Gianni Rodari e l’emigrazione

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All’emigrazione Rodari dedicò filastrocche e brevi racconti nel corso di un quindicennio (1949-1964) molto “caldo” per la mobilità territoriale degli italiani, innovando sia sul versante dello stile che dei contenuti. Poi, a un certo punto, tacque. Di Lorenzo Luatti

gianni rodari

Per il grande scrittore di Omegna l’emigrante è un esule, costretto a lasciare un paese ingrato e socialmente ingiusto per procacciarsi di che vivere. L’emigrazione è un’esperienza che segna indelebilmente coloro che la vivono, ma non è una fatalità, un amaro destino dinanzi al quale chinare il capo o da affrontare con toni dettati dalla pura compassione. Egli considera il problema da un’angolatura che non è solo esistenziale, ma sociale, politica, civile, sempre attenta alla dimensione dell’infanzia, alle sue specificità, ai suoi bisogni e sensibilità.

 

 

 

Essere o avere? I verbi degli emigranti

I problemi degli emigranti sono affrontati in termini di schietta denuncia e di garbato umorismo nel racconto “Essere e avere” (in Il libro degli errori, Torino, 1964), dove l’inflessibile professor Grammaticus dovrà riconoscere le buone ragioni dei migranti nell’uso “creativo” dei verbi ausiliari («io ho andato in Belgio, nelle miniere di carbone… noi abbiamo andati in Germania…»), perché gli errori più grossi non sono nei verbi, «ma […] sono nelle cose!» che obbligano tante persone a cercare lavoro e futuro lontano da casa. Le ingiustizie sociali che costringono a emigrare e lo strappo psicologico ed esistenziale dal paese di origine, la malinconia e lo spaesamento dei migranti, sono protagonisti de “Il treno degli emigranti” (in Filastrocche in cielo e in terra, Torino, 1960).

Non è grossa, non è pesante
la valigia dell’emigrante...
C’è un po’ di terra del mio villaggio,
per non restare solo in viaggio...
un vestito, un pane, un frutto,
e questo è tutto.
Ma il cuore no, non l’ho portato:
nella valigia non c’è entrato.
Troppa pena aveva a partire,
oltre il mare non vuol venire.
Lui resta, fedele come un cane,
nella terra che non mi dà pane:
un piccolo campo, proprio lassù...
Ma il treno corre: non si vede più.

Con la terra paesana l’emigrante porta con sé «un vestito, un pane e un frutto… e questo è tutto», precisa Rodari per sottolineare la pochezza del bagaglio, come il misero pasto del vecchietto (che poi diventerà un “gatto”) in altra breve filastrocca: «Una volta c’era un vecchietto / che andava nel Canadà. / E questa è la metà. / Portava un cartoccetto di pane col prosciutto. / E questo è tutto» (“Terza canzoncina inglese”, 1958).

 

Il muratore nel calcestruzzo

Il tema dell’emigrazione fa la sua comparsa anche in altri testi che Rodari smonta e rimonta, modificandone contenuti e esiti. Mario, “Il muratore della Valtellina” (in Favole al telefono, Torino, 1961), è emigrato a Berlino, lavora sodo, conduce una vita di stenti e privazioni allo scopo di tesaurizzare i guadagni e ricongiungersi presto alla sua promessa sposa. Ma un brutto giorno, mentre vengono costruite le fondamenta di un palazzo, Mario precipita da un’impalcatura e annega in una colata di calcestruzzo. Intrappolato con il corpo in un pilastro della casa, ascolta e partecipa alla vita delle famiglie che nel corso degli anni abitano il palazzo: «la vita della casa era la vita di Mario, le gioie della casa, piano per piano, e i suoi dolori, stanza per stanza, erano le sue gioie e i suoi dolori». Mario muore definitivamente quando la guerra abbatte l’edificio. La condizione di solitudine ed emarginazione del muratore della Valtellina che ha costruito case e palazzi per la gente di mezzo mondo, era già stata narrata in una filastrocca del primo Rodari, dal titolo “Il sogno del muratore” (in “L’Unità”, 30/10/1949, ora in Prime fiabe e filastrocche 1941-1951, Torino, 1990).

Ho girato mezzo mondo
con la cazzuola e il filo a piombo,
ho fabbricato con le mie mani
cento palazzi di dieci piani:
tutti in fila li vedo qua
e mi fanno una grande città.
Ma per me e per la mia vecchia
non ho che questa catapecchia.
Sono di legno le pareti,
le finestre non hanno vetri
e dal tetto di paglia e di latta
piove in tutta la baracca.
Dalla città che ho costruito,
non so perché sono stato bandito.
Ho lavorato per tutti; perché
nessuno ha lavorato per me?

 

Come avrebbe raccontato Rodari le migrazioni di oggi?

I toni pacati e immaginifici, dalla denuncia sociale aperta ma misurata, che caratterizzano le scritture sull’emigrazione di Rodari nei primi anni sessanta, resteranno un unicum nella letteratura per ragazzi, anche a seguito della nuova congiuntura politica ed economica apertasi a metà di quel decennio. La tematica emigratoria, anche nei libri per ragazzi, diventa “campo di battaglia”, oggetto di aspro confronto politico e ideologico.
Poi sarà la narrativa scolastica con i suoi ingombranti apparati didattici a monopolizzare l’intera “problematica” dell’emigrazione, e gli scrittori per ragazzi volgeranno lo sguardo altrove, almeno fino ai primi anni Duemila richiamati dagli imponenti flussi migratori nell’Italia multietnica. Ma questa è tutta un’altra storia e chissà, Gianni Rodari, come l’avrebbe raccontata.


 

  

 

 

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20 Novembre 2019 Libri e fumetti

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