Per un’educazione interculturale alla giustizia sociale

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Il punto di vista di Massimiliano Tarozzi, docente di pedagogia generale e sociale: l’educazione interculturale deve basarsi su un approccio di giustizia sociale e di promozione dell’uguaglianza per essere davvero efficace e adeguata alla scuola che cambia.

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Riconoscimento ed equità

Malgrado in anni recenti siano state sollevate alcune critiche all’approccio interculturale in educazione, sono convinto che l’educazione al dialogo interculturale rimanga una prospettiva educativa oltre che politica per la costruzione di una cittadinanza democratica e interculturale. Essa necessita di essere fondata su un approccio di giustizia sociale che costituisce la necessaria premessa e la cornice teorica per un confronto fra soggetti e “culture” basato sul riconoscimento reciproco e sull’equità.

I critici cui faccio riferimento qui hanno sottolineato come l’approccio interculturale, così come è stato praticato in Italia e in molti Paesi europei, appaia da un lato sterile e dall’altro inadeguato. Sterile perché incapace di generare pratiche coerenti ed efficaci (Donati, 2008) e inadeguato perché tende a sottovalutare proprio la questione dell’equità e dell’uguaglianza sociale (Tarozzi, 2012; Coulby, 2006; Gorski, 2006; Gorski, 2008). Il rischio è che un richiamo a un vago pluralismo o a un’interculturalità romantica che ignori le reali diseguaglianze che si instaurano fra i gruppi nella società o è scioccamente ingenuo o è furbescamente tendenzioso.

Per converso, un’educazione interculturale adeguata e praticabile va collocata entro una cornice teorica e etica che possa tenere nella dovuta considerazione istanze sociali capaci di dar senso a obiettivi interculturali. Al di là di estremismi radicali, il limite dell’educazione interculturale non è nelle sue finalità educative, ovviamente universalmente condivisibili, ma in ciò che esclude e nei mezzi per raggiungerle. In altri termini, auspicare un dialogo interculturale non viziato da stereotipi, è giusto ma non è abbastanza, ma soprattutto pone in subordine altre sfide che oggi la ricerca ci rivela come prioritarie come il successo scolastico per tutti e la riduzione di crescenti squilibri sociali attraverso l’istruzione.

L’attenzione alle diseguaglianze

Declinare l’educazione interculturale in termini di educazione alla giustizia sociale consentirebbe di evitare le trappole del suo vago esotismo superficiale e del suo connaturato concetto limitato di uguaglianza. Ma cosa significa declinare l’approccio interculturale in termini di giustizia sociale? L’educazione alla giustizia sociale è indubbiamente un concetto sfuggente e difficilmente definibile in modo univoco (Gewirtz, 1998), ma si riferisce genericamente a una cornice pedagogica che pone la questione dell’equità e della giustizia come sfondo etico e politico per interpretare l’azione educativa e anche per la gestione della differenza culturale.

Certo con educazione alla (o per la) giustizia sociale si intende sia un approccio educativo liberale, vagamente ispirato alla pedagogia deweyana sia, e forse soprattutto, un approccio radicale, fondato sulla tradizione nordamericana della pedagogia critica, che è divenuto, specie negli Stati Uniti, quasi uno slogan fra insegnanti, studiosi accademici, autorità scolastiche e movimenti sociali. L’educazione alla giustizia sociale, nella sua accezione più radicale, sposta l’attenzione sui modi in cui persistono nei processi educativi diseguaglianze basate sull’etnia, sul genere, sulla classe sociale, sull’orientamento sessuale e sulle abilità fisiche (Sikes & Vincent 1998).
Si tratta di un approccio ampiamente diffuso in nord America e nel mondo anglosassone che, recentemente, si va affermando anche in Europa continentale (Ayers, Quinn & Stovall, 2009) e in America Latina (Tedesco, 2012).

Certo anche a causa della sua radicalità nell’enfatizzare il ruolo delle strutture della società nel creare discriminazioni e nell’evidenziare l’oppressione istituzionale subita da certi gruppi che limita a priori le pari opportunità formative (McDonald & Zeicher, 2009), la social justice education, specie nei programmi di formazione iniziale degli insegnanti, è stata anche diffusamente criticata. Non solo è considerata un approccio eccessivamente politicizzato che promuove un illiberale indottrinamento degli studenti (Cochran-Smith et al., 2009), ma anche la combinazione di giustizia sociale e diritti dei gruppi culturali, ha significato talvolta la trasformazione di minoranze culturali in lobby di pressione politica, imprigionandole entro identità rigide.

Azioni concrete per una scuola dell’eguaglianza

Tuttavia, va osservato che in Europa l’educazione interculturale è stata tradizionalmente considerata un approccio eminentemente didattico. Ha affrontato il tema della differenza culturale prescindendo dalle relazioni sociali, economiche e politiche (un tempo si sarebbe detto “di classe”), esasperando la dimensione culturale a discapito di quella sociale. Questo ha portato le politiche educative e le pratiche scolastiche interculturali a ignorare alcune questioni centrali come quella dell’equità sociale o a dare una visione limitata di alcuni temi chiave nel confronto fra soggetti e gruppi culturalmente determinati, come ad esempio quello delle discriminazioni e del razzismo, che, in questa prospettiva, è considerato prevalentemente come una degenerazione dovuta a ignoranza o mancanza di adeguata comprensione delle relazioni fra gruppi.

Guardando oggi alla situazione italiana della presenza di studenti di origine straniera (per la maggioranza nati in Italia), si deve osservare che al di là della retorica interculturale, tassi di promozione, abbandoni scolastici, ritardi e basse performance nei test standardizzati mostrano come la diversità culturale di fatto coincida con l’ineguaglianza. I processi di selezione relegano i soggetti più deboli ai margini dei percorsi formativi anche dell’obbligo.

Per questo, fermo restando l’indiscusso valore educativo del dialogo interculturale, l’Europa e l’Italia in particolare, anche al di là di mode culturali e di estremismi culturalisti, in ragione di una storica sottovalutazione della dimensione sociale in riferimento alla gestione della differenza culturale, dovrebbero prestare maggiore attenzione al tema dell’equità e della giustizia a scuola, a partire dal successo formativo per tutti, compresi gli alunni e gli studenti di origine straniera.
L’approccio dell’educazione alla giustizia sociale consente di declinare la questione della differenza culturale in una rinnovata prospettiva di cittadinanza. Così intesa, l’educazione interculturale alla giustizia sociale si innesta nel solco del principio costituzionale che garantisce pari opportunità formative per i capaci e i meritevoli e invita le istituzioni non soltanto a enunciare astratti e sterili principi egualitaristici, ma a compiere azioni concrete per abbattere le barriere socio-economiche che ostacolano il raggiungimento di questo obiettivo fondamentale per la salute della nostra democrazia. 

Per saperne di più

Guarda una video-intervista a Massimiliano Tarozzi

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