». Ringrazio e ripeto quanto finora raccontato con le prime due carte: «C'era una volta, un mare con delle onde mosse. Lì vicino c'era Giuseppe dai capelli neri, dagli occhi neri e dalla barba nera». Lo so, sono ridondante. Ma lo faccio apposta. La ridondanza può permettere ad ognuno di entrare, con i propri tempi, nei segreti delle parole.
Adam, il terzo bambino, capisce l'italiano, ma ancora non lo parla fluidamente. Ruota la carta e resta zitto. Mi avvicino a lui e metto il dito sull'immagine principale dicendo «E poi...». Tutti gli altri dicono «Tamburooo!». Mi rendo conto che questo coro è un modo per sostenere Adam (i bambini lo conoscono). Provo a stare al gioco: rimetto il dito sull'immagine e quando tocco la carta dico: «E poi...» e gli altri «Tamburo!». Mi allontano un po' e ritorno di corsa a mettere il dito sulla carta: «Tamburo!». Mi diverto a pensare che con questo gesto si gioca a ripetere una parola che Adam dirà grazie al sostegno di tutti. Ma non mi basta. Invito Adam a unirsi al coro del «Tamburo!». Non lo sento, ma vedo che ci prova.
Riepilogo la nostra storia: «C'era una volta, un mare con delle onde mosse. Lì vicino c'era Giuseppe dai capelli neri, dagli occhi neri e dalla barba nera. Tamburo!». La quarta carta spetta ad Agata che, prima di parlare, fa un un bel respiro. E dico: «Però...». Agata inizia: «Però... c'era un cactus!». Chiedo alla bambina di dire tutto quello che vede. E Agata: «Con le spine». Io: «Poche?». Agata:«Con tante spine con le punte che pungono». Ripeto: «Però, c'era un cactus con tante spine con le punte che pungono». E riepilogo: «C'era una volta, un mare con delle onde mosse. Lì vicino c'era Giuseppe dai capelli neri, dagli occhi neri e dalla barba nera. E poi: tamburo! Tamburo! Tamburo! Però, c'era un cactus con tante spine con le punte che pungono. E allora Giuseppe...».

Per creare una storia

Inizio: C'era una volta...
1ª carta – luogo: dove?
2ª carta – personaggio: chi?
3ª carta – oggetto: E poi?
4ª carta – pianta: Però...
Conclusione: E allora...

Sembra quasi che le carte siano uscite apposta. Ma anche se la sorte non fosse stata dalla nostra parte avrei cercato comunque di far “nominare, descrivere, narrare”: i tre livelli che cerco sempre di tenere di conto durante gli itinerari ludici che mirano allo sviluppo linguistico.
Per concludere chiedo a ogni bambino di raccontare la propria carta. Prendo carta e penna per scrivere le loro parole e i loro discorsi. Gli occhi brillano quando mi vedono scrivere quel che dicono. Chissà come gli brilleranno quando gli rileggerò questa storia.

P.S. E Giuseppe?

Non ci crederete, ma con i bambini la realtà supera la fantasia. Dopo le parole di Agata «Però, c'era un cactus con tante spine con le punte che pungono», dico: «E allora Giuseppe...». Si alza un bambino dall'altra parte del cerchio, cammina fino ad appoggiare un dito sulla spina del cactus e dice: «Ahi!». Ed ecco trovato il finale della storia.

I discorsi e le parole - Tratto da: Indicazioni nazionali per il curricolo (2012)

La lingua, in tutte le sue funzioni e forme, è uno strumento essenziale per comunicare e conoscere, per rendere via via più complesso e meglio definito, il proprio pensiero, anche grazie al confronto con gli altri e con l’esperienza concreta e l’osservazione. È il mezzo per esprimersi in modi personali, creativi e sempre più articolati. La lingua materna è parte dell’identità di ogni bambino, ma la conoscenza di altre lingue apre all’incontro con nuovi mondi e culture.